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La festa della donna tra discriminazioni e disparità

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Mi piacerebbe farvi capire quanto è importante per me la data dell’ 8 Marzo, parlare della condizione delle donne nel mondo e farvi piangere a dirotto per quante cose mostruose accadano, ma la verità è che se lo facessi sarei un’ ipocrita. Io ho la fortuna di essere nata in un Paese dove essere donna non è un peccato punito dalla legge terrena o da dio. Non sono mai stata costretta a nascondere il mio corpo o a vergognarmi di esso ed ho sempre avuto la fortuna di poter sfogare la mia linguaccia lunga, anche se non nego che questo comportamento a volte mi abbia causato delle grane. Ma non mi sono mai arresa e mai lo farò. Sono un “animale” nato libero e non voglio morire in cattività.
Posso raccontarvi, però, di come sia difficile essere donna e quante gravose responsabilità implichi nel mondo occidentalizzato. Di quante di noi muoiano vittime di violenza fisiche, assassinate il più delle volte dagli stessi che dicevano di amarle. “Ti amo”, sono due parole forti ma inflazionate che ormai sono diventate parte di quel gergo fatto di messaggini ed emoticons, ma che in fin dei conti rimangono dentro ai cristalli liquidi, lontane dalle orecchie, dalla testa e dal cuore. Nonostante le numerose crociate dal 1791 (anno in cui fu pubblicato il primo scritto giuridico “Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne” – Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gourges il quale ispirò la “Dichiarazione dei diritti dell’ uomo e del cittadino”) ad oggi, le donne faticano ad accedere a posizioni di responsabilità, sono il più delle volte costrette ad abbandonare il lavoro per accudire i figli e guadagnano meno rispetto agli uomini.

Uno spaccato che Patricia Arquette sollevando la statuetta come miglior attrice non protagonista per Boyhood ci ricorda: “le donne non hanno pari diritti negli Stati Uniti perché la Costituzione non è stata scritta pensando a loro” e ancora: “abbiamo combattuto per i diritti di tutti gli altri, è ora di ottenere la parità di retribuzione una volta per tutte”. Parole avvalorate dai fatti, pare infatti che tra le mail hackerate a Sony Pictures nel Dicembre 2014 ce ne fossero alcune a confermare la grandissima disparità di compensi tra le attrici e gli attori degli Studios. Si vocifera che in “American Hustle” le interpreti femminili avrebbero ottenuto il 2% in meno dei profitti, nonostante al momento dell’ interpretazione Jennifer Lawrence avesse già vinto l’Oscar 2013 come miglior attrice per “Silver Linings Playbook”.
C’è poco da festeggiare dunque, anche se non dicevano i latini “faber est suae quisque fortunae” ?

di Susanna Zandonà

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