La battaglia di Hacksaw Ridge

  • Anno: 2016
  • Durata: 135'
  • Distribuzione: Eagle Pictures
  • Genere: Storico
  • Nazionalita: USA, Australia
  • Regia: Mel Gibson
  • Data di uscita: 02-February-2017

Sinossi: La storia di Desmond T. Doss, cresciuto secondo la fede degli avventisti del settimo giorno, che si arruolò all’età di 23 anni diventando il primo obiettore di coscienza per essersi opposto all’uso di qualsiasi tipo di arma. Lavorò come assistente di sanità e ricevette la medaglia d’onore per aver salvato 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nella seconda guerra mondiale, senza mai utilizzare un’arma.

Recensione: Del resto, si sa, Hollywood è piuttosto restìa a perdonare i passi falsi, sia che si tratti di box office che di vita privata. È la dura legge della Mecca del cinema e, in genere, non fa sconti. Talenti anche sopraffini hanno visto la propria carriera interrompersi in modo brusco da un giorno all’altro e il processo di redenzione che in genere segue la caduta, e che pure affascina molto gli americani, non è sempre detto che porti a una riabilitazione tout court. Proprio come Mel Gibson: uno che, lo ricordiamo, nel ’95 si portava a casa cinque Oscar con Braveheart ed era ormai da più di dieci anni considerato dagli Studios poco più che un paria.

Tra i problemi con la bottiglia e brutte storie di violenza domestica e sfuriate antisemite, l’attore e regista australiano sembrava solo un altro esempio di come il sistema hollywoodiano reagisca alla relativa ingestibilità di certi personaggi (da Mickey Rourke a Nick Nolte la lista è lunghissima) semplicemente relegandoli ai margini. Tanto che l’amica Jodie Foster dovette battersi non poco quando si trattò di averlo come protagonista nel suo Mr. Beaver. Tutto questo per dire come la notizia che la scorsa estate Gibson avrebbe presentato il suo ritorno dietro la macchina da presa fuori concorso a Venezia avesse stupito non poco.

Stupore amplificato poi dal cospicuo numero di nomination raggranellate da La battaglia di Hacksaw Ridge sia ai Golden Globe che alla prossima notte degli Oscar. Un film, basato su fatti realmente accaduti, dal taglio iperclassico, che contiene al suo interno tutti i principali topoi del cinema gibsoniano, sia nel bene che nel male: dall’insistita monodimensionalità dell’impianto narrativo al fervore profondamente cristiano che anima il protagonista. Sì, perché la parabola dell’obiettore di coscienza Desmond Doss non è altro che una declinazione bellica de La passione di Cristo. Il concetto alla base dell’opera resta, in buona sostanza, quello del “sacrificio nel sangue”.

E se da un lato è notevole l’intuizione di osservare la guerra dall’inedito punto di vista di un eroe che pretende di dare il suo contributo alla Nazione senza combattere, bensì cercando di “rimettere insieme i pezzi di ciò che la guerra distrugge”, la solita mano pesante di Gibson finisce con l’azzerare ogni forma di ambiguità morale o anche solo di sottile comprensione delle ragioni nemiche. Siamo insomma lontani anni luce dal dittico su Iwo Jima firmato Clint Eastwood. Perché qui le ragioni dello scontro non contano, conta il percorso ascensionale di un corpo dichiaratamente alieno al contesto in cui si trova a operare, talmente votato al martirio da negare qualsiasi possibilità di empatia allo spettatore.

Ed è curioso che ad interpretarlo sia quello stesso Andrew Garfield che, in Silence, riveste di ben altre sfumature (leggi “dubbi”) un personaggio per molti versi simili a questo nel suo essere spinto da una fede incrollabile. Mel Gibson, di suo, ci mette una perizia non comune nella costruzione di sequenze di battaglia sanguinosissime – a tratti anche inutilmente pulp – in cui il rosso del sangue versato si fonde al fuoco delle esplosioni in immagini al confine tra l’iperrealismo e l’afflato mistico.

Laddove però sarebbe facile bollare La battaglia di Hacksaw Ridge come un costoso esercizio di stile e di retorica superomistica anche vagamente destrorsa, assai più interessante può risultare una lettura che tenga conto delle vicissitudini personali del suo autore. Se la parabola cristologica di un ragazzo che non si limita ad andare in guerra senza mai toccare un fucile, ma letteralmente si sobbarca del peso delle vittime della violenza che ripudia, riguardasse non solo l’ennesimo martire votato a una causa superiore (il vero fil rouge che unisce William Wallace, Gesù e il giovane guerriero Maya di Apocalypto) ma lo stesso Mel Gibson?

Ecco che, in quest’ottica, ci troveremmo dinanzi al mea culpa di un dio decaduto che reclama il suo posto nell’Olimpo. Una rivendicazione forte e del tutto coerente con una poetica grezza quanto vogliamo ma anche solida,  piena com’è di eroi senza macchia che avanzano soli contro le efferatezze di un destino in ogni caso già scritto.

Fabio Giusti

GUARDA IL TRAILER >>

Utlima modifica: 2 Febbraio, 2017



Condividi