Mal di pietre, il film tratto dal romanzo di Milena Agus con Marion Cotillard e Louis Garrel

Il film merita di esser visto, fosse anche soltanto per apprezzare i seni nudi di Marion Cotillard o per gli occhi moribondi di Louis Garrel dopo essersi fatto di oppio e morfina, nella speranza che il pubblico italiano posi gli occhi su questa pellicola e chieda venia così per non aver letto il romanzo della Agus

  • Anno: 2016
  • Durata: 117'
  • Distribuzione: Good Films
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Nicole Garcia
  • Data di uscita: 13-April-2017

Sinossi
Gabrielle è cresciuta in un ambiente agricolo e piccolo borghese dove il suo sogno di vivere una passione assoluta è considerato uno scandalo. I suoi genitori l’hanno data in sposa a José, operaio stagionale, incaricato di fare di lei uan donna rispettabile. Gabrielle, che non lo ama, si sente sepolta viva. Durante un soggiorno alla terme, dove è stata mandata a curare dei calcoli renali, Gabrielle conosce André Sauvage, tenente dell’esercito rimasto ferito durante la guerra d’Indocina, che farà rinascere in lei il bisogno assoluto d’amare.

Si sarebbe auspicata una sala gremita, ma la sbadata  e indifferente accoglienza alla proiezione romana per la stampa di Mal di pietre ha corroborato l’esito, ormai tristemente noto, dell’omonimo libro di Milena Agus da cui è tratta l’ultima pellicola di Nicole Garcia: caduto nell’oblio in patria, il romanzo,  soltanto dopo  una trionfale accoglienza all’estero, tradotto in più lingue, si è visto salutato a furor di popolo nel Bel Paese, conquistando, a buon diritto, numerosi e prestigiosi premi letterari: Campiello (Selezione Giuria dei Letterati 2007), Premio Strega (Cinquina dei Finalisti 2007), Premio Elsa Morante 2007 e Premio Zerilli Marimò 2008.

E se tra i recensori, chi scrive ha udito gli uomini giubilare in religiosa attesa, bramando di apprezzare il morbido corpo nudo del personaggio principale femminile, e le donne ridacchiare e cianciare per frasi a sfondo sessuale concernenti le mancate erezioni del coprotagonista, mi auguro che il film all’estero possa davvero  conoscere un destino che qui si prospetta avaro di sguardi ed elogi.

Nonostante Marion Cotillard, perfetta come toujours. Nonostante Louis Garrel, in un ruolo di malinconico seduttore terribilmente sexy dal nome mai più adeguato, Sauvage (Selvaggio). Nonostante  una storia di passione coinvolgente e una regia firmata da Nicole Garcia che adatta le pagine alla materia filmica (con la collaborazione alla sceneggiatura di Jacques Fieschi) come se stesse dipingendo ad ogni ora del giorno un quadro di Millet, tra fisarmoniche, luci del meriggio e infiniti campi di lavanda falciati da contadini dal volto bruno e bruciato dal sole.

Gabrielle (Marion Cotillard) figlia di  ricchi possidenti, ribelle alle regole del mondo in cui vive, in un paesino nel sud della Francia, considerata pazza perché da sempre alla ricerca del vero Amore (o Amour fou!), viene data in moglie ad un  onesto e morigerato contadino spagnolo di nome José (Alex Brendemül) affinché possa trasformarsi nella rispettabile Madame Rabascal. Una gravidanza non desiderata,  a cui segue un aborto spontaneo, rivela che alcuni dolori di cui sempre ha sofferto Gabrielle, considerati dalla severissima madre somatizzazioni senza importanza del suo malessere, vanno ricondotti ai calcoli renali, denominati in francese “Mal de pierres” ossia “mal di pietre”. Nuovamente contro il suo volere la donna viene portata in una stazione termale tra le Alpi per sottoporsi ad una cura. Lì, incapace di stabilire amicizie, se non con la cameriera Agostine, penetra casualmente nella stanza che odora di medicine e malattia di un tenente (Louis Garrel) reduce di guerra rimasto gravemente ferito nella guerra d’Indocina.

Agnosco veteris vestigia flammae …Giunti qui, si ha il dovere di tacere fornendo come ultima indicazione la biforcazione della vicenda stante l’incapacità di Gabrielle di adeguarsi al mondo in cui vive e quindi la sconvolgente migrazione della sua mente verso una storia d’Amore, mai esistita e rivelata con un episodio di funesta e malvagia sincronicità direbbe Jung, dalla visione casuale di un indirizzo a Lione: 26, Rue Commines.

È molto facile paragonare il ruolo di Gabrielle, come già fatto fino ad ora, ai grandi personaggi femminili della letteratura francese quali Madame Bovary o Adele H., ma l’interpretazione di Marion Cotillard, capace in una scena di mostrarsi ventenne e desiderabilissima e in un’altra una compiuta madre e moglie degli anni Cinquanta incorruttibile quanto inavvicinabile, recupera la tradizione letteraria degli artisti che contrassero il “mal de pierre”, malati nell’animo oltre che nel corpo fino a  reprimere o acquietare la sofferenza  estaticamente (Michel de Montaigne, Michelangelo  ecc…). Teatralmente, Gabrielle è inoltre sorella di Rosaura del pasoliniano Calderón che vive in continui sogni per fuggire alla sua realtà borghese, infatti architetta, complice un fatto celatole dal marito (povero Cristo spagnolo che ha visto la guerra e  la ama religiosamente  per pura pìetas), di fuggire con il suo amante con cui ha fatto l’amore  e crede di aver avuto un figlio. Crede, perché la pazzia e la malattia d’amore la portano a sostenere anche nei suoi stessi confronti un enorme inganno.

M’interessano i personaggi femminili che possiedono questa dimensione poetica così entusiasmante e vibrante. C’è qualcosa nella pazzia delle donne che mi affascina, soprattutto quando vi è in loro una sorta di fragilità, oltre che il potenziale affinché essa possa sgorgare fuori, sebbene a volte si rischi la catastrofe. Mi piacevano anche i personaggi maschili: José (José Rabascal) il marito, e Sauvage (Louis Garrel) l’amante. Mi piacciono per la loro modestia, il loro coraggio, e i loro silenzi”, afferma la regista Nicole Garcia.

La situazione quasi claustrofobica vissuta da Gabrielle fin dalla giovinezza, classificata sommariamente come ragazza da internare, per cui il matrimonio combinato è lo strumento riparatore dei danni compiuti da Madre Natura, la rende vittima di un “piccolo mondo antico”,  e il ricorso spontaneo all’immaginazione, alle proiezioni fantasmatiche, indirizzandola verso un comportamento animale ossia sensuale, romantico, selvaggio fino a credere alle proprie fantasie, rappresenta l’unica ancora di salvezza: ancora una volta Eros sconfigge Thanatos.

Vivamente interessata ai personaggi femminili la cui forza creativa va oltre i limiti stabiliti dalla società, dotati di una dimensione poetica entusiasmante e vibrante, composta chimicamente da umori, lacrime, sangue portatori sani di ardore, “[…]Gabrielle non perde mai quella forza pulsante che fa apparire tutto il mondo attorno  a lei così mediocre Quando si ribella e qualcuno cerca di reprimerla, sembra sottomettersi, mentre in realtà non arretra mai di un centimetro “ dichiara ancora Nicole Garcia.

Gabrielle infatti non accenna mai ad interrompere la “quête” de “la chose principale” (la cosa principale), tanto da chiedere aiuto nel corso dei diciassette anni della sua vita trasposti nel film ad un piccolo crocifisso che porta con sé ovunque: blasfemia a parte, entrambi hanno patito e soffrono le pene dell’inferno, vuoi per mondare i peccati del mondo, vuoi per commetterne a iosa ed esser felice.

Ignoro perché da parte della stampa italiana, sino ad ora,  ci si sia lanciati subito a paragonare Gabrielle alle donne che  attendono l’Amore, immobili, dietro una finestra: lo spessore della protagonista di Mal di pietre è semmai vicino all’altrettanto meraviglioso ruolo interpretato da Isabelle Huppert in Storia di Piera (Piera, pietra… pierres!) o al motore provocante e passionale dell’amicizia maschile in Jules et Jim di nome Catherine.

A tessere una trama di malinconia e sensualità è la melodia del brano La barcarola di Čajkovskij, suonato al piano della casa di cure termali da Sauvage e poi dal figlio di Gabrielle ad un concorso pianistico che si tiene a Lione, classificandosi al secondo posto: ritrovare per puro caso l’indirizzo 26, Rue Commines riannoda i fili di un’esistenza spezzata e guida lo spettatore a sistemare le tessere di quanto visto in forma di mosaico da completare.

Si tratta di un’operazione filmica non legata al montaggio, ma alla (ri)scrittura che vanta di recente altri mirabili esempi di reinvenzione della verità come La ragazza del treno, indipendentemente dal fatto che il punto di partenza sia l’adattamento di un romanzo.

Il film merita di esser visto, fosse anche soltanto per apprezzare i seni nudi di Marion Cotillard o per gli occhi moribondi di Louis Garrel dopo essersi fatto di oppio e morfina, nella speranza che il pubblico italiano posi gli occhi su questa pellicola e chieda venia così  per non aver letto il romanzo della Agus.

Mariangela Imbrenda

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