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Stanotte alle 01,20 su Rai Movie Desiderio di omicidio di Shōhei Imamura

In Desiderio d’omicidio, Imamura utilizza una fine indagine psicologica per mostrare le ripercussioni, nella quotidianità del Giappone moderno, di quell’oscurantismo che, a dispetto del processo postbellico di occidentalizzazione, a quasi vent’anni dalla fine della guerra, ancora persiste nel segreto delle case e nei risvolti più intimi dei rapporti interpersonali

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Desiderio di omicidio (赤い殺意 – Akai satsui) è un film del 1964 diretto dal regista giapponese Shōhei Imamura.

Shōhei Imamura (Tokyo, 15 settembre 1926 – Tokyo, 30 maggio 2006) è stato un regista e sceneggiatore giapponese. È stato uno degli autori più importanti della nouvelle vague giapponese e uno dei pochi cineasti ad avere vinto due volte la Palma d’oro del Festival di Cannes, nel 1983 con La ballata di Narayama e nel 1997 con L’anguilla.

Hiraoka entra nella casa di Riichi, uscito col figlio, e stupra sua moglie Sadako. Lei pensa di togliersi la vita, ma prima vuole rivedere un’ultima volta il bambino. Quando il marito torna, Sadako non trova il coraggio di raccontargli quanto avvenuto e Riichi non si accorge di nulla. Due giorni dopo, mentre Riichi è dalla sua amante e collega, Hiraoka irrompe di nuovo in casa, ma Sadako prende una decisione radicale…

Il mondo domestico di Ozu – con le riprese dal basso, le inquadrature incorniciate dalle porte, i treni in sottofondo – appare qui sporcato dall’ambiguità di una morale che manca di solidità. La storia è chiazzata di zone d’ombra in cui i sentimenti si confondono, e tutto sembra vero tranne l’amore stesso. Ogni legame (tra marito e moglie, tra serva e padrone, tra stupratore e vittima) è sinistramente marchiato dalla coercizione dell’istinto, da un’impulsività che si fa zavorra, ed impedisce ogni libertà di scelta e di giudizio. La sovranità dell’eros è l’unico punto fermo, in una storia dominata dalla falsità e dall’incertezza, in cui il solo legame oggettivo, chiaramente definito e ufficialmente riconosciuto, è quello della famiglia intesa come origine genetica: le condizioni ed i gesti degli antenati ricadono sui successori, creando vincoli che vanno oltre la morte, e spesso equivalgono a condanne a vita. Secondo questa logica, la povera Sadako, una volta rimasta orfana, deve necessariamente mettersi a servizio del figlio dell’uomo di cui sua nonna era già stata la domestica; ed essendo lei nata fuori dal matrimonio, non potrà che diventare, a sua volta, una ragazza madre. Nel cinema di Imamura, la donna è il nucleo di una visione cosmologica che la mette al centro dei desideri umani e dei progetti divini, facendone, nel contempo, una fonte di benedizione e di sventura. Come Uma, ne Il profondo desiderio degli dei, è un po’ sacerdotessa, un po’ prostituta; compie riti magici e prevede il futuro, e intanto è indotta a commettere adulteri ed incesti. A causa di questo suo ruolo di depositaria del mistero, la figura femminile è oggetto delle attenzioni più morbose, che si concretizzano in pregiudizi e violenze di ogni genere. Sadako è la classica ancella eletta a concubina, ma considerata indegna di essere promossa a moglie, a cui, ciononostante, si chiedono, oltre alla sottomissione ai parenti del “marito”, assoluta fedeltà nel rapporto e perfetta efficienza nella conduzione della casa. Allo stesso tempo, è un corpo morbido e indifeso che ogni uomo di passaggio può decidere di possedere: un ladro, entrato nella sua stanza per rubare, la stupra e decide di farne la sua amante. Sadako finisce per diventare, in effetti, tutto ciò che gli altri le chiedono di essere: si lascia sedurre e ammaestrare come una divinità benigna che si pieghi all’adorazione dei devoti. In questo senso, il suo destino (la sua missione?) è inscindibile dalla volontà propria e da quella altrui, il che preclude, a priori, ogni ribellione: a Sadako è negata anche la soluzione estrema, perché una forza invincibile e sconosciuta le impedisce di fuggire, di uccidere, di uccidersi. La sua figura rappresenta quella continuità della tradizione, fondata su un primitivo autoritarismo di stampo feudale, che ostacola ogni rinnovamento, perché rifiuta ogni disciplina che non sia quella dettata dagli ancestrali equilibri di potere. La prevalenza dell’istinto significa, d’altronde, la messa al bando della ragione, ossia della facoltà di illuminare l’orizzonte di una nuova luce, e con la mente sgombra dai cupi fantasmi del passato. Le emozioni indistinte, il vago senso di ingiustizia, l’indefinibile disagio che albergano nell’animo di Sadako sembrano la proiezione di quegli spiriti che un’atavica superstizione colloca all’origine delle disgrazie umane: l’aldilà è il regno da cui gli avi seguitano ad esercitare il loro dominio, determinando i destini dei viventi secondo leggi immutabili ed indiscutibili, a cui nessuno può sottrarsi, e tutti, pur non capendo, devono sottostare. In Desiderio d’omicidio, Imamura utilizza una fine indagine psicologica per mostrare le ripercussioni, nella quotidianità del Giappone moderno, di quell’oscurantismo che, a dispetto del processo postbellico di occidentalizzazione, a quasi vent’anni dalla fine della guerra, ancora persiste nel segreto delle case e nei risvolti più intimi dei rapporti interpersonali. (Recensione di OGM)

  • Anno: 1964
  • Durata: 151'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Giappone
  • Regia: Shōhei Imamura