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Stanotte alle 04,10 su Rai 3 Un amleto di meno di Carmelo Bene

Un Amleto di meno è un film del 1972 diretto e interpretato da Carmelo Bene. Fu presentato in concorso al 26º Festival di Cannes. Amleto è un tipo scaltro, tutt’altro che dedito al dovere filiale, o assillato dal dubbio o invischiato nelle responsabilità che gli competono. Allo stesso modo del Pinocchio beniano che non ne vuole sapere di crescere, Amleto non vuole questa parte, troppo seriosa, impegnativa, o chissà cosa, e la scantona

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  • Anno: 1973
  • Durata: 70'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Carmelo Bene

Un Amleto di meno è un film del 1972 diretto e interpretato da Carmelo Bene. La tragedia/commedia è stata girata negli stabilimenti di Cinecittà e realizzata da Anna Maria Papi per la Donatello Cinematografica. Fu presentato in concorso al 26º Festival di Cannes.

Carmelo Bene è il direttore di una compagnia teatrale che gira per vari teatri d’Europa inscenando l’Amleto di William Shakespeare. Bene sembra anche nella vita reale comportarsi come il Principe di Danimarca diseredato dal re zio e dalla società intera; così immediatamente queste situazioni si fondono con la trama vera e propria dell’opera di Shakespeare. Amleto diventa un inetto e ne prende consapevolezza, sebbene riesca a riprendersi il suo trono usurpato dal crudele zio Claudio che ha ucciso suo padre. Kate è l’unica ragione di vita per Amleto il quale, dopo la morte prematura di lei, le celebra un curioso funerale, dichiarando alla tomba che lei ha fatto bene a morire, a non esistere grazie all’aiuto di lui.

Ciò che resta della versione shakespeariana sono senz’altro i nomi dei personaggi (Amleto, Orazio, Yorick, Ofelia… oppure nomi di luoghi, Elsinore…) che non svolgono però lo stesso ruolo che hanno nel teatro classico della rappresentazione (dal periodo elisabettiano fino al novecento). Anche alcune situazioni particolari restano superficialmente invariate, come l’assassinio del padre di Amleto, premeditato dalla regina a dallo zio Claudio, la morte di Ofelia, ecc., ma anche queste sono stravolte, oltre che dal mélange delle due versioni (Shakespeare e Jules Laforgue), anche da inserzioni indebite, come quella di Gozzano, oppure una scena ove appaiono i cavalieri della tavola rotonda; insomma c’è questa idiosincrasia temporale e immaginifica dove vediamo inoltre Laerte che si diverte a mettere a punto la sua pistola non proprio d’epoca e il suo coltellaccio serramanico.

Amleto è un tipo scaltro, tutt’altro che dedito al dovere filiale, o assillato dal dubbio o invischiato nelle responsabilità che gli competono. Allo stesso modo del Pinocchio beniano che non ne vuole sapere di crescere, Amleto non vuole questa parte, troppo seriosa, impegnativa, o chissà cosa, e la scantona; cerca invece il divertimento, magari insieme ai due sicari Rosenkrantz e Guildenstern (interpretati da figure che appaiono femminili), messi alle sue costole dallo zio Claudio, da cui cerca, in un modo o nell’altro, riuscendoci, di farsi cinicamente pagare il suo silenzio. Di questo suo comportamento Orazio è sdegnato oltremisura, costretto a leggere per di più dei fortuiti pezzi strappati dalle pagine del copione del dramma, che Amleto gli recapita puntualmente; sono le parti caratterizzanti il ruolo che ha Amleto nel dramma della rappresentazione classica, e che Orazio è costretto a leggere e dunque a recitare al posto di Amleto, rendendo quasi esilarante la situazione, come nel monologo dell’essere o non essere che suscita prima ilarità e poi il consueto sdegno in Orazio, che sotto la neve, speranzoso, in attesa di un districamento della situazione, si vede recapitato, gettato dalla finestra questa volta, il solito pezzettino di cartastraccia da leggere; all’”essere o non essere” da lontano, pensando già ad altro, ribatte cinicamente Amleto “avere o non avere, questo è il problema”. Polonio è un vecchio che istruisce chissà chi, bisbigliando in modo logorroico, la storia di Edipo e Giocasta, raffrontandola con le teorie freudiane, da vero intenditore, vestendo inconsistentemente e svestendo la regina. A sconvolgere la possibile relazione con Ofelia è una figura laforguiana, e il monologo questa volta ad Amleto gli viene suggerito proprio dalla spregiudicata e forse non meno cinica Kate, vestitissima. L’intera commedia shakespeariana è praticamente sconvolta dalle fondamenta.

Le opere di Carmelo Bene, sia filmiche che teatrali, sono degenere, cioè non sono fruibili in modo tradizionale né come dramma, né come tragedia, né come commedia, poiché il senso specifico che li dovrebbe determinare viene smentito nel teatro stesso e nel suo attuarsi-disfarsi; si smarrisce il senso poiché si è nel porno (da non confondere con pornografia), ovvero nell’eccesso del desiderio. Il comico viene ecceduto, così come il tragico. C’è questo germe della risibilità nella tragedia, sospesa e mai risolta; e allo stesso modo vi è del tragico nella commedia. Non è un semplice melange, ma è un sottrarsi alla specificità dell’azione e del suo senso, sia essa o no drammatica, è un venir meno più che un mescolarsi. Lo stesso Carmelo Bene dice quasi con un filo di ironia: “ogni trovata è persa”. Allo stesso modo ogni aggiunta è sottratta, ogni senso viene disatteso, ogni dramma viene scongiurato.