La Isla Minima

  • Anno: 2015
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Thriller
  • Nazionalita: Spagna
  • Regia: Alberto Rodríguez
  • Data di uscita: 03-December-2015

Vincitore di dieci premi Goya, tra cui miglior film spagnolo dell’anno, miglior regia e miglior sceneggiatura, La Isla Minima nasce con le caratteristiche di un poliziesco; ma la trama prende le distanze dal film di genere per rovesciare una bottiglia d’alcool sulle ferite non ancora chiuse della Spagna dell’immediato post-Franco.

Sinossi: Andalusia, 1980. In una cittadina sulle paludi del fiume Guadalquivir vengono ritrovati i cadaveri di due giovani ragazze, scomparse già da alcuni giorni. La polizia di Madrid manda sul posto due agenti Pedro (Raùl Arèvalo) e Juan (Javier Gutiérrez) accolti in maniera molto fredda e diffidente non soltanto dagli abitanti del posto ma anche dagli agenti della Guardia Civil, che si fanno scherno dei due poliziotti, con precedenti piuttosto turbolenti.

Le indagini iniziano e procedono lentamente, quasi come se si camminasse tra le acque torbide e fangose di una palude, tra la sonnolenza e l’omertà della popolazione e i contrasti tra i due poliziotti. Juan è un poliziotto della vecchia scuola, intelligente e astuto quanto violento e inflessibile, esperto di tortura e addestrato come spia; le sue notti sono popolate dei fantasmi delle vittime delle torture, durante il servizio nella Brigata Sociale e Politica istituita negli anni della dittatura; Pedro rappresenta la polizia della nuova Spagna, moderno progressista e tollerante, viene spedito nella piccola cittadina andalusa per scontare un commento pubblicato su un quotidiano, nel quale criticava i metodi anti-democratici di un suo superiore.

Recensione: L’indagine e le storie personali dei protagonisti procedono rispettando lo struttura di un poliziesco  e si intrecciano con quelle degli altri personaggi. Rodrigo (Antonio De La Torre) è il padre delle ragazze, conformista e codardo, chiuso in una mentalità ristretta e senza spiragli; Rocio (Nerea Barros), moglie di Rodrigo e madre delle ragazze, rappresenta la Spagna del cambiamento, il momento di passaggio tra la vecchia guardia e le giovani generazioni, attente soprattutto all’emancipazione delle donne, non a caso, seppur di nascosto da un marito violento, sarà Rocio a fornire ai poliziotti alcuni elementi utili alle indagini; Jesus (Salva Reina) bracconiere, figlio di anarchici perseguitati dalla Guardia Civil, rifiutato da tutti, esperto conoscitore delle labirintiche paludi; Quino (Jesus Castro), il bello del villaggio, sfrontato ed egoista, sicuro del proprio fascino e della protezione del mammasantissima locale, il padrone dell’azienda di riso; il reporter (Manolo Solo) con aspirazioni fallite da romanziere, cinico e disilluso, rappresenta quella fase di disincanto, dolorosa e necessaria in tutti i momenti di transizione politica e sociale;  alla ricerca di una definitiva consacrazione attraverso lo scoop  sui delitti delle due giovani, finirà per scambiarsi foto e informazioni delicate con Pedro.

Se è vero che i personaggi muovono la storia e portano a compimento uno schema tipico del film di genere, è anche vero che ognuno di loro rappresenta una sfaccettatura importante dell’intricata situazione politica che fu la Spagna liberata dal franchismo e  che aveva tenuto fino ad allora il paese chiuso come in una pentola pronta a pressione, pronta, proprio in quegli anni, ad esplodere: emergono  durante tutto lo sviluppo della trama tematiche sociali come l’emancipazione femminile (alcune ragazze del villaggio erano state adescate con la scusa di un lavoro e di una migliore posizione economica), e lo sciopero dei lavoratori delle risaie che minaccia di bloccare l’annuale raccolto, raccontato attraverso le immagini televisive dell’epoca.

La isla minima nacque alcuni anni fa, in una mostra fotografica che ero andato a visitare con Alex Catalán, direttore della fotografia e mio buon amico. Atín Aya, il fotografo di Siviglia, si era dedicato a catturare le ultima vestigia di uno stile di vita che era esistito per secoli nelle paludi del fiume Guadalquivir. Molte delle fotografie erano ritratti di abitanti del posto mostravano un misto di rassegnazione, diffidenza e durezza che erano parte di quei volti congelati nel passato e che, con la meccanizzazione del lavoro, molto probabilmente non avrebbero avuto un futuro duraturo. La mostra rifletteva la fine di un’era, di un’epoca. Questo è stato il mio primo contatto con La Isla, un paesaggio crepuscolare, adatto a un western di fine secolo.” Così il regista Alberto Rodriguez racconta la genesi del suo film –  aggiungendo il suo debito noir nei confronti del romanzo 2666 di Roberto Bolaño –  e ambientandolo in un momento storico preciso la cui tensione “doveva essere percepita in sottofondo, come un digrignare di denti.”

Ritornano temi esplorati da Rodriguez nella sua opera precedente, Grupo 7 (2012) in cui un gruppo di poliziotti dai metodi decisamente poco cristallini ripulisce i quartieri degradati di Siviglia dai traffici di eroina, che avevano governato la vita le abitudini (e le paure) degli abitanti della zona; siamo a cavallo tra gli anni Ottanta e i Novanta, alla vigilia dell’Expò del 1992, solennemente annunciata dal Re Juan Carlos II in immagini di repertorio autentiche; la fotografia affidata, come in Grupo 7 anche ne La Isla Minima, ad Alex Catalán, anche lui premiato con il Goya per la miglior fotografia, rendono proprio quel carattere di inospitalità dei luoghi, quella lentezza dettata dalla sonnolenza e dall’omertà degli abitanti del posto, i segreti che si celano dietro le notti insonni del poliziotto cattivo Juan e le frustrazioni del reporter.

Le riprese dall’alto delle paludi, territorio duro inospitale e crudele, aprono il film e lo percorrono durante tutto lo svolgimento, rappresentano il punto di vista di un passato non troppo lontano, quasi a voler ricordare allo spettatore che i 35 anni trascorsi sono un tempo storico relativamente breve, e che probabilmente sui libri di storia saranno raccontati nello spazio di un paio di paragrafi. E’ compito del cinema entrare delle pieghe più dolorose della storia e della politica e squarciarle fino ad entrare nelle notti insonni di chi quella Storia, seppur involontariamente nel posto sbagliato al momento sbagliato, l’ha fatta e se ne porta dietro i fantasmi.

Anna Quaranta

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Utlima modifica: 21 Dicembre, 2015



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