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LUCI E OMBRE

Lunchbox di Ritesh Batra

Siamo in India, in un’affollatissima, frenetica Mumbai, ma dimentichiamo fin da subito la moda bollywoodiana di danze, canzoncine e coreografie esotiche. Lunchbox è una commedia che, a parte l’ambientazione, potrebbe somigliare a qualunque altra narrazione occidentale, perché è la storia di due solitudini che si incontrano, per caso, per il destino, per una coincidenza o semplicemente un errore umano

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Siamo in India, in un’affollatissima, frenetica Mumbai, ma dimentichiamo fin da subito la moda bollywoodiana di danze, canzoncine e coreografie esotiche. Lunchbox è una commedia che, a parte l’ambientazione, potrebbe somigliare a qualunque altra narrazione occidentale, perché è la storia di due solitudini che si incontrano, per caso, per il destino, per una coincidenza o semplicemente un errore umano. Che prima si sfiorano appena, delicatamente, e poi entrano in relazione, con quella riservata intimità che è il tocco gradevole del film.

Lei è Ila, dolcissima, bella e giovane, trascurata dal marito distratto,  per il quale  prepara il prelibato pranzo quotidiano, sperando di prenderlo per la gola. Lui è Saajan, un uomo alle soglie della pensione, vedovo, ombroso e taciturno, che riceve per sbaglio i cibi elaborati di Ila. Galeotto il contenitore dei manicaretti (il lunchbox, appunto) che attraverso un percorso incredibilmente lungo e complesso parte dalla cucina di Ila e si posa sul tavolo di Saajan. Sembra un oggetto inoffensivo, ma si carica presto di un significato che va ben oltre i sapori che contiene. Soprattutto perchè il cibo è accompagnato da un bigliettino di lei e dalla risposta di lui, ed ogni giorno, insieme ai profumi speziati dell’andata e al lunchbox pulitissimo del ritorno, i due si raccontano.

Ci vuole vita per amare la vita”, recita l’Antologia di Lee Masters, e Saajan aveva bisogno di quel calore e di quelle confidenze per sciogliere piano piano le difese dal mondo, per uscire da quella sorta di autismo, nel quale non sappiamo da quanto è rinchiuso. È scorbutico anche nei confronti dei ragazzini che abitano vicino a lui. Un gigante egoista, anche se lui proprio gigante non è. Quello di Wilde tornava nel suo castello dopo sette anni e, trovando il giardino occupato dai bambini, fece erigere un muro, fino a quando, con l’arrivo della primavera, il deserto non lo intristì, finché non si fece intenerire da un bambino e da lì in poi il giardino continuò ad essere il luogo allegro che era prima. Il gigante poi muore, ma questa è un’altra storia. Jaajan è un modesto impiegato che quando torna la sera non tollera la presenza dei bambini nel cortile sotto casa. Salvo poi aprirsi finalmente a loro, ma solo verso la fine del film, quando nel suo cuore ha fatto breccia la commozione, quando finalmente è riuscito a sentire un contatto  autentico con le emozioni sopite.

Sono ben tristi le sue giornate e ancora di più le sere trascorse da solo. Nel terrazzo di casa fuma e osserva la famiglia di fronte, mentre il suo appartamento rimane buio e il tempo sembra essere scandito solo dalle sigarette. Non sono allegre neanche quelle di Ila, in attesa del marito che le si nega, spudoratamente. Uniche consolazioni, la figlia (mentre la madre ha bisogno di conforto e il padre sta morendo), e la zia con la quale scambia dalla finestra ricette di cucina e aggiornamenti sulle sue preoccupazioni. Ma da un certo momento in poi non può più dirle della comunicazione con un estraneo, con l’estraneo che, solo, sa capire ed apprezzare i suoi pensieri.

Di frammenti e non di lunghe missive si compone il dialogo tra Ila e Saajan, come a dire che non c’è bisogno di tante parole per cogliere l’essenza, per colpire direttamente al cuore, o all’anima, quando si è così bisognosi di attenzione e quando troppo a lungo si è taciuto.

Insieme ai pranzetti di Ila, graditissimi ma spiazzanti, c’è un’altra novità nel grigiore che Saajan ha scelto per sé: il giovane  che dovrebbe sostituirlo nel lavoro, Shaikh, a cui lui dovrebbe insegnare il mestiere. Il ragazzo è invadente, chiacchierone, ma vitale, e tanto più cerca di entrare nei suoi confini, tanto più il nostro impiegato si ritira, al sicuro tra le sue carte, i suoi conti,  le sue sigarette. Si sa che poi si capiranno, come sempre succede nei romanzi e nei racconti cinematografici, quando due personaggi sono così opposti, ma non abbiamo fretta che succeda, perché è solo questione di tempo, anzi ci godiamo i passaggi strani dell’avvicinamento.

Il ritmo del film ogni tanto rallenta. Quando Saajar, per esempio, dopo aver aperto impaziente gli strati del lunchbox, prima di leggere il biglietto di Ila si guarda intorno, prende gli occhiali dal taschino, li mette su e la voce di Ila arriva con i tempi reali della lettura e dell’emozione. Ma è una pacatezza che non annoia, anzi ci fa partecipi dell’attesa.

Il film  ci lascia poi senza sapere  se, come viene ripetuto due volte nella storia, “Il treno sbagliato arriva alla stazione giusta”.  In un finale aperto, un lieto fine, conciliatorio, ma solo suggerito. L’unico possibile in questa storia. che ricalcherebbe il modello della comunicazione virtuale, e del tema culinario, sfruttati entrambi, se non sapesse farlo con modalità del tutto insolite e con la grazia che gli appartiene.

Margherita Fratantonio