L’Accabadora: Enrico Pau racconta l’incontro tra la tradizione rurale contadina e la modernità

L'Accabadora è un'opera riuscita sotto diversi punti di vista. Enrico Pau racconta l'incontro tra la tradizione rurale-sacra-contadina e la modernità, registrando una mutazione, una trasfigurazione, che rielabora l'ordine simbolico. Il film risulta un documento che testimonia egregiamente un pezzo di storia del nostro paese

  • Anno: 2015
  • Durata: 97'
  • Distribuzione: Koch Media
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia, Irlanda
  • Regia: Enrico Pau
  • Data di uscita: 20-April-2017

Sinossi
Cagliari negli anni ’40 è già una grande città per chi giunge da un piccolo villaggio. Annetta vi arriva nei giorni in cui l’Italia sta entrando in guerra e gli Alleati iniziano a bombardarla. È una donna di circa trentacinque anni, sempre vestita di nero, solitaria e silenziosa, d’una bellezza di pietra tipica delle zone più arse della Sardegna.
A Cagliari nessuno sa nulla di questa donna che sembra custodire nel suo passato un terribile segreto. Dice di essere in cerca della nipote Tecla e trova lavoro e alloggio presso una famiglia altolocata che le lascia in custodia una grande villa e abbandona la città per sfuggire alla guerra.
Proprio durante un bombardamento, nella concitazione della fuga verso il rifugio, Annetta intravede Tecla uscire dal portone di una casa di tolleranza. Le offre aiuto, ma la ragazza sembra preferire quella vita umiliante piuttosto che accettare qualcosa da lei. La frattura tra loro sembra incolmabile e risiede nel passato di Annetta. Perché lei, per tutti, era l’Accabadora, colei che dà la “buona morte” ai moribondi che la richiedano, un ruolo tramandatole un tempo dalla madre. Ora Annetta si trova davanti a una scelta radicale: riprendere i suoi antichi abiti di Accabadora, o concedersi di vivere la vita sperimentandone le possibilità?

Recensione
Un bel film italiano, finalmente. L’Accabadora di Enrico Pau è un’indagine antropologica molto proficua, laddove la protagonista, una donna che ha ereditato l’antico ruolo di donare ‘la buona morte’ ai malati terminali, è una figura emblematica, che il regista sardo coglie nel momento del cambiamento, in un divenire che riformula la soggettività, mettendo a confronto la dimensione arcaica (e in un certo senso sacra) e la modernità. Annetta (interpretata da un’opportuna Donatella Finocchiaro) giunge a Cagliari negli anni ’40 durante i bombardamenti, e in questo scenario s’imbatte in situazioni e personaggi per lei completamente nuovi, che le impongono una rivisitazione critica della propria vita, fino a quel momento segnata da un fatale destino.

Colpisce, innanzitutto, l’accuratezza delle inquadrature, sia per quanto riguarda la dislocazione dei personaggi e degli oggetti nello spazio, sia per la fotografia, che risente di un cromatismo che vira verso colori pastello, vicini a quelli della campagna sarda, e i costumi che rivelano grande accortezza nella scelta. Insomma, nulla è casuale nel film di Pau, ogni immagine che scorre sullo schermo – a cominciare dal bel prologo in cui vediamo Annetta incedere in un campo tempestato di spighe di grano – è il frutto di un lavoro meticoloso, e lo spettatore non sprovveduto se ne rende subito conto e, dunque, segue con non poca attenzione le vicende dell’Accabadora, godendo di una bellezza che non scema mai, anche quando l’azione si sposta nella città.

È interessante  lo sguardo di Pau nei confronti della protagonista, in quanto sebbene Annetta sia oppressa da un ruolo che non ha scelto e che la connette tragicamente con un angosciante senso di morte (è in tutto e per tutto un ‘angelo della morte’), è difficile condannare fino in fondo la dimensione arcaica-sacra-rurale della sua funzione, in quanto radicata in un tessuto culturale e popolare antico, dove viene meno una netta distinzione tra bene e male, e la necessità (l’impossibilità di curare adeguatamente i moribondi) genera una normatività non scritta ma fortemente operativa.  Insomma, siamo proprio sicuri che la mutazione antropologica di Annetta sia la cosa migliore che possa capitare? Senza dimenticare, poi, le implicazioni di questa forma di eutanasia ante litteram, che imporrebbero un dibattito serrato sull’odierno trattamento della questione. Ma, evitando di inoltrarsi in sentieri impervi, ciò che si può dire è che il senso di sospensione del film – e non potrebbe essere altrimenti, visto che ciò che è messo in scena è il movimento del cambiamento interiore dell’Accabadora – è assai opportuno, in quanto si limita (si fa per dire) a registrare uno slittamento che rielabora sensibilmente l’ordine simbolico in cui è inserita Annetta, presagendo una trasfigurazione (che rimane giustamente fuori campo) a cui non si cessa di fare segno. Pau mostra questo momento di rielaborazione e riposizionamento, con una contestualizzazione storica precisa e puntuale. Gli altri personaggi, in particolare il medico, Albert (Barry Ward), e l’amica artista, Alba (Carolina Crescentini), accompagnano Annetta nel nuovo percorso, inaugurato dalla fondamentale pietà che la protagonista prova per la nipote Tecla (Sara Serraiocco), e che la induce a interrompere il meccanismo inarrestabile di cui è vittima.

Non sappiamo esattamente quale sarà il futuro dell’Accabadora, in quanto il regista, opportunamente, evita di prendere posizione nell’uno e nell’altro senso. Ciò che gli preme è narrare la cultura e le tradizioni delle sua terra, e, in questo senso, il film risulta un documento che testimonia egregiamente un pezzo di storia del nostro paese che rischiava di essere inghiottito dall’oblio.

Distribuito da Koch Media, L’Accabadora sarà nelle sale italiane a partire dal 20 Aprile.

Luca Biscontini

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