Connect with us

FAHRENHEIT 451

Intervista a Fabrizio Fogliato, autore di Italia Ultimo Atto Volume 1

Parliamo ancora una volta con Fabrizio Fogliato, che per il lungo lavoro sul saggio Italia Ultimo Atto Volume 1 si addentra negli antri più oscuri del cinema underground italiano, scrivendo una storia alternativa e nascosta del nostro Paese

Publicato

il

Parliamo ancora una volta con Fabrizio Fogliato, che per il lungo lavoro sul saggio Italia Ultimo Atto Volume 1 si addentra negli antri più oscuri del cinema underground italiano, scrivendo una storia alternativa e nascosta del nostro Paese.

Italia Ultimo Atto – Volume 1 si può considerare più un libro sociologico e antropologico, che un saggio di cinema. Qual è stato il tuo approccio?

Esattamente. Ci sono tantissimi libri di cinema che raccontano ciò che avviene sullo schermo…io ho provato a fare una riflessione su quello che lo schermo imprime nella retina dello spettatore. L’ho fatto correndo il rischio – calcolato – di dare voce e rilievo ad aspetti scomodi, dimenticati, rimossi tanto del cinema che del vissuto della società italiana – a partire dal 1928 fino alle soglie degli anni’80. Il rischio era quello di uscire dal conformismo con cui il cinema italiano è sempre visto – per provare (ai lettori il giudizio se ci sono riuscito o meno) – a raccontarlo nelle sue spigolature e asimmetrie. Per fare questo non potevo che interrogarmi su cosa ha nutrito l’immaginario dello spettatore nel corso degli anni, da che cosa è stato influenzato, che cosa lo ha turbato, inquietato e reso felice. Facendo questa ricerca e questa analisi… è venuto fuori il titolo del libro, che chiaramente è profondamente pessimista: l’Italia vive un ultimo atto permanente su cui il sipario non cala mai. Insomma la situazione è tragica ma è in perfetto equilibrio sull’orlo del precipizio…e non si muove di un millimetro. Il ritratto – che nel titolo omaggia il cineasta anti-conformista per eccellenza Massimo Pirri – è quello di un paese immobile che il cinema – soprattutto quello medio, popolare e indipendente – ha raccontato al meglio, talvolta persino anticipando la realtà altre volte sapendola leggere con una lucidità sorprendente.

 Che peso ha avuto in passato il cinema nella vita dell’italiano e che peso ha oggi? Cosa ha preso il posto del cinema nella formazione del cittadino? Verrebbe da dire ovviamente la TV.

Il cinema italiano nel passato aveva uno spazio enorme sia nella vita del cittadino – in quanto a tempo speso – sia nel definire il suo immaginario – almeno potenzialmente. C’è una cosa però – che a differenza di molti io sostengo – quella di non essere mai veramente riuscito ad incidere sul modo di pensare del cittadino, sul suo stile di vita e sulle sue scelte. Per me Todo modo di Petri è l’esempio più lucido per sostenere questa mia tesi: un film che accusa e mette alla berlina – addirittura celebrandone il funerale – un’intera classe dirigente senza che nulla cambi dopo la sua uscita. La DC – e il gruppo di potere costruito in trent’anni di governo – moriranno solo quasi vent’anni dopo per mano di un pool di magistrati intenti a perseguire il loro dovere.

Si può dire che l’unico “genere” che ha inciso sul modo di pensare dei cittadini – nel corso del tempo – sia stato il “poliziesco” che nelle sue più estreme rappresentazioni ha riacceso il dibattito sulla pena di morte (francamente non mi sembra un traguardo di cui andare orgogliosi).

Per l’oggi – andrò controcorrente – io non credo che il peso maggiore l’abbia la TV bensì la rete in tutte le sue sfaccettature: basta vedere le classifiche delle notizie più lette ogni giorno sui siti dei più importanti quotidiani nazionali e troviamo gossip, sport (raccontato dal punto di vista del tifoso), cronaca nera e disastri ambientali… quelle stesse che anche la TV veicola attraverso i servizi amatoriali proposti dai singoli cittadini “giornalisti”. L’immaginario collettivo del cittadino contemporaneo è dunque magmatico e soggettivo, cosa che conduce ad un progressivo sfilacciamento della società che rimane priva di riferimenti collettivi e di una visione comune. Con un termine “vintage” si potrebbe dire che non solo manca un orizzonte… ma che questo non è nemmeno preso in considerazione.

Facendo questo percorso all’interno della “controstoria” del cinema italiano, che idea si è fatto dell’identità cinematografica del Paese? Se dovessi definire con tre aggettivi il cinema italiano, quali sarebbero?

Propongo tre aggettivi che cercherò di spiegare: classista, pigro e manicheo.

Classista perché la critica – soprattutto quella ideologica del dopoguerra – ne ha influenzato tanto la fruizione che il giudizio dividendolo in cinema di classe A (quello dei grandi autori) e quello di classe B (quello di tutti gli altri). Errore gravissimo perhè non ha mai riconosciuto la presenza di un cinema medio – che pure c’è da Paolo Spinola a Massimo Pirri passando per Mauro Bolognini, Brunello Rondi, Paolo Cavara e altri – di un cinema “indipendente” – quello di Gian Vittorio Baldi, Raffaele Andreassi, Sandro Franchina ma anche Alberto Cavallone – e di un cinema di qualità – quello di registi che, anche solo, con un film hanno visto più e meglio di tanti altri – da Febbre di vivere di Claudio Gora fino a Vergogna schifosi! di Mauro Severino. E, guarda caso, è proprio questo cinema privato, ideologicamente e ottusamente, di credibilità ad aver raccontato al meglio la “tragedia” italiana.

Pigro, perché sono pochissimi gli autori che abbiano fatto una scelta “politica” (e quindi scomoda e rischiosa) per raccontare gli aspetti più oscuri e intellegibili della storia italiana (ad esempio: non esiste un film su Caporetto!) – ancora Elio Petri, Federico Fellini a sprazzi, Francesco Rosi, Alberto Lattuada e Carlo Lizzani – per il resto tutto si è sempre fermato alla superficie delle cose e alla convenienza sia commerciale che di “appartenenza”.

Manicheo perché il cinema Italiano – basta pensare ai personaggi di Alberto Sordi nei film più famosi (molto diversi ed edulcorati da quelli tracciati da Rodolfo Sonego nelle sue sceneggiature) non ha mai veramente raccontato la complessità antropologica dell’italiano ma solo la sua “maschera”. Se penso ad un film misconosciuto di Sordi come Il diavolo di Gian Luigi Polidoro mi viene in mentre il potenziale esplosivo – ma inespresso – che il cinema italiano avrebbe potuto avere se fosse uscito dagli schemi manichei autoimposti. Un film rimosso come L’antimiracolo di Elio Piccon, in qualunque altro paese starebbe tra i capolavori della sua storia. Alzi la mano chi lo conosce….

Nella graffiante serie Boris c’è uno schetch in cui dei produttori discutono su un possibile progetto sulle Guerre Puniche, e uno di loro contesta “non sarà un argomento troppo scottante?”. Quando è successo che chi fa cinema in Italia si sia totalmente prostrato alla volontà di parlare del Nulla pur di non parlare della cosa pubblica?

Ecco, appunto. Non posso che riaffermare quanto detto in precedenza, aggiungendo che oggi ritengo molto onesto il punto di vista di un Nanni Moretti che con Mia madre ha fatto la scelta “politica” di non raccontare il paese direttamente – come vuole il “suo” pubblico e la “ sua” critica – ma sottotraccia nella complessità delle dinamiche familiari che si intrecciano attorno alla morte. Vero tabù della società italiana: in questo paese le persone non muoiono mai, al massimo si “spengono”, si “estinguono”, “vengono a mancare”….

Dopo Il divo – pur con tutti i distinguo del caso – Sorrentino ha rincorso l’oscar in modo furbo e facile disinteressandosi completamente del racconto del paese, Garrone dopo Gomorra e Reality si è rifugiato nel passato letterario (guscio sempre protettivo e gratificante), e poi chi rimane? Allora ben venga Suburra – che tra i difetti di essere troppo legato ad un marchio televisivo – almeno ha il coraggio di andare fino in fondo senza né retorica né paternalismi, di sporcarsi le mani con il sangue, il fango e la merda per provare a dire qualcosa di diverso e di poco conciliante. Anche in questo caso, però – bisogna riconoscerlo – non si è mosso nulla e il film, fatto il suo, è tornato, ad essere semplicemente “cinema”.

In Italia c’è stata una perversa malinterpretazione della ‘politica degli autori di Truffaut”, tanto che il regista deve essere autore e l’autore deve essere regista, senza che questo abbia alcun fondamento. Come dire “chiunque ha bocca, parli”. Come mai è sparita del tutto la professionalità nel cinema italiano?

Nella mia ricerca continua tra le pieghe del cinema italiano di professionalità ne ho incontrata tantissima, a volte in film insospettabili, derubricati – persino – come “spazzatura”. Quella del cinema italiano è una “gabbia dorata” in cui per poterci stare devi accettare il compromesso. Chi non lo ha fatto è stato marginalizzato, rimosso e messo in disparte. Quando c’era l’industria i professionisti – anche a livello di tecnici – operavano indistintamente su un set di Fellini, Matarazzo e Renato Savino – dando vita a film che – indipendentemente dai contenuti e dalla qualità registica – evidenziavano una qualità tecnica e formale ineccepibile. Alcuni sono stati precursori – autori senza volerlo esserlo – come Luigi Scattini o Ugo Liberatore che hanno definito l’immaginario collettivo (nel bene come nel male) più e meglio di tanti grandi nomi. Io non mi sono fermato alla superficie, ma ho cercato di scavare nelle intenzioni comunicative di chi i film li ha realizzati indipendentemente dal fatto che i contenuti fossero moralmente accettabili, discutibili o estremi. Quello che mi ha interessato e animato nella ricerca è stato il provare a capire perché il “cinema italiano” è solo e sempre quello che tutti conoscono… possibile che tutto il resto sia privo di valore? No, non è così…anzi…

Se dovessi suggerire una soluzione didattica per riportare il cinema che fu nella cultura italiana, cosa proporresti?

E chi sono io per fare questo tipo di proposta? Nel mio piccolo, suggerirei, di ricominciare ad esercitare un “senso critico” nei confronti del cinema uscendo tanto dalla logica commerciale quanto da quella “autorale”. Guardare al cinema del passato come a quello del presente e a quello che verrà con occhio indagatore e scevro da pregiudizi, richiedendo, come pubblico, un racconto del paese che non sia né accomodante né semplicistico…ma selvaggio, urticante e respingente… Insomma ci vorrebbe un Michael Haneke italiano… ma ci sarà mai?

Sarà una deformazione professionale, ma da Italia Ultimo Atto ci si potrebbe adattare una interessante sceneggiatura, di un uomo che osserva la propria vita e la vita del proprio Paese attraverso i film che ha visto. Che ne pensi?

Probabilmente sì, si potrebbe fare. Un racconto del paese per procura attraverso l’intermediario del cittadino-spettatore. Potrebbe essere l’occasione per ridare visibilità sia a “perle” dimenticate del cinema italiano che a film dozzinali ma non privi di coraggio. I due estremi narrativi in cui si dibatte il serpente di celluloide di Italia: ultimo atto.

Cosa avverrà in Italia Ultimo Atto – Volume 2?

Innanzi tutto quello di “Italia: ultimo atto” vuole essere un vero e proprio progetto – non fermarsi al libro – ma creare occasioni di dibattito, proiezioni per riscoprire e riveder il cinema dimenticato e tanto altro (invito i lettori sulla pagina ufficiale www.ultimoatto.it per seguire le evoluzioni del progetto e su quella facebook per conoscere direttamente il cinema raccontato nei due volumi).

Sul secondo volume posso anticipare che si parlerà anche qui di cose poco indagate – in ordine sparso: l’”antimiracolo” economico, Aldo Semerari e il cinema, il lato oscuro e nascosto del cinema anni’80 dei F.lli Vanzina, il porno-italiano e la TV, Renato Polselli, Miss Italia “comunista” del 1977, il racconto di una società in fase di laicizzazione che si ferma sul più bello… e tanto altro…

Gianluigi Perrone