Non solo Bollywood

Marco Luca Cattaneo, coordinatore di Cna Industria Cinema e Audiovisivo, ha moderato il dibattito “Cultura, cinema e mercato dell’audiovisivo in India e Asia”, che si è svolto nella mattinata di venerdì 17 giugno, nell’ambito della rassegna India Film Fest, in questi giorni in programmazione a Roma alla Casa del Cinema.

Ha aperto l’incontro Andrea Biscaro, produttore esecutivo esperto del mercato indiano, che ha introdotto Bhuvan Lall, produttore indiano, presidente e fondatore della Lall Entertainment Animation Broadcasting Cinema (con sedi a Beverly Hills, Montreal e New Delhi), che cerca di sostenere da sempre le co-produzioni indo-europee, soprattutto quelle con l’Italia, ricca di paesaggi cari agli indiani, come il Lago di Como, le Alpi o Venezia.

Il primo ostacolo da superare, in molti casi, è la richiesta del visto per i componenti del cast tecnico che arriva in Italia per girare un film: è per questo motivo che sono entrate in campo le istituzioni come le Ambasciate e i Consolati, che hanno predisposto la creazione di un “visa-film”, un visto le cui modalità di ottenimento sono più snelle e vanno incontro alle esigenze delle troupe cinematografiche. Questo consentirebbe non soltanto alle produzioni cinematografiche ma anche a quelle televisive, di film d’animazione e con effetti speciali, che dispongono di budget molto importanti, di venire in Italia.

E lo scambio consentirebbe sia al pubblico indiano che a quello italiano una conoscenza maggiore delle rispettive cinematografie; il primo conosce Fellini, Antonioni e Bertolucci, ma non ha mai visto le opere dei cineasti italiani appartenenti alle generazioni più giovani, il secondo è convinto che il cinema indiano sia solo quello in lingua hindi di Bollywood, quando in realtà, nel grande sub-continente indiano coesistono altre cinematografie che si esprimono nelle diverse lingue parlate dalla popolazione.

In una realtà sempre più strutturata e articolata nel campo dell’industria cinematografica, dove le produzioni televisive sono concentrate a New Delhi e quelle cinematografiche a Bombay, e dove i produttori e gli autori possono incontrarsi e scambiarsi progetti al film festival di Goa, quello di cui si sente la necessità sono i mestieri del cinema come la formazione degli attori, gli sceneggiatori, le professioni tecniche e quelle legate al trucco e ai costumi: tutte ottime opportunità che una co-produzione italo-indiana potrebbe offrire agli italiani che lavorano in questi ambiti.

Anche l’esperienza in termini di fruizione è sicuramente diversa da quella italiana: la partecipazione al film da parte degli spettatori indiani è collettiva e attiva, cosa che forse nel nostro Paese si sta un po’ perdendo per via delle piattaforme on-demand che consentono la visione privata del film.

L’intervento di Luciano Sovena, presidente della Lazio Film Commission, seconda regione d’Europa per investimenti negli audiovisivi, ha avallato ancora di più la voglia di scambio culturale, professionale e finanziario tra i due Paesi.

Sandro Silvestri, produttore esecutivo esperto del mercato cinese, è partito dai punti in comune tra India e Cina e ha tracciato un quadro sulla società cinese post-piazza Tienanmen, per cogliere opportunità di co-produzione, come già avviene con l’India, in un paese ancora chiuso all’Occidente.

India e Cina sono due federazioni di stati; se una rappresenta la più grande democrazia che esiste al mondo, l’altra può considerarsi la più grande non-democrazia esistente; se nella cinematografia della prima assistiamo ad una frammentazione linguistica e di genere, nella seconda la lingua di riferimento al cinema è unicamente il mandarino. E in un mercato giovanissimo come quello cinese, dove i produttori hanno un’esperienza di non più di 3 o 4 anni di lavoro, le possibilità per uno scambio con l’industria cinematografica italiana sono molteplici, anche in vista dell’affermazione da parte delle autorità cinesi della nuova Via della Seta, sia terrestre che marittima, che apre il colosso cinese all’Occidente. E inoltre i gusti della popolazione cinese stanno cambiando: siamo ben lontani dal pubblico a cui era stata impartita un’educazione di stampo maoista; la rivoluzione culturale in atto suscita curiosità verso nuovi generi e forme di narrazione. Se a questo si aggiunge che la speculazione edilizia ha portato all’apertura di multiplex (con la velocità di 1 al giorno) e di Imax (1 a settimana), questo ha notevolmente incrementato il numero di persone che sempre di più vanno al cinema, e che sempre di più hanno bisogno di nuove storie.

Ma la crescente spinta della domanda nell’industria culturale promossa anche da un’apertura non  coincide con un’apertura verso la risoluzione di problematiche di ordine pratico: tutti gli incassi che si fanno nell’ambito cinematografico cinese devono restare in Cina; attualmente gli escamotage che si utilizzano sono quelli di utilizzare società con sede nella vicina Hong Kong. E ancora: la Cina può importare dall’estero un centinaio di film all’anno in co-produzioni e sharing (a percentuale sugli incassi) e questo non riesce sicuramente a riempire la programmazione dell’elevato numero di sale cinematografiche.

Mentre è in atto la ricerca di soluzioni di tipo pratico, nel quale sono state coinvolte le istituzioni, a Roma per il 2017 è prevista una rassegna di film cinesi, nella cornice di Piazza Vittorio, nel quartiere Esquilino, (dove è concentrata la comunità cinese della capitale). Sono 14 i film cinesi autorizzati a circolare all’estero: si tratta di numeri molto piccoli, destinati a crescere, in risposta ad una domanda sempre più crescente e che rappresenterebbe, come per il mercato indiano, un’opportunità di lavoro e di scambio per gli addetti aii lavori nel nostro Paese.

Anna Quaranta

Utlima modifica: 20 Giugno, 2016



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