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INTERVISTE

Coralina Cataldi-Tassoni: un’artista senza pregiudizi

Famosa nell’universo del terrore per le sue collaborazioni con Dario Argento, Lamberto Bava, Claudio Simonetti e Mariano Baino (suo compagno di vita e col quale sta organizzando le riprese del suo prossimo film, Astrid’s Saints) l’italo-americana Coralina Cataldi-Tassoni non vuole essere etichettata unicamente come “attrice horror”, preferisce semplicemente “attrice”. L’intervista di Taxi Drivers

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Famosa nell’universo del terrore per le sue collaborazioni con Dario Argento, Lamberto Bava, Claudio Simonetti e Mariano Baino (suo compagno di vita e col quale sta organizzando le riprese del suo prossimo film, Astrid’s Saints) l’italo-americana Coralina Cataldi-Tassoni non vuole essere etichettata unicamente come “attrice horror”, preferisce semplicemente “attrice”, pur non rinnegando assolutamente il suo passato. Anzi, sarà sempre grata ai fan del genere che hanno riconosciuto in lei una particolare valenza iconica, specialmente negli U.S.A., dove è nata e tutt’ora risiede: «Qui c’è un grande seguito del cinema horror italiano. Sono rimasta piacevolmente colpita dall’interesse che questo genere di film ha suscitato sul pubblico americano», spiega Cataldi-Tassoni, «Per diversi anni ho vissuto e lavorato a Roma – prima di vincere una borsa di studio alla scuola di improvvisazione The Second City di Chicago – senza rendermi conto né di quello che avevamo realizzato, né del forte impatto popolare che alcune di queste pellicole hanno avuto negli States. Ho scoperto nel tempo l’esistenza di un vero e proprio fandom, una cosa incredibile! Addirittura qualche anno fa, al Museum of Art Design di New York, hanno dedicato due serate proprio a Dèmoni 2… L’incubo ritorna e a Opera». Non solo attrice ma artista poliedrica (“She acts, she sings, she paints”, recitava la copertina che una rivista le ha dedicato) sprovvista di qualsiasi forma di pregiudizio e felice se qualcuno riesce a raggiungere un traguardo creativo importante. Coralina Cataldi-Tassoni ci ha raccontato – passando attraverso alcuni dei ricordi più importanti che conserva tra New York e Roma – la sua visione del mondo artistico attuale dove, seppur con qualche difficoltà, lo sforzo, la fiducia e l’impegno rimangono indissolubilmente legati al suo essere, alla sua vita, alla sua arte.

Quest’anno Dèmoni 2 compie trent’anni, tuo primo film in Italia che segnò l’incontro professionale con Dario Argento e con il grande pubblico del cinema.

Dario ha cambiato completamente la mia vita, anche se in un certo senso l’ha cambiata con Profondo rosso, un film che mi impressionò molto quando lo vidi la prima volta da bambina. Ricordo specialmente le musiche, in particolare quelle curate dai Goblin, tant’è che una volta terminato sono andata a suonare alcune note della colonna sonora sul pianoforte di papà. In quel momento è come se avessi chiamato il futuro, infatti pochissimi anni dopo ho conosciuto Argento in discoteca.

In discoteca?

Sì, sì! Si trovava in via Veneto, a Roma. In realtà non era molto il mio genere di locale, ma due ragazzi mi convinsero ad andare. A un certo punto entrò Dario e tutti iniziarono a dire: «Oh, mio Dio! Dario Argento!». Io ero talmente emozionata che non me la sentivo di andare da lui. Non volevo fare come tutti quelli che si precipitano da un personaggio famoso giusto per il gusto di fare. Lasciai la borsetta ai due ragazzi che erano con me e andai a ballare. Una volta tornata da loro gliela richiesi, ma: «Ce l’ha lui», mi dissero. Mi girai e vidi Dario, al buio, con la mia borsa in mano. Così, l’ho dovuto raggiungere e le mie prime parole furono: «Sei bellissimo». Non me le scorderò mai. Iniziammo a parlare, ma non volevo fargli sapere che ero dell’ambiente artistico (nonostante io reciti da quando ho tre anni). C’è da dire però, che Dario mi scoprì in televisione. Una coppia di registi, Aida Mangia e Massimo Russo, furono i primi a darmi la possibilità di essere protagonista del corto In cerca d’amore. Devo molto anche a loro, perché tutti i ragazzi convocati alle selezioni dovevano provenire esclusivamente dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica o dal Centro Sperimentale di Cinematografia. Io non ero ancora iscritta a nessuna scuola di recitazione, ma scelsero comunque me per il ruolo di Anna, al quale tengo tantissimo. Il corto l’hanno proiettato al cinema e trasmesso in televisione. Argento appena lo vide mi chiamò: «Perché non mi hai detto che sei attrice?». Mantenni il segreto fino a quel momento perché non volevo passare per un’opportunista. Lui apprezzò molto e da lì nacque un’amicizia che dura tutt’oggi.

Dopo Dèmoni 2 le collaborazioni con Argento si espansero: Opera, Il fantasma dell’Opera, La terza madre e il programma tv Giallo. Ti si può definire una sua “protetta”?

Sì, credo ci sia un grande affetto reciproco e una stima molto intensa. La semplicità sta alla base del nostro rapporto e dei nostri discorsi, sia che riguardino il privato, sia che riguardino il lavoro.

Tutti i ruoli che hai interpretato nei suoi film sono secondari, ma estremamente incisivi sul piano caratteriale. Penso al sarcasmo marcato di Giulia in Opera o all’ironia protettiva di Honorine ne Il fantasma dell’Opera

Sì, è vero. Sono caratterizzazioni molto intense e anche molto materiali. Ad esempio ne Il fantasma dell’Opera c’è una scena in cui rompo una sedia in testa a un personaggio, convinta che sia l’assassino. Questo è un complimento perché, forse, Dario ha visto in me una certa carica.

Come riesci a bilanciare il tuo essere italo-americana?

Una tragedia! Dovrebbero fare un isolotto in mezzo all’Atlantico e posizionarmi lì. Ma sono cittadina americana e questo mi porta ad avere il mio cuore in Italia dove ho ricordi bellissimi di gente straordinaria. Purtroppo è così, ma non mi lamento affatto. Certe persone farebbero qualunque cosa per essere dove sono ora, e sono più che felice di abitare a New York. Però non è facile. I miei genitori vivono in due posti diversi, per molti anni ho vissuto a Chicago e anche lì ho diversi amici artisti… Cerco di arginare il cuore e gli affetti nel modo migliore.

Hai riscontrato delle diversità tra il mondo artistico americano e quello europeo?

Per me non esistono differenze. Non credo in arte buona o arte cattiva. Il mio rapporto con essa è attraverso le sensazioni che riesce a trasmettermi, indistintamente dalla persona o dalla nazionalità.

Quali sono stati i tuoi principali modelli di riferimento?

Tutti mi possono influenzare, tutti mi hanno trasmesso qualcosa. Occorrono tutti gli artisti per creare un artista e tutte le persone per crearne una a sua volta.

Non hai pregiudizi…

Un’opera d’arte può sicuramente trasportarmi a un livello emotivo maggiore rispetto a un’altra. Ma il solo fatto che quell’artista abbia lottato per riuscire a fare tutto ciò, che sia una qualsiasi cosa: un film, un disco, un quadro, un’installazione… É da apprezzare! Cerchiamo di essere un po’ contenti per quello che le persone sono riuscite a realizzare, perché è difficile lavorare nel mondo dell’arte. Let’s be a little happy for them! Non puoi mai sapere se i tuoi lavori verranno veramente fruiti dal pubblico, ed è per questo che mi piace dare credito a tutti gli artisti e ai creativi che provano a esprimere le loro sensazioni. In qualunque modo.

Come sta procedendo la realizzazione di Astrid’s Saints?

Mariano Baino e io abbiamo scritto la sceneggiatura. Le difficoltà produttive che stiamo affrontando in questo periodo non sono poche. È veramente complicato realizzare un film al giorno d’oggi. Mariano si trova in Italia da parecchi mesi proprio per amore di questo progetto. Abbiamo girato mezzo mondo, Asia compresa, per trovare dei possibili co-produttori, ma alla fine ci siamo riusciti.

Arrivando così a Napoli. Le riprese quando partiranno?

Stiamo organizzando ogni cosa per far sì che tutto possa essere pronto al più presto.

L’horror è stato il genere che ti ha consacrata al pubblico internazionale. Perché hai scelto proprio questo tipo di cinema?

Non l’ho scelto io, sono stata fortunata nell’aver conosciuto persone importanti di quel settore specifico, e sono grata ai fan dell’horror che mi danno continuamente affetto. Ma non ho preso parte solo a quel genere di film…

Infatti mi viene in mente Luciano Odorisio, che ti ha diretta in due occasioni.

Odorisio fu il primo a consigliarmi di tornare in America per dedicarmi alla commedia. Ne La monaca di Monza la mia parte doveva essere molto più rilevante, però dovevo scegliere tra questo film e Dèmoni 2. Entrambi sono stati i miei primi lavori importanti e non me la sono sentita di dire di no a Lamberto Bava e a Dario Argento. È stato un po’ come scegliere tra New York e Roma. Così, di giorno lavoravo sul set di Bava e di notte mi ripulivo la faccia dal trucco verde per girare con Odorisio, perché non volevo neppure perdere l’occasione con lui.

Tant’è che mi richiamò di nuovo per Via Paradiso.

Qualche anno fa sei stata diretta da Irene Miracle, altro volto argentiano, nel suo cortometraggio The Baggage Claim.

E co-sceneggiato assieme a Tim Lucas! Irene è stata fantastica, di una dolcezza unica. Un’esperienza veramente piacevole. Sono stata molto fortunata a poter lavorare con loro.

Come vi siete conosciuti tu e Baino?

Dark Waters fu il primo film di Mariano che vidi, grazie a un suo fan. Una volta finito, mi sono immaginata Mariano come un vecchio e pazzo regista che abitava dentro una caverna (ride, ndr). Riuscimmo a contattarci via mail, poi a conoscerci di persona. Rimasi molto colpita dalla sua solarità, totalmente in antitesi rispetto agli argomenti trattati nei suoi lavori.

Quest’anno è anche il ventennale della scomparsa di Lucio Fulci. I film di Baino, in qualche modo, sono stati influenzati dallo stile del regista romano. Cosa ne pensi?

Adesso chiamo Mariano così glielo chiedi direttamente!

  1. B.: Quando ero ragazzo i film di Fulci li ho visti e credo che la sua visione abbia sicuramente influenzato un certo tipo di cinema di genere, non solo in Italia.

Ma ho anche notato che ogni spettatore porta la sua influenza. Il pubblico è capace di cogliere aspetti e sfumature che magari, da regista, non avevi mai preso in considerazione fino a quel momento.

Una tua opinione sulla riscoperta di un certo cinema del passato? Penso a Quentin Tarantino, Robert Rodriguez, Eli Roth e Baino stesso.

Lo trovo molto interessante. Bisogna avere un passato dal quale attingere e un presente da raccontare attraverso una particolare visione filmica. È bello vedere come in certi film ci sia un forte impegno di riscoperta artigianale e un’impronta “old school”. Ora sto parlando per Mariano perché lo conosco e gli voglio molto bene (ride, ndr). Vedo in lui un entusiasmo molto forte.

Cosa vi piace guardare?

Mariano ama tutto il cinema e tutti i generi possibili, come me. E la cosa mi fa sorridere, perché molti credono che lui e io ci focalizziamo unicamente sul versante horror quando in realtà, siamo capaci di commuoverci davanti a un episodio di Ugly Betty (ride, ndr). Non abbiamo alcun tipo di barriera.

Francesco Foschini