Future Film Festival: Claustrophonia, protagonista Matilde Gioli

Un segnale di grande apertura mentale e duttilità è arrivato proprio ieri dal Future Film Festival di Bologna. Intervenendo sul già affollatissimo programma una settimana prima che iniziasse la kermesse, gli organizzatori del festival avevano pensato bene di inserire un appuntamento in più, non compreso quindi nel calendario iniziale, accettando un cortometraggio propostogli davvero in extremis. Non un corto qualsiasi, ovviamente. E a conti fatti il gioco è valso la candela: Claustrophonia di Roberto Zazzara, arricchito dalla presenza della lanciatissima Matilde Gioli quale protagonista. È difatti il primo film interattivo, concepito cioè in modo tale che gli spettatori in sala possano decidere, arrivati a un certo punto, quale dei tre finali proposti veder proiettato. Dotati tutti all’entrata di un misterioso congegno elettronico, di fronte a una svolta cruciale del racconto abbiamo potuto quindi decidere, assieme alla protagonista, se entrare nella stanza 1, nella 2 o nella 3 (qui il tono della nostra voce diventa, inevitabilmente, alla Mike Bongiorno), corredate peraltro ciascuna di un bottone dal colore diverso. Per la “fredda cronaca” queste elezioni cinefile le ha vinte la stanza 3, quella abbinata al verde. Il che ha portato verso un finale disperatamente romantico.

Semplice giochino? Passo in avanti nello studio e nella prassi della percezione spettatoriale? Piccolo esperimento sociologico? C’è un po’ di tutto questo, nella resa complessiva di un tentativo comunque coraggioso, impostato bene, che ha lasciato in chiunque abbia condiviso l’esperienza qualche spunto su cui riflettere.
Se lo scopo è stato almeno in parte ottenuto, è anche perché, al di là della novità di fondo, il lavoro cinematografico di Roberto Zazzara e degli sceneggiatori che lo hanno affiancato, pensato inizialmente per altri canali ma cresciuto qualitativamente in corso d’opera, un certo valore ce l’ha di suo. Claustrophonia è già di per sé una inquietante variazione sul tema del cinema post-apocalittico: già dall’inizio, con quelle lugubri atmosfere che personalmente ci hanno ricordato Kairo di Kiyoshi Kurosawa, si viene a conoscenza di un’umanità ridotta sull’orlo dell’abisso da un enigmatico contagio, che porta le vittime a un’assurda e irrevocabile immobilità (freeze: le vediamo praticamente congelate in una posizione), foriera talvolta di morti atroci (il volto fermo della donna, che un cane randagio sta cominciando a sbranare), destinata a propagarsi agli altri tramite un semplice contatto visivo (il mito di Medusa aleggia nell’aria). Già in questa impostazione narrativa si scorgono ambizioni non da poco, sul piano di una lettura metaforica degli eventi, di uno sguardo critico sulla società contemporanea che appare votata a pervasive per quanto ipocrite strategie di socializzazione, destinate il più delle volte a tradursi in anaffettività, in sostanziale indifferenza. C’è poi la vicenda più intima dei due protagonisti, che si sono persi in questo scenario crepuscolare e che sono interpretati, con la giusta intensità, dall’attore inglese Patrick Fryer e della già citata Matilde Gioli, da noi molto apprezzata sia ne Il capitale umano di Virzì che in Un posto sicuro di Francesco Ghiaccio. Ecco, per quanto l’apporto di materiali visivi diversi, il buon lavoro di art direction sul set e la sua ottima resa fotografica, l’incalzante colonna sonora in cui si fa strada significativamente il brano Talking Stones di Gary Jules, contribuiscano in vario modo a definire l’atmosfera, certe direzioni simboliche, oniriche, quasi metafisiche prese dal racconto danno talvolta l’impressione di staccarsi un po’ troppo dal contesto. Lo spaesamento che ne deriva pare a tratti coerente con lo stato d’animo sconvolto della protagonista, mentre in altri momenti può risultare un po’ gratuito. Comunque, dalla successiva chiacchierata con gli autori è emerso che la ricerca continua di una chiave simbolica, persino numerologica, avrebbe la funzione di lanciare impulsi subliminali agli spettatori, chiamati poi “cine-democraticamente” a scegliere un finale per la storia, anche sulla base degli indizi raccolti inconsciamente durante la visione.
E qui il discorso torna a farsi indubbiamente interessante…

Così come tanti altri discorsi andrebbero fatti, rispetto alla giornata festivaliera così piena e proficua del 4 maggio. Soltanto l’incontro con i sublimi artigiani di Makinarium, lo studio di effetti speciali che in questi anni ha portato avanti una marea di lavori, ma è stato reso celebre dalle fiabesche creature create per Il racconto dei racconti di Matteo Garrone, di spunti da approfondire ne offrirebbe a centinaia. In appena due ore Leonardo Cruciano e Tommaso Ragnisco non si sono limitati a mostrare sullo schermo quel materiale di backstage, che da solo poteva rappresentare tanta roba, ma lo hanno commentato in modo tale da far capire quanto la versatilità, la passione, la consapevolezza, le competenze dal sapore quasi alchemico da cui sono supportati, nella loro attività, li abbia portati ad aprire sentieri di assoluta creatività, rispetto ad esempio alle pratiche più omologate, spesso fredde, con cui gli effetti quasi sempre in computer grafica e ormai standardizzati condizionano il cinema fantastico holltywoodiano, persino nel rapporto con gli attori. Troppe digressioni illuminanti avremmo da riportare a riguardo, ma lo spazio qui è limitato, per cui invitiamo semplicemente gli spettatori più attenti a seguire con curiosità e affetto gli sforzi che una realtà come Makinarium fa, per aprire nuovi sentieri nell’immaginario cinematografico.

Utlima modifica: 5 Maggio, 2016



Condividi