Remind di Antonio Lobusto: riacquistare la memoria e avere voglia di sparire

Svegliarsi sulla spiaggia e cominciare a vagare, senza una meta, dove spinge il vento. In realtà, ciò che si cela è ben più profondo;  entrano in gioco le dinamiche del vuoto di memoria, della ricerca della verità quando la mente tira brutti scherzi. Forse l’apparente amnesia non è fortuita, forse è causata da uno shock talmente forte da resettare il cervello e sconvolgere l’esistenza del protagonista. Una collana al collo di una ragazza – di certo l’amata –  accende e spegne la luce della ragione. L’uomo sembra essere divorato da un malessere interiore, lacerante e lancinante, che cresce con l’aumentare dei ricordi che riaffiorano.

Forse un omicidio o forse no, non importa. Basta solo sapere che c’è un antefatto, necessario a creare un’atmosfera di pena, sia per la vittima che per il carnefice. Entrambi sono figli del medesimo risvolto della medaglia. Un particolare azzeccato, che desta l’attenzione dell’osservatore è l’inquadratura di schiena del protagonista. Osservato mentre guarda il mare sopra un pontile di legno, la bestia nera dei ricordi, riaffiora, in tutta la sua durezza. Il peso di un’azione forse impunita, impulsiva e irreversibile è straziante. Infine l’oblio, la desolazione di colui che sa ma non può tornare indietro. Nei luoghi della memoria, al battere delle onde che si infrangono sulla battigia, si consuma una tragedia che strizza l’occhio al noir.

I protagonisti di Remind, Antonio Chiarello e Chiara Sansone, sono diretti da Antonio Lobusto, il quale ha anche scritto la storia. Il regista che è coproduttore insieme a Sante Diomede – Assistant director – è Antonio Lobusto. Già conosciuto per la realizzazione di A Bag, sembra che stavolta abbia colto nel segno. Degno di menzione è il lavoro svolto come direttore della fotografia. I cambi di registro, dal bianco e nero alle luci fredde del mare, in cui il colore pare pallido, svampito, ma comunque presente, sembrano comunicare una certa freddezza dell’anima, un vuoto incolmabile prodotto della scoperta agghiacciante, dalla memoria che ritorna e fa male. Le musiche di sottofondo sono due: Her tragedy di Christian Flanders e Ghost limb di Ben Carey. Entrambe suffragano la causa della storyline silenziosa; danno peso e sostanza alle immagini, offrendo un ventaglio emotivo che evoca dolore e tormento.

Dario Cataldo

Utlima modifica: 24 Novembre, 2016



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