Ti Guardo

  • Anno: 2015
  • Durata: 93'
  • Distribuzione: Cinema
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Venezuela, Messico
  • Regia: Lorenzo Vigas
  • Data di uscita: 21-January-2016

Il regista venezuelano Lorenzo Vigas presenta in Italia la sua opera prima, dopo la vittoria del Leone D’Oro alla scorsa edizione della Mostra del Cinema di Venezia.  Ti Guardo (Desde Allà), nucleo centrale di una trilogia iniziata con il cortometraggio Los Elefantes Nunca Olvidan, e che proseguirà con il secondo film di Vigas, La Caja, in corso di realizzazione, tocca il tema doloroso dell’assenza del padre, prendendo spunto dalla società venezuelana, tipicamente matriarcale, dove i figli “orfani” di un padre che li mette al mondo e poi se ne va, affrontano la vita adulta rifugiandosi nella rabbia di Elder o nella solitudine di Armando, i due protagonisti del film.

Sinossi: Caracas, Venezuela tempo presente. In una città dove la divisione in classi sociali è ancora molto forte, per le strade della città si incrociano le vite di Armando (Alfredo Castro), solitario uomo maturo che vive nel quartiere della Candelaria, una zona residenziale borghese colpita dalla recente crisi, e di Elder (Luis Silva), ragazzo dei Bloques, i bassifondi dove ogni giorno si sbarca il lunario tra furti e omicidi.

Armando ha una sorella, Palma (Greymer Acosta) e un padre che li ha lasciati; quando l’ombra del padre si riaffaccia, Armando gira ancora di più la vite che lo chiude nei confronti del mondo e delle emozioni, mentre sua sorella decide di andare avanti insieme a suo marito con le pratiche per l’adozione di un bambino.

Armando ha vissuto la sua vita lontano da tutti, come un fantasma che gira per la città, presente fisicamente ma completamente assente dal punto di vista emotivo: adesca i giovani dei Bloques, li porta a casa e, senza alcun contatto fisico, soltanto guardandoli, raggiunge il piacere in solitudine.  Quando si imbatte in Elder, anche lui vittima di un trauma genitoriale poiché suo padre è in carcere per aver ammazzato un amico del figlio, inizialmente è Elder a condurre il gioco,  approfittandosi del bisogno fisico di Armando nei suoi confronti, deridendolo ad ogni occasione per i suoi gusti sessuali.

Il “punto di taglio” del film arriva proprio quando Armando dimostra a Elder di essere più uomo di lui, che sebbene giovane forte e deciso, maschio alpha e dominante in una società sessista e omofoba inizia a dubitare di sé e del suo essere uomo e diventa sempre più bisognoso dell’affetto di Armando, andando contro i capisaldi della società che lo circonda. La questione omosessuale, che non è il motore del film, è un punto importante: la cultura latinoamericana ha molte riserve sugli omosessuali e l’omofobia colpisce ad ogni livello della società e può rivelarsi devastante, al punto tale da far preferire ad una madre che il proprio figlio sia un ladro o un assassino piuttosto che un maricón.

Recensione: Dopo Taxi Teheran, Orso D’Oro a Berlino nel 2014 e Dheepan, Palma D’Oro a Cannes nel 2015, Cinema distribuisce il Desde Allà (letteralmente “da lontano”) con il titolo italiano  Ti Guardo. Il regista Lorenzo Vigas, venezuelano, classe 1967, presenta il film in Italia, e racconta del suo primo lungometraggio, vincitore del Leone D’Oro a Venezia – la prima volta per un’opera prima .

Il film nasce con una sceneggiatura forte, scritta a quattro mani da Vigas in collaborazione con lo scrittore e regista messicano Guillermo Arriaga, sceneggiatore anche di Amores Perros e 21 Grams di Alejandro Gonzàles Iñárritu, con il quale Vigas ha costruito la storia e i personaggi, prendendo spunto da situazioni e persone conosciute. Motore della storia è la psicologia del personaggio di Armando, un uomo che ha vissuto la sua vita chiuso alle relazioni e alle emozioni perché traumatizzato dalla perdita del padre; nel momento in cui il padre ritorna nella sua vita, anche soltanto come presenza fisica, la sua solitudine si acuisce. Il “fantasma” Armando si aggira per le strade della città: Vigas ha studiato insieme al direttore della fotografia Sergio Armstrong, che vanta una lunga collaborazione con il regista cileno Pablo Larrain e con lo stesso Armando-Alfredo Castro, il modo di filmare la psicologia di Armando, resa stilisticamente attraverso le inquadrature sfuocate.

La benzina che ha portato l’intero progetto a compimento è stata la squadra. Vigas sostiene che quando la sceneggiatura è forte, il resto viene da sé. Castro si è letteralmente innamorato della storia e del cortometraggio Los Elefantes Nunca Olvidan  (“gli elefanti non dimenticano mai”, presentato alla Semaine De La Critique del Festival di Cannes nel 2004), che apriva la trilogia dedicata al trauma derivante dalla perdita del padre, a cui appartengono Desde Allà e La Caja, in corso di realizzazione. Per tutti e tre i lavori Vigas è ricorso allo stesso cast tecnico, che si è rivelato sin da subito un gruppo molto affiatato, un dream team sudamericano, che oltre a Vigas, Arriaga e Armstrong, vanta la presenza dei produttori messicani Michel Franco e Gabriel Ripstein e della montatrice brasiliana Isabela Monteiro de Castro.

Il lavoro che Vigas ha fatto con gli attori è stato molto importante ma anche l’intuito ha avuto la sua parte: se l’attore cileno Alfredo Castro (conosciuto anche in Italia per la sua partecipazione a Il mondo fino in fondo di Alessandro Lunardelli e E’ stato il figlio di Daniele Ciprì) è un artista di fama internazionale, e di lunga esperienza, anche come regista di teatro e televisione e come sceneggiatore, ha impreziosito la sceneggiatura con alcune idee e accorgimenti che Vigas è stato ben contento di recepire, il giovane Luis Silva, attore emergente venezuelano, proveniente da una realtà ancor più dura di quella rappresentata nel film, è stata una vera e propria scommessa. Appena il regista l’ha visto in fotografia ha deciso che sarebbe stato il suo Elder, per quel suo sguardo sofferente e quell’impulso animale che lo contraddistingue, ma non gli ha rivelato nulla della storia; ha costruito una sana amicizia, fatta di cene, film in compagnia per arrivare alla prima ripresa con la telecamera soltanto il giorno prima di iniziare a girare il film.

Quello che avrebbe potuto essere un problema, secondo Vigas, erano le scene di sesso che Luis Silva avrebbe girato con Alfredo Castro; ma Silva, seppur proveniente dalla stessa società omofoba a cui appartiene il suo personaggio Elder, ha rotto i suoi tabù personali e ha dato prova di grande professionalità.

E per costruire la tensione naturale che scorre tra i due protagonisti e tra i personaggi del film, oltre a mescolare attori professionisti con attori non-professionisti, Vigas dava le battute una ventina di minuti prima di iniziare a girare: l’unico ad aver avuto l’intero copione era stato Castro; gli altri attori venivano a conoscenza della storia poco prima delle riprese, questo per evitare che razionalizzassero troppo la loro parte e che invece fornissero una recitazione fresca e genuina.

Dal punto di vista tematico in molti hanno notato l’influenza di Pasolini: Elder ricorda molto i personaggi di Accattone e Mamma Roma – sebbene in certi suoi comportamenti, precisa Vigas, rappresenta la società venezuelana che si è mescolata con gli italiani immigrati molti anni fa, e ne ha assunto le caratteristiche comportamentali; da un punto di vista della forma – ci tiene nuovamente a precisare Vigas – i suoi  riferimenti più importanti sono Robert Bresson, maestro del minimalismo, a cui si è ispirato per il non detto e per la totale mancanza di sentimentalismo, e il Michael Haneke de La Pianista, soprattutto per la scrittura del personaggio di Armando.

E a chi chiede al regista se proprio nel personaggio di Armando c’è anche un’influenza di Pablo Larrain, visto il sodalizio artistico che lega Alfredo Castro al cineasta cileno, Vigas sottolinea ancora una volta il suo debito nei confronti di Pasolini, Bresson e Haneke e lo studio che Castro ha fatto sul suo personaggio, indipendentemente dai ruoli interpretati per Larrain; e precisa, inoltre, che non c’è unità di forma nel cinema sudamericano, nonostante una certa critica voglia necessariamente vedere una “new wave” latinoamericana. Vigas continua dicendo che in Sud America si sono sempre fatti buoni film, ma è soltanto in questo particolare momento storico che stanno ricevendo molta attenzione da parte della critica e del pubblico internazionale. Il filo che unisce tutte le storie provenienti dal Sud America è il desiderio di un racconto onesto e coraggioso, senza paura, ma le storie e la loro rappresentazione differiscono e non sono necessariamente categorizzabili in una nueva ola.

In un momento storico in cui la comunicazione tra il governo venezuelano e la popolazione si è interrotta, e in cui anche tra le diverse classi sociali manca una forma di dialogo, è ancora più forte il dovere di chi fa Arte, quello di scatenare polemiche e accendere dibattiti, affinché questo dialogo riprenda e non blocchi la comunicazione (e il progredimento degli esseri umani e della società). Il film esce in Venezuela il prossimo aprile e Vigas è in effetti curioso di vedere l’effetto che susciterà, vista la presenza di tematiche forti come l’omofobia.

Il punto centrale della storia resta la figura di Armando colpita dal trauma dell’assenza del padre; un uomo incapace di mordere la vita, e non a caso per mestiere lavora in un laboratorio di apparecchi ortodontici e ripara denti e protesi – Vigas ha scelto questo lavoro per il suo personaggio solitario perché i denti sono l’unica cosa che resta dopo la morte e la decomposizione del corpo. L’archetipo del “padre assente”, che c’è per procreare e poi prende la sua strada, lasciando la famiglia nelle mani delle donne, e lasciando ai figli il trauma con il quale fare i conti nella vita da adulti, sarà il punto centrale de La Caja, lungometraggio in lavorazione, progetto al quale Vigas tiene molto e che gli ha fatto declinare le offerte di produttori statunitensi arrivate dopo la vittoria a Venezia.

Trattare il tema della paternità assente è un bisogno di Vigas: nonostante abbia avuto un padre presente e con il quale ha intrecciato un rapporto molto stretto e affettuoso (è figlio del pittore Owsaldo Vigas, molto noto in ambito internazionale), ha sentito la necessità di affrontare una questione da sempre molto sofferta nel suo paese, che ha condizionato la vita pratica ed emotiva di molti. E il suo film rappresenta proprio “l’universale” di questa tematica:  se da un lato ci sono Armando, sua sorella, e Elder che non hanno mai avuto un padre, dall’altro ognuno dei tre reagisce in maniera differente a questa mancanza. Se il primo decide di chiudersi in una solitudine, mascherando e controllando le sue emozioni, per paura che queste lo portino a contatto con altre persone, la seconda sceglie di dare una famiglia a chi non ce l’ha, adottando un bambino, ed evitandogli probabilmente un trauma da adulto,  e il terzo sfoga la sua rabbia e la sua energia incontrollabile, sicuro di sé e convinto di non avere bisogno di nessuno. Fino al momento in cui sarà costretto a toccarsi la ferita aperta.

Anna Quaranta

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Utlima modifica: 12 Gennaio, 2016



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