Florence Korea Film Fest: considerazioni finali sull’edizione di quest’anno

Si è chiusa venerdì sera al teatro Verdi, con un suggestivo spettacolo di musiche e danze coreane, la quindicesima edizione del Florence Korea Film Fest. Nei giorni precedenti la kermesse, l’unica in Italia interamente dedicata al cinema sudcoreano, si è svolta al cinema La Compagnia, la nuova Casa del Cinema dei festival internazionali ospitati dal capoluogo toscano.

Per celebrare una tappa importante come i quindici anni di vita del festival quest’anno il pubblico fiorentino e gli appassionati di cinema orientale hanno avuto la fortuna di poter assistere alla masterclass di un maestro del calibro di Park Chan-wook. Giunto a Firenze come ospite d’onore del festival, che gli ha dedicato una bella retrospettiva di quasi tutti i suoi lavori (ad eccezione di The Moon Is The Sun’s Dream e Saminjo, i primi due lungometraggi realizzati negli anni ’90), il cineasta non si è risparmiato negli incontri con la stampa e con gli spettatori.

Con un ospite d’onore di questa levatura sono passati un po’ in secondo piano gli altri registi che hanno accompagnato a Firenze i loro nuovi film, compreso un talento puro e cristallino come Kim Jee-woon, autore di titoli di culto come A bittersweet life e I saw the devil, che ha aperto il festival con The age of shadows, una spy story tesa e avvincente ambientata alla fine degli anni Venti del secolo scorso, durante l’occupazione giapponese della Corea.

In una edizione che ha avuto come ospiti autori così illustri e importanti non sono certo mancati i titoli di primo piano, molti dei quali applauditissimi alle ultime edizioni di Cannes e Venezia. Oltre ai nuovi lavori di Park Chan-wook (il suo The Handmaiden è stato tra i più apprezzati sulla Croisette) e di Kim Jee-woon (The age of shadows è stato presentato fuori concorso al Lido) il Korea Film Fest ha proposto il meglio dell’ultima, eccezionale, annata cinematografica coreana. Una produzione focalizzata soprattutto sul cinema di genere, dal thriller all’horror passando per il poliziesco, la commedia, l’action e i film in costume. Non poteva mancare Train to Busan, capace di infrangere ogni possibile record al box office coreano e di entusiasmare le platee internazionali. Diretto da Yeon Sang-ho, autore di due film d’animazione violenti e nerissimi come The king of pigs e The fake, qui al suo debutto nel live action con un film sugli zombie teso e avvincente in cui ha confermato tutto il talento di cui aveva dato prova nei suoi lavori precedenti. L’immancabile notte horror ha avuto come protagonista un nuovo titolo del regista Yeon Sang-ho, che subito dopo Train to Busan è tornato al film d’animazione con Seoul Station, sorta di prequel del suo zombie movie incentrato sullo scoppio della terribile epidemia che trasforma le persone in morti viventi assetati di carne umana. Tra gli altri titoli proposti dal festival hanno ben impressionato A man and a woman, il nuovo film di Lee Yoon-ki intriso di un romanticismo dolente e doloroso, e Tunnel, disaster movie diretto dal promettente Kim Seong-hun che aveva già convinto e lasciato il segno col precedente A Hard Day, proposto dal festival un paio d’anni fa.

In una edizione di tale livello si è raggiunto l’apice con The Wailing, il capolavoro del talentuoso Na Hong-jin (già artefice di due film di culto come The Chaser e The Yellow Sea) che ha ottenuto il Premio della Critica come miglior film del 15/mo Florence Korea Film Fest. Presentato fuori concorso all’ultima edizione del festival di Cannes, The Wailing è un thriller pessimista, ambiguo e oscuro che sconfina nell’horror puro e si apre a molteplici interpretazioni, un’opera lucida e spietata, anomala e bizzarra, ricca di colpi di scena, unica nel suo genere o, per meglio dire, nella sua sperimentazione dei generi più diversi e disparati.

Il Premio del Pubblico è andato invece a Lucky Key di Lee Gye-byok, action movie ricco d’equivoci e scambi d’identità campione di incassi in patria.

Per chiudere nel migliore dei modi il festival è stato scelto The net, l’ultimo lavoro di Kim Ki-duk presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola, per certi aspetti un ritorno alle origini dell’autore sudcoreano, fotografa la situazione di una Corea divisa, piena di contraddizioni e storture ideologiche sia al Sud che al Nord. Dopo un guasto accidentale al motore della sua barca, un pescatore nordcoreano va alla deriva e giunge in Corea del Sud, dove viene sottoposto a una serie di indagini e interrogatori brutali. Una volta rimandato a casa, tuttavia, il trattamento da parte delle autorità del suo paese sarà esattamente lo stesso, lasciando all’uomo la sensazione di essere un burattino intrappolato nella rete delle ideologie repressive di due nazioni divise e senza pace.

La quindicesima edizione del Festival ha testimoniato ancora una volta l’ottimo stato di salute della cinematografia sudcoreana, una delle più vive e vitali di questo nuovo millennio, capace di spaziare tra i vari generi con estrema disinvoltura e libertà creativa senza rinunciare alle ambizioni autoriali dei suoi esponenti di maggior spicco. Una produzione spesso contraddistinta da una mescolanza e da un intreccio dei vari generi cinematografici che sfocia in esiti notevoli che non di rado fanno emergere un approccio peculiare, delicato e intimista, prettamente autoctono, nel trattare le emozioni e i sentimenti umani.

Negli ultimi anni è divenuto sempre più raro vedere distribuiti nelle nostre sale i film coreani ma quest’anno molti dei titoli a cui abbiamo fatto riferimento sono stati acquistati per il mercato italiano e dovrebbero arrivare, se non al cinema, quantomeno in dvd e blu-ray per merito di società come la Movies Inspired e la Tucker Film che da sempre volgono il proprio sguardo e le proprie attenzioni al cinema asiatico.

Boris Schumacher

Utlima modifica: 3 aprile, 2017



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