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DVD/BLU RAY

Vento dell’Est di Jean-Luc Godard in dvd

C’è in Vento dell’Est una critica serrata nei confronti di quel cinema che non smetteva di riprodurre l’ideologia dominante, e non si trattava più, dunque, di fare film politici, ma di fare film politicamente. La forma è già essa stessa contenuto, e, quindi, con Vento dell’Est assistiamo a una dialettica interna al film che viene colto nel suo farsi e criticato per la tendenza istintiva a restituire un’immagine che riproduce i rapporti di produzione esistenti

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Ce n’est pas une image juste, c’est juste une image”: da questo adagio prende corpo il primo film in cui Jean-Luc Godard, a seguito del Maggio Francese, comincia un feroce lavoro di decostruzione del suo cinema, che non si sottraeva, seppur animato dai migliori intenti, da una logica borghese della rappresentazione. C’è in Vento dell’Est una critica serrata nei confronti di quel cinema che non smetteva di riprodurre l’ideologia dominante, e non si trattava più, dunque, di fare film politici, ma di fare film politicamente. La forma è già essa stessa contenuto, e, quindi, con Vento dell’Est assistiamo a una dialettica interna al film che viene colto nel suo farsi e criticato per la tendenza istintiva a restituire i rapporti di produzione esistenti. Non a caso siamo spettatori di alcune brusche interruzioni in cui il quadro diviene improvvisamente nero, proprio per scampare il tragico equivoco di ricadere nell’errore di un’immagine sbagliata (spazio nero che poi tornerà anche nel bellissimo Lotte in Italia). Già in Due o tre cose che so di lei, Godard si chiedeva apertamente cosa fosse giusto riprendere, e condivideva con lo spettatore il suo dubbio, ma con Vento dell’Est, colto da un’umiltà commovente, va oltre, contestando alacremente il concetto d’autore che conserva in sé un residuo di narcisismo e individualismo non più tollerabile, e, dunque, bisogna abdicare a un collettivo che gestisca, in una sorta di anonimato costituente, tutta la lavorazione del film.

“Perché queste immagini, perché questi suoni, perché assemblarli così?”, si chiede Godard. Bisogna dare vita a un cinema militante, al nuovo, e il regista francese, pur di rimanere fedele a questo obiettivo, è disposto a balbettare, farfugliare, barcollare, incurante di non padroneggiare la materia filmica, ammettendo apertamente tutte le proprie perplessità. Assistiamo alla messa in scena strampalata di un western di sinistra, cui si giustappongono le immagini della troupe che parla del film che si sta realizzando, mentre la voice over riferisce i contenuti delle varie assemblee generali che si sono succedute in quel periodo. Godard sofferma eroicamente la macchina da presa su questo divenire che viene colto nel momento di massima velocità; alla staticità della rappresentazione oppone il movimento che non cessa di contestarla. La nuova immagine deve essere espressione di un cinema rivoluzionario, e deve cogliere la realtà prima che si fissi in rappresentazione; è proprio questo il punto: l’immagine ricercata non è quella che sostituisca al potere della borghesia quello del proletariato, ma quella che colga il passaggio dall’uno all’altro. E’ questo il tentativo titanico azzardato da Godard, che non può non trovare tutto il sostegno di uno spettatore che s’interroghi seriamente su cosa significhi produrre un’opera. Godard implica in questo processo tutti coloro che sono coinvolti nella realizzazione del film e lo spettatore stesso, che diviene un elemento decisivo per il perfezionamento del gesto creativo. Insomma è un processo comunitario quello che viene messo in campo, e Godard, prima degli altri, si accorge, pur senza un riferimento teorico chiaro, dell’urgenza di questa nuova modalità produttiva. Anche perché una teoria da seguire, in  questo senso, non esisteva allora e non esiste adesso. Chi voglia annullarsi in una dinamica comunitaria costituente deve fare affidamento, senza poter avere la certezza di un riscontro, su una collettività che partecipi attivamente in fase di realizzazione e, anche e soprattutto, in quella di fruizione dell’opera (quel giudizio riflettente che ha pretesa di universalità). Si configura in tal modo una soggettività inedita, collettiva, un soggetto impersonale, sfrondato di tutta la paccottiglia narcisistica tipica del momento creativo (per cui si congeda il concetto di genio e tutta l’eredita romantica ad esso connessa).

In Vento dell’est la scansione in capitoli (Lo sciopero, Il delegato, Le minoranze attive, Assemblea Generale, Repressione, Lo sciopero attivo, Stato di polizia, Teoria) tratteggia un percorso attraverso cui il regista cerca di raggiungere l’immagine tanto agognata. E quando si arriva al capitolo della Teoria, Godard, attraverso le numerose voci fuori campo, prova a segnare il sentiero da seguire. Intanto, comincia col distruggere fisicamente, e in questo senso il suo è un vero corpo a corpo, la pellicola, che viene mostrata graffiata, danneggiata, pallinata, a dimostrazione dell’odio del regista verso una modalità realizzativa che non può più tollerare. Successivamente, alle schermate nere (a cui faranno eco quelle altrettanto celebri di Guy Debord) si alternano quelle rosse, quasi a paventare un germoglio d’immagine, che, comunque, è bene sottolinearlo, non è ancora una rappresentazione antagonista. Ma, probabilmente, non si tratta di trovare ‘un’immagine altra’ ma ‘altro dall’immagine’. Farla finita con la dialettica per instaurare, cosa che di fatto oggi è già avvenuta, un piano d’immanenza in cui rivalutare completamente le coordinate dello scontro. Sebbene non si possa che elogiare infinitamente l’operazione eroica di Godard, gli si può però forse al tempo stesso imputare di non essersi smarcato da una logica oppositiva in cui è ancora in gioco il potere: perché la rappresentazione è potere, e la vera grande arte è quella (rara) che scardina l’ordine simbolico, configurando nuovi spazi da riempire (non si tratta dunque di trovare un immagine che sia rappresentazione del proletariato, ma di farla finita, tout court, con la rappresentazione). Nonostante ciò, Godard si colloca con Vento dell’est proprio in quel momento di transizione, tra la distruzione della vecchia rappresentazione e la nascita della nuova. Non un limbo, dunque, ma la sacrosanta retrocessione dalla rappresentazione alla presentazione (per dirla mutuando il gergo di Alain Badiou), a quella fase precedente (logicamente e non cronologicamente) all’irruzione di un potere che imponga il proprio ordine, prima, insomma, del passaggio dal sacro allo sconsacrato. Dovremmo, dunque, ringraziare il regista francese per la capacità di mettersi da parte in nome dell’onesta, della verità, rinunciando ai riflettori, al contrario di tanti suoi colleghi (italiani e francesi) che sull’equivoco del ‘film politico’ (e non del film fatto politicamente) hanno costituito la propria fortuna. Vento dell’est rimane dunque un prezioso film-laboratorio in cui lo spettatore è magicamente convocato a immergersi di nuovo in quel movimento vorticoso che Godard cercò in tutti i modi di restituire. L’ebbrezza di quel tentativo, e degli altri che seguiranno con l’esperienza del Gruppo Dziga Vertov, viene rivissuta dallo spettatore di oggi che non può far altro che rimpiangere, da un lato, la vitalità di un momento storico esaltante, e, dall’altro, tentare di rimodulare la riflessione secondo le condizioni della situazione attuale. Un film fatto politicamente, commovente, esaltante, poetico, stimolante, da vedere e rivedere.

Pubblicato da Raro Video e distribuito da CG EntertainmentVento dell’est è disponibile in dvd in versione originale con sottotitoli, corredato da un booklet a cura di Bruno Di Marino, e con un’intervista ad Adriano Aprà.

Luca Biscontini

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  • Anno: 1969
  • Durata: 88'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Sperimentale
  • Nazionalita: Francia, Italia
  • Regia: Jean-Luc Godard