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Il racconto dei racconti di Matteo Garrone: la deriva del Mito, dell’Epos e della Fede nella cultura contemporanea

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone ci parla per l’appunto dell’incapacità diffusa e strutturale di credere e investire ancora in una narrazione corale “mitica”

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Un apologo sulla deriva delle grandi narrazioni e del sentimento mitopoietico in epoca attuale di vittoria conclamata della cultura tardo-capitalistica e di fanatismi ideologici impotenti.

Il racconto dei racconti di Matteo Garrone ci parla per l’appunto dell’incapacità diffusa e strutturale di credere e investire ancora in una narrazione corale “mitica” (sia che essa pretenda di essere effettivamente un crocevia simbolico e fondativo per la propria collettività elettiva o che al contrario costituisca un momento di carattere più disteso ed evasivo: si pensi ad esempio al consumo cinematografico della produzione fantasy hollywoodiana, alla ribellione politica e terzomondista di certo mondo musulmano integralista, al cattolicesimo carismatico di papa Francesco, all’epopea palingenetica di un personaggio italiano come Beppe Grillo, etc.); una deriva simbolica contestualizzata all’interno dello scenario tardo-capitalistico contemporaneo (lo spettacolo incontinente e consumistico dei numerosi “mostri” del lungometraggio garroniano, che ricordano da vicino quelli voraci e autodistruttivi del noto film a episodi di Dino Risi e di tanta altra commedia all’italiana sulla società del benessere del boom e sui suoi postumi drammatici).

Questa fiaba sulle tematiche decisamente anti-eroiche del desiderio più ossessivo e della prevaricazione viene difatti per così dire contaminata e resa spuria dall’ironia con cui l’autore si rifiuta riflessivamente di prenderla sul serio*, dalla meschinità caricaturale dei suoi protagonisti, lontanissimi dal mondo reverenziale dell’epopea, nonché dalla deriva di una narrazione tutt’altro che classica e lineare, che si smembra inseguendo freneticamente i molteplici conati pulsionali dei vari personaggi, analogamente ancora una volta ai Mostri di Risi.

Il tutto a significare e ad alludere a un panorama culturale primitivo, dove la domanda di fede, di fedi e di miti è lampante quanto fragile la loro tenuta simbolica e dominante un sentimento generale di disillusione.

* Sintomatico a riguardo l’effetto intrinseco e straniante di comicità dell’inquadratura conclusiva che, nel filmare in campo lunghissimo e all’interno di un panorama architettonico e naturale mozzafiato la fuga impazzita della neosposa di un re (da giovane e bella che era, ridivenuta improvvisamente vecchia e cadente, a seguito di un sortilegio e di una doppia metamorfosi corporea), “sporca” la semantica dell’equilibrio e dell’appianamento dei contrasti e delle ossessioni passionali che stava caratterizzando fino ad allora il finale del film e quella stessa inquadratura.

Francesco Di Benedetto

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