Ravenna Nightmare: Villmark Asylum di Pål Øie

A volte ritornano. Anche se per realizzare i loro film hanno l’abitudine di aggirarsi tra i più solitari e tenebrosi boschi scandinavi!
Difatti Pål Øie era già stato in concorso a Ravenna parecchi anni fa, col precedente Villmark (2003) noto anche come Dark Woods. Da allora ne è passata di acqua lungo i fiordi. Ed il cineasta norvegese nel frattempo ne ha girato pure un altro di horror, qui purtroppo non pervenuto: Hidden (Skjult, 2009), che comunque pare abbia riscosso minor gradimento dell’altro. Così nel 2015 Pål Øie è tornato al “brand” che aveva ottenuto più successo sia in patria che all’estero, girando quel Villmark 2 da noi conosciuto al Ravenna Nightmare 2016 come Villmark Asylum, titolo internazionale che pone bene in rilievo l’importanza della sinistra, inquietante, lugubre location ove ha luogo questa volta la vicenda: un vecchio sanatorio in rovina perso nella foresta.

Nella programmazione di un festival come quello ravennate, che tende ad approcciare il cinema di genere in maniera eccentrica, intelligente, sacrificando a volte i prodotti più commerciali in favore di altri che lavorano sul perturbante, sulle zone d’ombra, su tutte le possibili ibridazioni, qualche film di paura duro e puro che lavori invece su meccanismi più basici, elementari, ogni tanto ci vuole. Sempre che sia girato bene, che non abbia il fiato corto. Ed è questo, fortunatamente, il caso di Villmark Asylum.
All’inizio del cupo e angosciante lungometraggio diretto da Pål Øie un gruppo di tecnici qualificati viene trasportato in elicottero nel cuore di una ragione boschiva, dove gli elementi di spicco del paesaggio sono un lago apparentemente placido e sullo sfondo l’imponente, per quanto fatiscente edificio, che un tempo fungeva da casa di cura. Gli uomini e donne che compongono l’agguerritissimo staff hanno il compito, in pochi giorni, di fare rilevamenti ed altre operazioni preliminari, che porteranno poi al previsto abbattimento dell’edificio. Ma pernottando lì, oltre a fare quasi subito la conoscenza di un bizzarro e misterioso guardiano, verranno ben presto a sapere di alcune truci storie locali, tra cui quella di un aviatore tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo esser stato abbattuto, avrebbe fatto una brutta fine per mano dei partigiani. Altri racconti di morbosi esperimenti medici si sommano a quella vecchia storia, già così raccapricciante di suo. E quando strane presenze cominciano a manifestarsi tra corridoi e stanze abbandonati da anni, per gli incauti ospiti della struttura sarà un’avventura da incubo a prendere forma, inesorabilmente, di fronte ai loro sguardi attoniti…

In sala, a una domanda piuttosto calzante del pubblico, il regista norvegese ha risposto sottolineando che la stupefacente location del film anche nella realtà è un ex sanatorio abbandonato da tempo, scovato durante i sopralluoghi. Il primo merito ascrivibile a Villmark Asylum coincide pertanto con l’ottimo utilizzo che è stato fatto della singolare cornice ambientale. Se l’intreccio e le modalità di esplorazione del luogo maledetto possono poi ricordare altri horror come il seminale Session 9 (2001) di Brad Anderson, un’altra nota di merito è per Pål Øie aver rinunciato all’ormai abusata prassi del “found footage” (pur citata incidentalmente attraverso il ritrovamento di alcune videocamere di sorveglianza, da parte dei tecnici in missione), per ripiegare invece su una regia più classica, dai ritmi sincopati, capace comunque di generare una tensione costante. Di contro il background un po’ confuso dei personaggi e – soprattutto – di quelle truci leggende, esposte poco alla volta e intimamente legate allo scenario descritto, rischia a tratti di lasciare un po’ spaesati gli spettatori. Ma se ci si abbandona a un simile crescendo di orrori, senza lasciar spazio a ulteriori interrogativi, la visione del film genera comunque le giuste dosi di adrenalina, complice anche una colonna sonora piuttosto curata.



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