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VISTI AI FESTIVAL

73 Festival di Venezia: Paradise di Andrej Končalovskij (Leone d’Argento)

Sceglie la via dell’intervista immaginaria Andrej Končalovskij, per proporre la sua elaborazione di quello che è uno dei temi più rappresentati dal cinema. E per questo motivo, probabilmente già parte svantaggiato, nel senso che sarebbe stato necessario realizzare qualcosa di davvero originale per non cadere nel cliché e per destare entusiasmo, trattando ancora una volta dell’olocausto

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Sceglie la via dell’intervista immaginaria Andrej Končalovskij, per proporre la sua elaborazione di quello che è uno dei temi più rappresentati dal cinema. E per questo motivo, probabilmente già parte svantaggiato, nel senso che sarebbe stato necessario realizzare qualcosa di davvero originale per non cadere nel cliché e per destare entusiasmo, trattando ancora una volta dell’olocausto.

Anche in Paradise, opera del regista russo presentata in concorso alla 73esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, come in alcuni momenti di Jackie di Pablo Larrain, la narrazione si sviluppa a tratti attraverso una dimensione dialogica, anche se in questo caso in realtà il dialogo è fittizio, un espediente, non è mai visibile l’interlocutore, che si rivela soltanto nel finale e i personaggi si rivolgono alla macchina da presa.

Si potrebbero individuare delle analogie tra Paradise e un’altra opera sempre in concorso quest’anno a Venezia, il meraviglioso Women who left di Lav Diaz, e potrebbe essere un modo per provare a chiarire perché l’ultimo lavoro di Končalovskij sia un lavoro non mal eseguito, non deprecabile o criticabile aspramente, ma che al contempo non si possa certo definire indimenticabile. Entrambi i film sono in bianco e nero, entrambi trattano di un popolo sofferente avvicinandoglisi a partire da singoli personaggi, entrambi hanno un incipit nel quale la narrazione parte da un contesto carcerario, ponendo l’accento da subito su situazioni di frustrazione e prevaricazione dalle quali l’individuo esce per poi trovarsi in un mondo ancora più difficile da affrontare. La differenza tra le due opere sta nell’anima che sono in grado di trasmettere. Ognuna delle vicende raccontate nel film di Lav Diaz è squisitamente intima e possiede una personalità propria fortissima che la rende coinvolgente e appagante a prescindere dal fluire della trama, possiede appunto un’anima propria. Nel caso di Paradise, purtroppo invece, nessuno dei tre personaggi raccontati assume mai abbastanza intensità da suscitare empatia. Essi si percepiscono un po’ come degli strumenti funzionali a descrivere una situazione e il coinvolgimento viene più che altro dal racconto delle violenze e delle barbarie perpetrate nei confronti degli ebrei che tutti conosciamo e che inevitabilmente colpiscono e fanno rabbrividire chiunque, ma non si tratta di un risultato ascrivibile a meriti del film. Quindi è naturale che si sussulti se ci si parla di corpi seppelliti vivi o di ossa e teschi che restano interi dopo la cremazione perché i forni non sono progettati bene e sentire un ufficiale tedesco che se ne lamenta perché occupano troppo spazio.

Ma non è sufficiente. È il fatto a sconvolgere, non il film. Oltretutto, la messa in scena appare molto più artificiosa e patinata e questo contribuisce ulteriormente a mettere distanza tra la pellicola e lo spettatore. Anche le dinamiche scelte per portare avanti l’esposizione non sono particolarmente originali, si pensi per esempio all’ufficiale tedesco che si innamora di un’ebrea e la vuole salvare dallo sterminio, frangente già visto in tante altre pellicole. Così, il film ha una bella fotografia, le interpretazioni sono più che dignitose, la narrazione è abbastanza fluida e scorrevole, ma appare un po’ sterile, non sorprende mai e non coinvolge.

Tra i tre principali, l’unico personaggio femminile è sicuramente il più riuscito, senza dubbio grazie all’incisività e alle capacità interpretative dell’attrice che la incarna, Yulia Vysotskaya, che aveva già lavorato con lo stesso regista nel bellissimo La casa dei matti (2002), film di tutt’altro spessore emotivo che rende maggiore il rammarico relativo alla constatazione dei limiti di questo lavoro, data la consapevolezza che Končalovskij fosse capace di ben altro slancio.

Un prodotto abbastanza deludente quindi, che non apporta niente di nuovo o che valga la pena sottolineare, nulla che spicchi per poter identificare qualcosa da conservare o da ricordare. Peccato, per un regista che in realtà è stato sempre prodigo di versatilità e di risultati  più che soddisfacenti.

Roberta Girau

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  • Anno: 2016
  • Durata: 130'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Russia, Germania
  • Regia: Andrej Končalovskij