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VISTI AI FESTIVAL

Ravenna Nightmare: Tragedy at Rodger’s Bay di Philipp Abryutin

Un po’ western traslato nell’Artico russo, un po’ metafora politica (facilmente trasferibile dall’era sovietica alla Russia attuale), un po’ noir dalle conseguenze inaspettate, Tragedy at Rodger’s Bay convince per la temeraria ed eccentrica ambientazione, ma anche per le forti tensioni etiche di cui si fa carico la detection del giovane protagonista. Davvero un ottimo battesimo del fuoco (e del ghiaccio), per questo debutto di Taxi Drivers quale media partner del Ravenna Nighmare!

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Già da diverse edizioni Taxi Drivers segue con particolare attenzione un festival come il Ravenna Nightmare, probabilmente il migliore in Italia per chiunque voglia indagare “the Dark Side of Movies”, volendo citare la formula assai efficace che campeggia quest’anno sulle locandine, sul catalogo e su tutto il materiale informativo e promozionale. Sintesi decisamente azzeccata di ciò che il Nightmare ha rappresentato in questi anni. E per cementare ancora di più un così soddisfacente, proficuo rapporto, per questa edizione n°14 la nostra rivista si è addirittura proposta come media partner. La nuova avventura è pertanto iniziata. L’approdo del sottoscritto e del debuttante (al festival ravennate, perché di eventi come il capitolino Fantafestival è colonna ormai imprescindibile) Master Blaster, collega ferratissimo in tutto ciò che concerne il cinema horror, ha coinciso peraltro con una doppietta russa sulla carta assai stuzzicante: il 29 ottobre erano ben due i film in concorso caratterizzati da tale provenienza, Tragedy at Rodger’s Bay di Philipp Abryutin e Paranormal Drive di Oleg Asadulin. Alla fine è stato soprattutto il primo a colpire in positivo la nostra attenzione. Parliamone, perciò, più dettagliatamente…

A rendere particolarmente allettante la visione di Tragedy at Rodger’s Bay è innanzitutto l’ambientazione insolita, estrema, corrispondente per giunta a un periodo storico travagliatissimo per la Russia: il film si ispira infatti, con qualche libertà, a un truce episodio di cronaca nera avvenuto nel 1935 in uno dei lembi più settentrionali dell’immenso territorio sovietico, l’Isola di Wrangler incastonata in mezzo all’Artico.
In quella landa remota, abitata da pochi ricercatori, da agenti governativi e dalle sparute comunità di genti abituate a sopravvivere in condizioni climatiche proibitive, come gli Inuit e i Chukchy, avvenne in circostanze piuttosto oscure l’omicidio del medico locale, il dottor Wolfson. Dall’indagine che un ispettore dell’NSRA inviato da Mosca portò avanti in loco, uscirono fuori circostanze inquietanti correlate al feroce antisemitismo di alcuni funzionari della stazione di ricerca polare, nonché altre violenze subite dalla popolazione del luogo. Pur con molti dubbi sull’esatta ricostruzione dei fatti, si approdò ad alcune condanne a morte, anche in virtù di due capisaldi propagandistici della politica staliniana di allora: la millantata volontà di integrare nel percorso di formazione dell’uomo nuovo sovietico anche certe realtà tribali dai costumi antichi, nonché la lotta al “banditismo” e all’antisemitismo, con quest’ultimo che poco più avanti sarebbe paradossalmente diventato uno dei tratti caratterizzanti dell’azione repressiva di Stalin in Unione Sovietica.

Da questa cornice, opportunamente rivisitata, il giovane regista Philipp Abryutin è riuscito ad estrarre un thriller politico (ed esistenziale) teso, incalzante, che si compiace sia della messa in scena curata ma estremamente classica che del rigore filologico nell’ambientazione: distese innevate e battute dal vento, baracche circondate dal gelo, slitte trainate da cani. Tutto ciò è il frutto di una scelta precisa da parte dell’autore, che tra l’altro pare sia nato proprio in una delle aree poste all’estremo est della Federazione Russa, ed abbia trascorso parte dell’infanzia assieme alla famiglia tra i pastori di renne della regione. Lo stesso Philipp Abryutin, presentando il film al pubblico di Ravenna, ci ha tenuto a sottolineare di averlo voluto girare a tutti i costi nella regione artica, nonostante la produzione gli avesse proposto di realizzarlo invece nelle più facilmente raggiungibili alture innevate, situate nei dintorni di Mosca. Pensiamo anche noi che non sarebbe stata la stessa cosa.
Un po’ western traslato nell’Artico russo, un po’ metafora politica (facilmente trasferibile dall’era sovietica alla Russia attuale), un po’ noir dalle conseguenze inaspettate, Tragedy at Rodger’s Bay non convince soltanto per la temeraria ed eccentrica ambientazione, ma anche per le forti tensioni etiche di cui si fa carico la detection del giovane protagonista, l’ispettore Nikolaj. Senza contare che i rapporti ruvidi e spesso tragici tra la cultura tradizionale dei nativi e la burocrazia sovietica (già corrosa da spinte autoritarie) ci ha ricordato, con tutte le differenze del caso (anche di natura etnica e geografica), qualche analoga suggestione riscontrata in un piccolo capolavoro del cinema russo contemporaneo, Angels of Revolution di Aleksey Fedorchenko.