Il cinema di Fellini nell’ultimo Sorrentino

La seduzione ossessiva dell’effimero negli universi simbolici di un mondo precario

Gli ultimi due film di Paolo Sorrentino vanno letti congiuntamente a certo cinema di Federico Fellini, del quale però non rappresentano dei meri omaggi.

Youth rielabora largamente i motivi creativi di 8 ½, di cui è ricchissimo di citazioni: dall’incubo iniziale alla sublimazione estetica di un vagheggiato suicidio finale, al motivo dell’impasse creativa, agli incubi visionari del cineasta sul “femminile”, fino a specifici motivi iconografici.

La grande bellezza cita evidentemente La dolce vita, lavorando a livello concettuale e intertestuale sulla sua resa della Città Eterna come simbolo dell’eccesso consumistico e dello smarrimento.
I lungometraggi di Sorrentino paiono restituire una percezione anticonformistica di determinati temi, contestualizzata in una contemporaneità largamente segnata dalla precarietà e oramai svincolata dal miracolo economico da un punto di vista materiale, quanto non sul piano simbolico.

Il cinema di Fellini, così intimamente legato alla neo-cultura del boom e al suo senso dell’effimero, e al tempo stesso tanto profetico nel preconizzare gli scenari della postmodernità*, è diventato per Sorrentino un interessante repertorio di forme e materiali su cui lavorare per riflettere sulle coordinate simboliche del presente.

La grande bellezza lavora al tema dell’eccesso consumistico associandolo, come faceva Fellini, al paesaggio romano e a un’estetica grottesca, ma sceglie di contaminare il proprio registro stilistico con il fasto di un’antica sensibilità barocca che finisce per mettere concettualmente a fuoco, dietro alla pulsione e all’idolo diffusi del “godimento”, la pesantezza inestirpabile del Potere (del sesso, del genere, del denaro, degli universi simbolici condivisi e dei loro dispositivi), la compulsione cieca all’autolesionismo di tanta postmodernità e, soprattutto, l’esperienza epifanica e inconsciamente ricercata della morte, piuttosto che la seduzione del vuoto spirituale e lo spreco delle risorse simboliche e materiali del corpo sociale.

In un mondo ampiamente mediatizzato che, a spregio di ogni crisi e senso impellente di realtà, pare in larga parte continuare ossessivamente a presentarsi carnascialesco, vacuo e carico di tonalità felliniane concretate, il film di Sorrentino si propone di offrire al suo pubblico una via estetica di accesso alle esperienze sorprendenti e “liminari” della morte, del Potere e del loro strazio.
Come nel caso di 8 ½, Youth ripensa poi alla possibilità di lavorare artisticamente nella contemporaneità.

La proposta estetico-formale di Fellini era in larga misura una danza sul vuoto, intorno al senso e al sentimento dell’effimero di quegli anni di boom e di perdite simbolico-spirituali.

8 ½ era un film intimamente coreografico: i personaggi e la macchina da presa volteggiano, marciano e si agitano in ogni direzione, pressoché ininterrottamente, secondo il disegno armonioso di un grande demiurgo.

Sorrentino riscopre la “musica colta” come principio estetico opposto alla continuità e alla danza e decostruisce il movimento in una molteplicità di forme, componendo una tessitura di immagini, ritmi, suggestioni sonore, raccordi ed echi di motivi audio-visuali, anche solo accennati, che investe moltissimo sui campi espressivi e sulle risorse estetiche dell’armonia e della cadenza musicali, tentando persistentemente una loro coniugazione sperimentale con il dispositivo cinematografico e con i suoi codici specifici, al di là dei meri effetti melodici della colonna sonora.

Anche questa impostazione formale si può leggere probabilmente come una presa di posizione concettuale avversa al mondo contemporaneo, e soprattutto ai suoi deteriorati paradigmi estetico-mediali.

Non rimane alcun sapore avveniristico nel muovere e agitare freneticamente obiettivi, sguardi, telecamere e flussi di informazioni: pare questa, ad oggi, la girandola impazzita ed ossessiva del luna-park postmoderno di cui il cinema di 8 ½, costruito sull’estasi del movimento, della danza e delle attrazioni audiovisuali di fronte alle vertigini del vuoto e dell’effimero, costituiva un precursore riflessivo e profetico.

Pur nell’ambito di un cinema dichiaratamente immaginifico, Youth riscopre così una via alternativa (e ancora una volta riflessiva) alla coreografia e al movimento che, ai tempi oramai tramontati e inaccessibili del boom, facevano brillare di luce futuribile il noto film felliniano.

Francesco Di Benedetto

* Sulla sensibilità preconizzatrice dell’opera di Fellini in merito a certi temi e risvolti della postmodernità, cfr. Andrea Minuz, Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012, capp. 3 e 7; in merito allo specifico contesto politico-culturale italiano, cfr. a riguardo Oscar Iarussi, C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita, Il Mulino, Bologna 2011.

Utlima modifica: 28 Aprile, 2016



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