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VISTI AI FESTIVAL

28 Trieste Film Festival: Zoology di Ivan I. Tverdovsky

Film non scevro di intenti allegorici e di qualche spunto esistenzialista, Zoology mette in scena nella Russia di oggi la crisi profonda di una donna di mezza età, che vive male la propria condizione in un contesto antropologico determinato da rivalità tra colleghe, corruzione, intoppi burocratici, bullismo, atteggiamenti superstiziosi. Presentato in questi giorni, tra le “sorprese di genere”, al Trieste Film Festival.

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Quasi non ve lo vorremmo svelare, quale sia il problema che angustia maggiormente Nataša, protagonista del così disturbante e kafkiano lungometraggio diretto dal russo Ivan I. Tverdovsky. Ma potremmo sempre offrire qualche indizio a riguardo. Qualcosa da scoprire molto prima dei titoli di… CODA. Ed al contempo qualcosa che, pur senza quelle connotazioni ridanciane e pecorecce, si potrebbe riallacciare a uno storico titolo di Pasquale Festa Campanile: Quando le donne avevano la CODA. Insomma, abusando delle maiuscole e facendo un bieco ricorso a trovate degne (o forse indegne) della Settimana Enigmistica, dovremmo avervi chiarito in qualche modo quale sia la misteriosa protuberanza spuntata fuori, inopportunamente, alla sfortunata Nataša… sfortunata in tutti i sensi, considerando che la modesta impiegata dello zoo locale viene regolarmente vessata dalle sue colleghe e dai superiori, ha una madre fanatica religiosa che l’assilla di continuo, ed ha pure rapporti poco felici con gli uomini.

Per quanto si sia ora provato a introdurlo con uno toni umoristici, persino un po’ sguaiati, questo lungometraggio dall’impronta velatamente (ma ambiziosamente) autoriale presentato durante il 28° Trieste Film Festival (e per la precisione tra le cosiddette “SORPRESE DI GENERE”, sorprese che verrebbe qui voglia di definire anche degeneri!) tende più verso il grottesco, verso le venature acide di una tragicommedia in cui l’odierna società russa è foriera di qualche ostentato disagio.
Film non scevro dunque di intenti allegorici (e di qualche spunto esistenzialista, volendo), Zoology (Zoologiya, il titolo originale) mette in scena la crisi profonda di una donna di mezza età, che vive male la propria condizione in un contesto antropologico determinato da rivalità tra colleghe, corruzione, intoppi burocratici, bullismo, atteggiamenti superstiziosi. Quella misteriosa protuberanza metaforizza ovviamente il sentirsi fuori posto. E non mancano, a livello di linguaggio cinematografico, i riferimenti neanche troppo criptici alla poetica di un Ferreri come anche a quella di Cronenberg, al suo gusto per le mutazioni corporee.
Peccato, semmai, che l’apologo surreale costruito su una valida intuizione dal giovane Ivan I. Tverdovsky a volte si perda, inseguendo digressioni meno efficaci o proponendo scene significative, come quella dello scandalo in discoteca, con poca accuratezza e incisività. Ma il personaggio di Nataša resta comunque ben impresso. E anche quando il regista e la protagonista decidono (letteralmente) di darci un taglio, un po’ di salutare turbamento non può che rimanere, nello spettatore, dopo essersi sedimentato nei frangenti più sgradevoli e imbarazzanti della visione.

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