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VISTI AI FESTIVAL

TEKFESTIVAL: LA RASSEGNA DI CINEMA DELLE DONNE ALLA IV EDIZIONE

La rassegna di cinema delle donne all’interno dell’ultima edizione del Tekfestival ha costituito un importante momento di riflessione, per riportare all’attenzione questioni e temi che hanno scandito l’evoluzione dei movimenti di emancipazione femminili, dagli anni settanta ad oggi. A cura di Elisabetta Colla

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Tra le tante visuali ed angoli di osservazione cinematografici offerti anche quest’anno dal Tek Festival, un posto di particolare rilievo è stato senza dubbio ritagliato dalla Rassegna del cinema delle donne, con un’oculata selezione di opere che potremmo chiamare – il termine è desueto, ma sempre chiarissimo – di “controcultura” o, per essere più in tema, di “antagonismo” sociale e politico. Dai temi toccati allo stile delle registe, un’inconfondibile vento di rottura con l’usuale, tra rabbia e poesia, ha attraversato la sezione del Tek dedicata al cinema delle donne, raggiungendo pienamente lo scopo di coinvolgere il pubblico presente alle proiezioni.

Ad aprire la Rassegna (in replica per due giorni consecutivi) due cortometraggi della giovane regista bulgara Nadejda Koseva, che ben disegnano i cambiamenti intervenuti dopo il 1989, nell’Est europeo, nella vita delle donne (e non solo): si tratta di The Ritual, film sui preparativi di matrimonio, in un villaggio della campagna bulgara, tra un ragazzo del posto emigrato in Europa e la sua giovane sposa francese, ed Omelette, sulla povertà e scarsità di cibo vissuta dalle popolazioni negli anni antecedenti alla caduta del Muro.

La prima pellicola (presentato alla Berlinale 2005 e selezionato in numerosi festival), girata da 6 filmakers dell’Europa dell’Est, fa parte dell’opera collettiva Lost and Found ,ed elabora il rapporto fra le diverse generazioni in un mondo in evoluzione; la seconda (selezionato al Sundance 2009) è una delle perle di una collana di 15 cortometraggi commissionati a 15 registi, artisti teatrali e di arti visive, che compongono il primo film collettivo bulgaro sugli ultimi 15 anni di transizione (dal 1996 ad oggi) tra passato e presente.

“Credo che il TekFestival – ha affermato la Koseva, ringraziando gli organizzatori ed il pubblico in sala – sia una manifestazione sincera, autentica e dallo stile personale. I due corti presentati raccontano storie e situazioni in qualche modo personali, e che mi sono care: ho girato The ritual con registi che non conoscevo ed ora, invece, abbiamo creato un network forte e indipendente, perché è importante non essere da soli; Omelette tocca il tema della crisi e di come ciascuno la affronta: in quei momenti il nostro piccolo mondo diventa un’esperienza globale. In 15 anni la Bulgaria è cambiata moltissimo, molti giovani se ne sono andati, anche io ho studiato 2 anni in Olanda, ma poi sono tornata, perché mi sento bulgara e voglio lavorare nel mio Paese”.

Scenario diverso e più nostrano quello del documentario Zanzibar: una storia d’amore, di Francesca Manieri e Monica Pietrangeli, che ricostruisce le vicende dello storico locale romano Zanzibar (in Via del Plebiscito), nato nel 1978 dalle tante sfaccettature dei movimenti femminista e lesbo, gestito con grande coraggio e forza di volontà da una coppia di donne, e ritrovo di incontri politici, artistici e letterari, simbolo ed emblema di una gloriosa stagione di lotte.

“Desideravo recuperare, attraverso la storia dello Zanzibar, la memoria di una stagione in relazione al femminismo, al lesbismo, alla sperimentazione politica ed alla creazione artistica – ha affermato Francesca Manieri presente al Nuovo Cinema Aquila alla proiezione del documentario. “Molte delle donne che ho intervistato si sono viste raccontate nel documentario, hanno visto parte della loro memoria, e devo ringraziare una di loro in particolare che mi ha generosamente donato i suoi materiali d’archivio inediti. Ancora oggi è difficile raccontare il lesbismo e l’omosessualità, nonché tutto il mondo legato alle battaglie delle donne”.

Infine, unico lungometraggio della rassegna, il film Prinzessin della regista tedesca Birgit Grosskopf è la storia di un gruppo di ragazze in uno squallido sobborgo industriale della Germania Occidentale: la protagonista diciottenne, Katharina, emigrata dalla Russia, trascorre il proprio tempo con una piccola banda di amiche, fino al sopraggiungere di eventi che cambieranno radicalmente le loro vite, rivelando il disorientamento delle giovani generazioni nelle aree metropolitane.

Benché non programmato espressamente all’interno della Rassegna delle donne, sembra a buon diritto rientrarvi anche Ladyfilmine, documentario molto ben costruito e finemente confezionato da una regista esordiente, Giulia Vallicelli, archivista di mestiere, con la passione per tutti i formati storici;  il film si concentra sulle giornate dedicate alla LadyFest (manifestazione dalle molte anime: femminista, lesbo, queer, comunque artistica e creativa, di sole donne), realizzata l’anno scorso in Italia, sul modello di altre capitali europee, ed ospitata in diversi centri sociali romani: “Ho girato tutte le immagini nell’arco di quattro giorni, ma ho lavorato molto più a lungo per ottenere il prodotto finale – afferma la regista ringraziando il pubblico, la montatrice e tutte le LadyFester presenti alla proiezione per la disponibilità e l’aiuto dato anche nella post-produzione – utilizzando una cinepresa da 15 euro e sviluppando in casa le pellicole in 8mm, ancora reperibili ed economiche. Normalmente il Super8 è usato per dare il colore dei momenti “vintage”, a me, invece, è servito per dare corpo alle immagini di un diario o, meglio, di un “fanzine”; il Super8 è stato il mio occhio. Credo che questo documentario rappresenti bene la vicinanza tra il mondo femminista degli anni Sessanta e Settanta e i tanti movimenti femministi contemporanei che si sono costituiti”.

Per concludere la carrellata sulla Rassegna, non si può non ricordare la selezione di opere della video artista slovena Marina Grzinic, che hanno dato vita ad un interessante percorso audiovisivo, tra femminismo, conflitti ed analisi dei cambiamenti in Europa dell’Est.

Elisabetta Colla

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