In a Lonely Place, l’opera prima di Davide Montecchi, è un pregevole thriller psicologico dalle venature horror

Un po’ come nel cinema di Lynch, in cui nulla è reale e tutto è permesso, In a Lonely Place, opera prima di Davide Montecchi, decostruisce il reale per poi ricomporlo con i tasselli di un’esistenza più sognata che vissuta, più desiderata che consumata, riuscendo a sostenere le ambizioni di un film fuori dalla norma

  • Anno: 2016
  • Durata: 82'
  • Genere: Horror
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Davide Montecchi

Sinossi
Amore, passione e ossessione: ogni storia d’amore non è forse l’insieme di queste tre cose? E in un rapporto d’amore, ognuno non cerca anche se stesso attraverso l’altro? Un percorso che ci porta e ci invita ad attraversare insieme tutti i comportamenti automatici, falsi, costruiti, per raggiungere la nostra essenza più profonda e vera. Una via a tratti bellissima, a tratti terribile. Una via di conoscenza. Questa è la fede del protagonista del film, Thomas. Una fede laica, non dogmaticamente religiosa. La fede che solo la conoscenza di sé possa sconfiggere la morte, e donare l’immortalità a chi la possiede. Ed è questo il grande regalo d’amore che ha preparato per Teresa, la ragazza da lui amata da sempre segretamente: la conoscenza. Tutto è pronto nel grande hotel abbandonato. Lui la sta aspettando, sorridente, illuminato dalla luce del tramonto. Non vede l’ora di farle questo bellissimo regalo.

Recensione
Esordire con un lungometraggio di genere equivale a ipotecare il resto della carriera, poiché se da una parte questo tipo di scelta permette al regista di rendersi più riconoscibile di altri colleghi e di godere a priori di un pubblico di fedeli appassionati, dall’altra lo espone a una categorizzazione più rigida che rischia di limitarne la distribuzione nei circuiti commerciali. Prova ne sia In a Lonely Place, opera prima di Davide Montecchi, che per la sua prima volta si cimenta nella realizzazione di un thriller psicologico dalle venature horror, di quelli che sarebbero piaciuti al Polanski di Repulsion.

Detto che al momento il film non ha trovato ancora la via delle sale, quello che qui preme sottolineare è come la bontà del risultato finale sia destinata almeno per il momento a una schiera di fortunati non così numerosa come invece meriterebbe. La quale cosa è un vero peccato, perché Montecchi mette in pratica come meglio non si potrebbe le regole del cinema indipendente, senza dimenticare che tensione e paura dipendono innanzitutto da ciò che non si conosce e quindi, in termini cinematografici, dalla capacità delle immagini di evocare ciò che rimane fuori dal campo visivo. Da questo punto di vista la vicenda narrata dal film è di quelle che stimolano l’immaginazione dello spettatore, poiché la situazione di pericolo in cui versa la giovane donna ci viene presentata senza che di lei e del suo persecutore si conoscano precedenti e motivazioni. Spogliata di qualsiasi movente psicologico o materiale che non sia quello dell’insana follia dell’uno e dell’altro e rinchiusi in un albergo andato in disuso, la relazione tra l’uomo e la donna per quanto definita nei suoi  rapporti di forza (lei per la maggior parte del film è legata mani e piedi su una sedia sotto la minaccia del coltello impugnato dal malefico carceriere) viene continuamente rimessa in discussione da detour visivi e sensoriali all’interno dei quali ruoli e rapporti sembrano perdere il loro significato originario, risultando il frutto di un singolare passatempo amoroso.

Un po’ come nel cinema di Lynch, in cui nulla è reale e tutto è permesso, In a Lonely Place decostruisce  il reale per poi ricomporlo con i tasselli di un’esistenza più sognata che vissuta, più desiderata che consumata, riuscendo a sostenere le ambizioni di un film fuori dalla norma grazie alle caratteristiche di un dispositivo che lavora sul tempo cronologico e sullo spazio ambientale, trasfigurando il presente narrativo all’interno di un contesto in cui le musiche retrò, gli interni impolverati e spogli dell’albergo prigione si fondono con il processo d’astrazione operata sulla realtà attraverso la particolarità del formato filmico (una sorta di cinemascope) e mediante l’utilizzo sistematico di campi medi e lunghi che, allontanandole dalla vista, trasforma le fattezze delle figure umane, e in special modo quella del luciferino protagonista (Luigi Busignani), in qualcosa che trascende l’umano e che assomiglia alla personificazione dei sentimenti d’orrore e di passione presenti nel corso della storia. Passato con successo in diversi  festival e concorsi dedicati al genere di riferimento, In a Lonely Place è un debutto di cui prendere nota.

Carlo Cerofolini

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