I figli della notte di Andrea De Sica: il cinismo della borghesia

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Il messaggio di questa favola nera, a tratti horror, è decisamente interessante e punta il dito contro le famiglie, la ricchezza e l'addestramento al cinismo delle nuove classi dirigenti

Boarding school in mezzo alle montagne.

Giulio, ha fatto una cavolata… Ha chiamato la scuola dal telefono della madre, dicendo che c’era una bomba: rintracciato in breve, viene mandato in collegio.

Il ragazzo non comprende il sistema educativo ma incontrerà Edoardo che si definisce “un investimento a perdere per il padre”.

Proveniente da Berlino e mandato lì dopo essere fuggito da vari istituti, Edoardo conosce bene quelle realtà nelle quali più che educare si forma a essere pronti a licenziare di colpo centinaia di dipendenti.

Il collegio è una sorta di edificio alla Shining dove vengono “rieducati” ragazzi difficili per allevare la futura classe dirigente del paese.

Sono figli di famiglie ricchissime “che amano preparare valige con figli annessi”.

Una sorta di comunità di recupero per ragazzi viziati, un grande fratello dell’addestramento.

Tutto viene controllato e gli “educatori” sanno e fanno finta di non sapere tutto quello che accade la notte, uscite clandestine comprese: nonnismo e atti di bullismo fanno parte del programma.

La “tolleranza repressa” in un regime di libertà controllata.

Giocano ad hockey sul ghiaccio e frequentano il bordello del bosco mentre “le famiglie sanno che qualunque cosa succede verrà risolta sul posto”. La ricchezza non esita a delegare anche l’educazione dei figli: quello che conta è il tasso di profitto e solo quello è il presupposto dell’alienazione propria è altrui.

Giulio conosce Elena nel bordello, che diventerà una frequentazione costante.

Nel collegio c’è un piano abbandonato che nasconde un segreto, ma forse anche questo fa parte del programma…niente sembra lasciato al caso.

Più che spiare i ragazzi, si impara a conoscerli, dichiara l’educatore, mentre c’è chi canta con la pistola in pugno “vivereeee… senza malinconiaaaa… vivere…. senza rimpianti…” “vivere finchè c’è gioventù”.

Una gioventù ricca ma solo di soldi, sola e abbandonata da genitori che non si vogliono nominare.

Solitudine e mancanza di attenzioni sono alla base di comportamenti cinici che vogliono sfidare l’autorità laddove è assente in famiglia.

Volti convincenti accompagnano l’entrata nella palestra professionale disumanizzante di questi rampolli vittime sebbene benestanti; matricole di un gioco economico-capitalistico soggiogante.

Il messaggio di questa favola nera, a tratti horror, è decisamente interessante e punta il dito contro le famiglie, la ricchezza e l’addestramento al cinismo delle nuove classi dirigenti.

Un vero sottotesto politico, teso, arguto, violento: una storia di “deformazione” più che di formazione che cede purtroppo a ingenuità cinematografiche comprensibili per un esordio interessante ma a tratti confuso.

L’elemento autobiografico traspare, forti citazioni cinematografiche più o meno  provocatorie lo accompagnano;  non ci sono buoni sentimenti, né cedimenti giudicanti.

Il film evidenzia il virtuosismo del doppio sguardo sulla realtà che la laurea in filosofia del regista consente: forse riguardando I figli della notte a distanza di tempo il meccanismo di analisi gli consentirà di affinare le capacità artistico/narrative, svezzandole da ingenuità perdonabili ma inconciliabili con questo tipo di velleità concettuali.

Beatrice Bianchini



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