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L’occhio selvaggio in dvd

Ne L’occhio Selvaggio, film sospeso tra il tono documentaristico e la finzione, Paolo Cavara poneva un’interessantissima, ma purtroppo prematura (siamo nel 1967), riflessione sul rapporto tra realtà e macchina da presa, cercando di delineare un concetto limite su ciò che si mostra e si pone come vera trasposizione di un avvenimento

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C’è davvero molto da dire su L’occhio Selvaggio, film sospeso tra il tono documentaristico e la finzione, in cui il regista, Paolo Cavara, poneva un’interessantissima, ma purtroppo prematura (siamo nel 1967), riflessione sul rapporto tra realtà e macchina da presa, cercando di delineare un concetto limite su ciò che si mostra e si pone come vera trasposizione di un avvenimento. Diciamo subito che Cavara proveniva dall’esperienza dei mondo movies che l’aveva visto co-dirigere, insieme a Gualtiero Jacopetti, Mondo cane, La donna nel mondo e Mondo cane 2, e L’occhio selvaggio costituì proprio l’occasione per criticare dal di dentro la modalità di rapportarsi al reale di questa nuova tendenza cinematografica, smascherandone tutti i meccanismi affabulatori di costruzione dell’immagine e le sistematiche manovre di manipolazione delle situazioni che di volta in volta si presentavano, e che venivano esasperate per un fantasmatico e sadico grande pubblico ansioso di riempirsi lo sguardo di efferate violenze, innescando dunque un processo di sublimazione rispetto a propri più bassi istinti.

Ma il film di Cavara è molto più di questo, se si pensa che il soggetto fu scritto dal regista insieme a Fabio Carpi e il grande Ugo Pirro (che poi inaugurò un duraturo e felicissimo sodalizio artistico con Elio Petri), e la sceneggiatura con Tonino Guerra e il ‘Sartre italiano’ Alberto Moravia. L’apporto di quest’ultimo in particolare si denota nella misura in cui viene articolato un interessante discorso sul processo di oggettualizzazione provocato dall’inevitabile esposizione della realtà e dei suoi componenti (siano essi cose o esseri viventi) allo sguardo altrui, prospettiva questa che non poteva far altro che impoverire i fenomeni, – colti in un movimento di cosificazione annichilente – schiacciando, mutuando il gergo heideggeriano, l’essere sull’ente. Moravia, quindi, ripropose la malinconica ricognizione che Jean Paul Sartre aveva realizzato nel monumentale L’Être et le néant, presentando anche un’interessante modulazione della ‘malafede’, in riferimento al tentativo di ricreare una realtà il più possibile aderente all’aspettativa del pubblico, e mostrando con ciò proprio quel maldestro tentativo, condannato a più riprese dal maître à penser, di scavalcare l’insuperabile condizione umana, definita come ‘mancanza d’essere’ (per sé), verso un’illusoria compattezza massiva (l’essere in sé), manovra ontologicamente impossibile da realizzare. La circolarità ontologico-ontica del sistema heideggeriano veniva corretta da Sartre che proclamava la precedenza logica dell’esistenza sull’essenza (non siamo quel che siamo, ma ciò che facciamo). In questa prospettiva prendeva corpo quel concetto d’angoscia che poi contraddistingue anche i romanzi La nausea e Il muro.

D’altronde Moravia era stato molto colpito dai precedenti film realizzati da Cavara e Jacopetti e colse l’occasione anche per denunciare la mercificazione delle immagini che, in un ultima analisi, costituivano il prodotto di una volontà di realizzare più profitto possibile, e, dunque, chi si piegava a questa logica, di fatto (l’accusa è soprattutto contro Jacopetti, uomo di destra e istintivamente razzista), si vendeva ai padroni, tant’è che lo stesso protagonista del film, Paolo (interpretato da un discreto Philippe Leroy), afferma a chiare lettere di aver scelto di stare dalla parte degli sfruttatori. C’è dunque anche una serrata critica, forse un po’ ingenua, in quanto non sufficientemente articolata (se si pensa che Guy Debord realizzò proprio nel 1967 il celebre saggio La Société du Spectacle), da sinistra, mossa però dai soliti avamposti della borghesia avanzata (Moravia).

L’occhio selvaggio partecipò al Festival di Mosca del 1967 e venne recensito, anche positivamente, dalla critica di mezzo mondo; purtroppo si rivelò un fiasco dal punto di vista commerciale e dunque scivolò quasi immediatamente in un inesorabile oblio da cui sta riemergendo solo in questi ultimi anni. Cavara, in seguito, visto l’insuccesso del film, si dedicò alla realizzazione di lungometraggi più commerciali, che incontrarono il favore del pubblico, ma anche della critica, basti pensare a La tarantola dal ventre nero e …e tanta paura, quest’ultimo scritto con il noto sceneggiatore Bernardino Zapponi. Un autore dunque, che, seppur in maniera altalenante, seppe mantenere un’originalità di sguardo che non smise di caratterizzare il suo cinema. L’occhio selvaggio rimane uno dei suoi film più significativi e che ne rivela lo spessore culturale e artistico. Pubblicato da Mustang e distribuito da CG Entertainment, L’occhio selvaggio è disponibile in dvd, corredato da interessanti contenuti speciali, tra cui l’intervento di Emiliano Morreale e le interviste ai protagonisti del film, a cura di Nocturno. Da recuperare assolutamente.

Luca Biscontini

  • Anno: 1967
  • Durata: 93'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Docufiction
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Paolo Cavara