The Green Inferno: dall’Olocausto dei mass media all’inferno verde del finto attivismo

the green inferno

Ci siamo, The Green Inferno, seppur con due anni di ritardo sulla sua tortuosa tabella di marcia, è finalmente giunto sul grande schermo.  Accompagnato dalla fama (s)gradita di film maledetto, estremo e oltraggioso è riuscito a sopravvivere in naftalina per tutto questo lasso di tempo, destando perenne curiosità e maliziosa morbosità, aiutato dal particolare, a noi gradito, omaggio non dichiarato al genere cannibalico nostrano, quello leggendario di Ruggero Deodato e Umberto Lenzi. Si, perché Eli Roth è da sempre un accanito fan del nostro cinema di genere, non lo ha mai nascosto, è un fan soprattutto del cinema realista di Monsieur Cannibal Deodato, del suo Ultimo Mondo Cannibale (1977) e del ben più famoso Cannibal Holocaust (1980), influenze si fanno ben sentire in questa sua opera massiccia e sconcertante, non così lontano poi dall’estetica crudelissima dei suoi precedenti lavori, i quali lo hanno reso in breve tempo enfant prodige del nuovo cinema horror d’oltreoceano. In The Green Inferno ritroviamo, per l’appunto, proprio tutto il pessimismo duro e beffardo che pervadeva i vari Cabin Fever (2002) ed entrambi gli Hostel, da lui diretti  rispettivamente nel 2005 e nel 2007, e con esso tutte quelle atrocità espresse sotto varie forme e sempre più spesso abilmente camuffate dalla nostra frenetica attualità.

Roth, in questo caso specifico, immerge il suo delineato pessimismo antropologico, mescolato ad una dissacrante satira sociale, in una storia di attivismo ambientalista, attraverso le gesta di un gruppo di superficiali studentelli yankee diretti in Perù per denunciare una vasta deforestazione in atto. Ragazzi e ragazzotti figli di un’America benestante, annoiata e, a volte, anche inconsapevolmente, molto arrogante, convinta di poter comprendere, risolvere o, peggio, raggirare a proprio piacimento, situazioni in bilico solo grazie ad una tradizione da enorme potenza mondiale che la precede e che, per natura, accompagna ed inquina le gesta sconsiderate dei non curanti attivisti. Le intenzioni del regista sono chiare, fare un robusto film di genere, spettacolare, accattivante e sicuramente sanguinoso, per tentare di dare ben ampio respiro sia allo stesso genere quanto ad un personale e ambizioso discorso sulla deriva della società occidentale odierna, sempre più votata al becero, gratuito spettacolo,  una società in picchiata a metà strada fra la fuffa e la plastica, perennemente schiava delle apparenze e degli estremismi. A braccetto con questo discorso notiamo quanto gli abissi toccati in The Green Inferno non siano infatti quelli gore all’interno della giungla avvolta nel verde della rigogliosa vegetazione, dove la tribù di indigeni metterà in atto i propri atroci riti a base di carne viva,  tutt’altro, sono quelli di un’umanità contorta e maligna, sono quelli del malessere del tweet e dei followers, sono quelli della continua comunicazione che diventa show autoerotico, malato e imprigionato in un piacere vanesio silenzioso, mai apertamente dichiarato, ma celato dietro discutibili buone intenzioni, fin dall’inizio abbastanza controverse. C’è tutto questo nel calderone schizofrenico messo in scena da  Eli Roth,  rappresentato da personaggi dai ben specifici tratti caratteriali; c’è l’ambiguo e mai empatico Alejandro, interpretato da Ariel Levy, leader dai modi bruschi e ambientalista tanto fanatico quanto suonato, c’è la sprovveduta Justine di Lorena Izzo, trovatasi nel mezzo di una situazione a lei tanto distante quanto incomprensibile, coinvolta più dai diritti delle donne e da un mai approfondito tentativo di evasione che da un reale interesse verso la causa ambientale, e poi ci sono tutti gli altri, i tanti personaggi secondari,  tutti palesemente identificabili da atteggiamenti e mode odierne, come  la vegana  Amy, interpretata da Kirby Bliss Anton, che imprigionata dagli indigeni tenterà di rifiutare un piatto a base di pseudo maiale (che mangerà), tenendoci a sottolineare il suo impegno filosofico, il quale, in quel frangente estremo e primordiale, risulta pacchiano ed obsoleto.

green inferno 2

The Green Inferno è dunque, seppur sviluppato attraverso il genere, un caleidoscopio brutale sulla deriva di un mondo votato al mero compromesso, allo squallido sotterfugio e all’edonismo più vigliacco, tutti  molli feticci camuffati da nuovi valori sui quali ergersi. L’orrore visivo che subentrerà in seguito attraverso le estreme e ben dettagliate mutilazioni messe in atto da chi, come la tribù peruviana, è incapace di esprimersi in altro modo se non il proprio, perché confinato in una terra di nessuno che poi di nessuno non è poiché è la loro, non sono altro che una risposta aggressiva della natura selvaggia, spietata e incontrollata, troppo incomprensibile ad un occidente tecnologicamente avanzato ma emotivamente impreparato e al tempo stesso spregiudicato.

In questo senso il film si avvicina molto di più al Cannibal Holocaust di Deodato anziché ad altri cannibal movies  o al Fitzcarraldo (1982) di  Werner Herzog,  ci si avvicina proprio per scelta narrativa, raccontando l’odierno olocausto dei media attraverso il finto carosello di buoni sentimenti messo in scena dal poco nobile gruppo di attivisti borghesi;  perché, se nel film del 1980 l’inferno verde era il titolo del programma di giornalismo spettacolo, atto a raccontare le gesta di un gruppo di documentaristi scomparsi, partiti per fare un dettagliato resoconto sulle tradizioni indigene, ma che si riveleranno essere spietati sciacalli, assassini, violentatori senza nessun tipo di vocazione verso la causa, nel 2015, anche se The Green Inferno è del  2013, Eli Roth aggiorna questo discorso con palese abilità e lo plasma ai tempi moderni attraverso tutti quei tic, quelle manie e quelle ossessioni che li rendono tali: al posto delle videocamere abbiamo gli smartphone, che tramutano video in diretta in notizie istantanee da condividere sui social, di conseguenza la tv viene sostituita dall’altra giungla virtuale del web e i documentaristi depredatori da esaltati ambientalisti. Solo gli indigeni cannibali restano, grossomodo gli stessi, primitivi, incontaminati, guidati da un istinto carnivoro e da riti tribali che li fanno agire di conseguenza, risultando, nel paradosso delle loro feroci azioni antropofaghe, addirittura più genuini di chi di quelle azioni ne è vittima casuale. Gli indigeni peruviani mettono in pratica i loro riti, fra cui l’infibulazione o il cannibalismo, non per cattiveria vendicativa, o quantomeno non solo, ma con la selvaggia noncuranza di un modo di fare, certamente barbaro e feroce, che per loro è tradizione sacra. Gli occidentali precipitati nel loro territorio non vengono visti come persone vere e proprie, ma come cibo, come una sorta di dispensa alimentare vivente, in un distacco culturale talmente ampio da risultare, sempre, invalicabile.

cannibal

Eppure, nonostante ciò, non va assolutamente dimenticato che The Green Inferno resta appunto un film di genere, e di nicchia, in grado di far propria la lezione realistica di un cinema artigianale portato a gloriosa fama dall’Italia; il cannibalico, nella fattispecie, è una branca prevalentemente tricolore che pullola di invenzioni e scelte stilistiche innovative e coraggiose, qui solennemente rispettate senza la pretesa, tipica in certi autori, di emanciparsi dalla fonte in favore delle proprie ambizioni di sottile critica sociale, che pure il regista si diverte parecchio a puntare verso ogni tipo di fanatismo cinico ed improvvisato, ambizioni chiare e ben  mescolate alle premesse standard che tale film deve rispettare, proprio come fu per  Ultimo Mondo Cannibale  prima e soprattutto per  Cannibal Holocaust e Cannibal Ferox (1981), poi,  i tre film che insieme vanno a formare l’abbecedario fondamentale sul quale si forgia  The Green Inferno.  Anche la fotografia, dominata dall’uso più che giustificato di una luce semi naturale e piuttosto basica, come fece l’ingegnoso Sergio D’Offizi  sul set di Deodato,  riesce ad esaltare le ambientazioni in modo semplice e spoglio, forse a tratti fin troppo pulito, mentre le interpretazioni del folto gruppo di attori, dove sono assenti divi o presunti tali, non trascendono nessun registro, mantenendosi abbastanza amorfe, eppure essenziali verso ciò che il plot richiedeva. Quanto alla regia di Roth che dire, è consapevole, asciutta, lineare, si prende i tempi giusti, sa mostrare quando deve e non si tira di certo indietro, fa emergere con tutta calma le interazioni e i caratteri dei protagonisti durante il tragitto per poi scaraventarli, servendosi dell’escamotage dell’aeroplano in avaria, nell’orrore della giungla selvaggia, ma lo fa con l’aria di chi, nonostante tutto, non vuol farci affezionare a nessuno di loro, facendoli apparire tutti, più o meno, odiosi, gelidamente distanti e moralmente ambigui.

The Green Inferno si presenta dunque come figlio non dichiarato della tradizione cannibalica italiana, riesce a nobilitare il genere omaggiandolo, evitandone una pericolosa sopraffazione attraverso il suo tentativo di satira sociale e riesce a mostrarci il crollo morale di un mondo sempre più votato ai famosi quindici minuti di notorietà, profetizzati anni orsono dal padre della pop art Andy Warhol, e per questo sempre meno autentico. E se per Ruggero Deodato l’olocausto si rispecchiava nello spettacolo creato ad hoc dai media, che tutto calpestano, dal buon gusto ai diritti umani, per Eli Roth l’inferno verde è quello dell’attivismo fanatico e superficiale che abusa della causa deformandone il principio a scopo speculativo, espressione esasperata di un occidente (im)morale, sempre più spudorato e subdolo.

Cannibal Holocaust

Non sarà un capolavoro del genere horror, ad essere onesti non è nemmeno un vero e proprio horror ma più un film avventuroso con delle mirate e riuscite scene gore, non è scioccante quanto Cannibal Holocaust, i tempi son cambiati e con essi il modo di mostrare la violenza, ma è un film diretto, divertente, senza fronzoli che arriva al punto smarcandosi dalla retorica e si mostra per quel che è con il coraggio un po’ guascone, un po’ cialtrone di esserlo.

Curiosità che i più smaliziati avranno notato: il giochino con le mani che uno dei protagonisti prigionieri mostra ai due indigeni strafatti, è un altro palese richiamo ad  Ultimo Mondo Cannibale, dove troviamo il protagonista del film  Massimo Foschi che nell’intento di instaurare un dialogo con dei piccoli indigeni, mostra loro la stessa identica gag.

Manuele Bisturi Berardi



Condividi