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Ganja Fiction: Mirko Virgili firma un revival di genere

Ganja Fiction rotola isterico e frenetico, scorre agitato e tiene incollati allo schermo grazie ad una regia portentosa, incredibilmente inventiva, che non si priva di mostrare vezzi virtuosistici e una compiaciuta eleganza formale, prendendo le distanze comunque dalla più nota e non sempre ben digerita patinatura autoriale

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Ed eccoci qua, a volte il cosiddetto fulmine a ciel sereno arriva, giunge inaspettato, stordisce e stupisce e, perché no, meraviglia coloro che ancora posseggono il dono della percezione, il sempre più raro dono del gusto. Il cinema italiano, salvo i soliti noti autori ormai discussi e più o meno riconosciuti, fatica a mantenere alta l’attenzione del grande pubblico, commedie e film comici sono le pellicole che più riempiono le sale, facendo la felicità degli esercenti, film per lo più tutti uguali a loro stessi con battute telefonate e tempi comici ormai meccanici, memorizzati, collaudati. Poi ci sono tanti altri film, poco pubblicizzati e mal distribuiti, certo, molto spesso non proprio miracolosi o innovativi ma pur sempre relegati ai margini. Di questa categoria reietta ne fa parte anche il bellissimo e divertentissimo Ganja Fiction, opera prima del regista Mirko Virgili, tratto dal suo precedente e omonimo cortometraggio. Chiariamo, il film grammaticalmente parlando non inventa o reinventa nulla, tutt’altro, anzi cavalca l’onda di un certo, stagionato tarantinismo, ma lo fa con una nonchalance invidiabile e briosa, fresca, spregiudicata, si appropria del pulp senza rendersi antipatico o ridondante e lo inserisce in una deformata realtà nostrana, fatta di piccoli spacciatori, fattoni, sexy pupe, mariuoli truffaldini e creditori violenti, tutti personaggi resi fumettistici, sui generis, ma plausibili se contestualizzati all’interno di questo elegante divertessement, girato fra Roma e Amsterdam.

Ganja Fiction (la ganja del titolo è la più nota marijuana) rotola isterico e frenetico, scorre agitato e tiene incollati allo schermo grazie ad una regia portentosa, incredibilmente inventiva, che non si priva di mostrare vezzi virtuosistici e una compiaciuta eleganza formale, prendendo le distanze comunque dalla più nota e non sempre ben digerita patinatura autoriale. Qui troviamo gusto cinefilo e tempi giusti, un’autentica voglia di raccontare una storia surreale senza voler prevaricare lo spettatore, infischiandosene di una certa correttezza di fondo, si, perché Ganja Fiction è un film sregolato, anarchico, provocatorio, parla di realtà, perché no anche di una comune attualità, e, servendosi di un registro prettamente immaginifico, acciuffa i personaggi e il contesto rendendoli una netta proiezione cinematografica, fumettistica certo, ma plausibile ed anche credibile.

La storia è intricata e ruota tutto intorno all’erbetta che dà il titolo al film, intorno a cui ruotano a loro volta i protagonisti, simpatici ed impazziti, ben definiti da una precisa connotazione regionale e da una personale storia che si inserisce senza forzature nel tema principale della sceneggiatura; tornano in auge anche i caratteristi del quale il film è colmo, due su tutti gli splendidi Ernesto Mahieux, nel ruolo dello strozzino ‘O Varano e il sempre eccezionale Remo Remotti, più un cameo il suo.

Per quanto riguarda il comparto tecnico c’è di che andare fieri, le inquadrature, la colonna sonora, l’uso sapiente delle luci e della fotografia risultano a tratti davvero impeccabili, colori sgargianti, psichedelici che riportano subito alla mente il pop artistico ed una ricerca dell’immagine più che consapevoli, eredi, in un certo senso, del miglior Mario Bava a cui ogni cinefilo o regista dovrebbe attingere e far riferimento.

Di certo la narrazione frastagliata, esuberante, espressamente tarantiniana e il nutrito gruppo di personaggi gettati nell’isterico plot richiederanno una seconda visione, ma non spaventatevi di ciò, molto probabilmente delizierà e divertirà quanto o più della prima.

Ganja Fiction è infatti un divertimento puro, nessun intellettualismo, abbraccia il pulp, la commedia grottesca, il noir e non sono assenti leggere venature di un tipico horror nostrano, insomma un low budget da rispettare per quanto curato si mostra. Una “ganjata”, quella giusta, una di quelle che troppo spesso mancano a questo noioso e ripetitivo cinema italiano. Mirko Virgili è un nome da tenere d’occhio e bravissimi anche lo sceneggiatore Guido Ludovici e Samuel Masi che cura la davvero bella fotografia.

“A voi, prendete e godetene tutti, chissà, forse ‘er segreto è a natura’…”.

Manuele ‘Bisturi’ Berardi

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