A Bag di Antonio Lobusto, quando la suspense non è abbastanza

La curiosità di un ragazzo è la scintilla che innesca il fuoco: un pedinamento misterioso, quasi surreale. Un uomo in nero, con una borsa, seduto su una panchina di un parco, incentiva l’interesse di uno sconosciuto che, prima con lo sguardo e poi fisicamente, accompagna lo spettatore verso un “vorrei ma non posso”. All’improvviso l’uomo con la borsa scompare; l’unico segno della sua presenza è proprio tra i cassonetti dei rifiuti. Il ragazzo curioso trova la borsa, la apre, la scruta, la fruga, fino a prenderne possesso. A questo punto il ciclo ricomincia, con lui nelle vesti del custode della “borsa-feticcio” e un altro sconosciuto nelle vesti di curioso che pedina il nuovo bersaglio.

Un cortometraggio interamente in bianco e nero, che rimanda ai thriller vecchio stampo, non basta a sopperire una storia di fatto aleatoria. Scritto e diretto da Antonio Lobusto, A Bag non va oltre il tributo a un filone cinematografico non certo privo di originalità ma che comunque da questo punto di vista ha già esaurito la sua carica emotiva. Le riprese e il montaggio di Graziano Accoto – che ha curato anche la fotografia e in tandem con Lobusto la produzione –,  con gli spostamenti continui della videocamera dall’inseguitore all’inseguito, non riescono a catturale l’occhio più o meno educato al genere. La suspense ben presto lascia il posto alla scontatezza e all’ovvietà. La diretta conseguenza è un appiattimento che fa sembrare interminabili i 6:49 minuti della pellicola.

L’unico motivo d’interesse potrebbe essere ricercato nel contenuto della borsa: cosa c’è di così ambiguo, segreto e impenetrabile all’interno del “feticcio” da preservare? Soldi, stupefacenti, titoli di credito, materiale compromettente? Tutto è possibile ma non basta a supportare un’impalcatura che, nelle fondamenta, nasconde monotonia e qualche insidia, frutto del solito cliché fatto di inquietudine e incertezza unito al sospetto che tutto è fumo negli occhi. Azzeccata è la traccia musicale dal titolo Drums of the Deep di Kevin MacLeod. Il battere delle percussioni scandisce il tempo dei movimenti, delle inquadrature, della trama. Un suono quasi tribale, ancestrale, che rimanda alla notte dei tempi in salsa elettronica. Purtroppo non è sufficiente a generare tensione e voglia di rivedere il corto.

Dario Cataldo

Utlima modifica: 24 Novembre, 2016



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