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INTERVISTE

Intervista a Giuseppe Amodio & Deborah Farina

La prima volta che mi sono imbattuto in Giuseppe Amodio e Deborah Farina mi trovavo nello stand di Venezia Off, in occasione della Mostra del Cinema 2007.

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La prima volta che mi sono imbattuto in Giuseppe Amodio e Deborah Farina mi trovavo nello stand di Venezia Off, in occasione della Mostra del Cinema 2007. Quella sera era di scena il concerto del maestro Alessandro Alessandroni, celebre “fischio” del western all’italiana, nell’ambito di un piccolo evento omaggio dedicato al cinema di Tarantino, il quale sarebbe dovuto persino intervenire. L’iniziativa era organizzata da Cinetecnica, la casa editrice di Amodio specializzata in manualistica cinematografica, in collaborazione con la libreria Altroquando di Roma. Ma Quentin al Lido quest’anno non si è fatto proprio vedere, accampando dubbi motivi di salute, più probabilmente in esplicita polemica con la reazione scomposta della baronia del cinema italiano alle sue provocatorie dichiarazioni del dopo Cannes. In quell’occasione Giuseppe e Deborah erano lì in veste di presentatori-mattatori della serata, oltre che di autori di uno spassoso montaggio di sequenze di film tarantiniani.
A distanza di qualche mese mi vedo piombare la strana coppia all’ingresso del Cineclub Detour sfoggiano con una certa classe il loro consueto abbigliamento pulp, lui in gessato da gangster e con cravatta verde pistacchio acido, lei un po’ dark lady, un po’ eroina punk newyorkese. Sono venuti per farci una proposta che noi del Detour “non potevamo proprio rifiutare”, tanto per restare al tema noir&affini. In sostanza ci propongono di proiettare in esclusiva italiana il loro primo lungometraggio, Paranoyd, di cui, oltre ad aver curato la regia, sono anche autori della sceneggiatura, unici interpreti, operatori di ripresa, montatori e adesso anche promotori e distributori. In una parola: un vero film interamente realizzato da due persone e prodotto con un budget quasi zero.
A corredo, infine, la recente dichiarazione di Tarantino che lo ha definito “uno dei film italiani più affascinanti degli ultimi anni”.

Iniziamo dall’apprezzamento di Tarantino e la partecipazione al prestigioso Tribeca Indipendent Festival di New York. Come nasce l’affinità elettiva con gli Stati Uniti?

Giuseppe Amodio. Abbiamo iniziato a lavorare nel cinema spostandoci a Los Angeles, dove abbiamo deciso di far nascere la nostra produzione e dove alcuni titoli di Cinetecnica, la nostra casa editrice, sono stati adottati come libri di testo dalle Università americane. Lì siamo entrati in contatto con una realtà underground fatta di persone che masticano cinema e ai quali abbiamo fatto vedere il film. Poi nel luglio di quest’anno al Tribeca, il festival del cinema indipendente di New York, il nostro è stato l’unico film non americano ammesso alla selezione ufficiale. Aver partecipato è stato già un riconoscimento.

A Tarantino il film com’è arrivato?

G. Non l’abbiamo ancora saputo esattamente. Noi il film l’abbiamo dato da vedere ad un sacco di gente a Los Angeles, e lì il “giro” è sempre lo stesso, alla fine si conoscono tutti.

Veniamo alla tematica centrale del film. Perché Paranoyd?

G. Il plot è molto esile: è la storia di una donna ossessionata dagli uomini. Il film è la rappresentazione videografica della sua esperienza psicologica. Cerchiamo di portare il pubblico dentro la mente della donna, di far percepire l’ossessione della protagonista.

Di che ossessione si tratta? Di natura erotica?

G. È la paura di relazionarsi all’altro sesso. Nel film la donna ha a che fare con personaggi maschili diversi tra di loro per estrazione e per cultura. Secondo noi è un po’ la visione che la donna ha dell’uomo contemporaneo, con una virilità solo apparente.

Deborah Farina. E poi c’è un gioco dell’attesa, un mistero che non si risolve mai: in questo è un thriller.

Un thriller anticonvenzionale, ma anche psicologico e visionario. Mi viene in mente Lynch…altri riferimenti?

D. Il primo Argento, ma negli elementi esteriori, non nell’anima. Ci sono anche delle citazioni di Profondo rosso. Nelle tematiche il film è sicuramente più vicino a Lynch: c’è la ricerca ossessiva di qualcosa, l’antinarratività.

Alla luce delle vostre esperienze e delle difficoltà incontrate lungo il percorso tentando di distribuire il film attraverso i canali “ufficiali”, quali sono a vostro giudizio i problemi più evidenti della nostra industria cinematografica? Cos’è che proprio non funziona secondo voi?

G. Sempre la vecchia questione: bisogna chiedersi se in Italia è il pubblico che vuole un cinema così poco coraggioso o se è il mercato che è strutturato in modo tale che escano solo certe cose. Secondo me le neo-fusioni di televisioni con produzioni, distribuzioni e persino esercenti o agenzie di uffici stampa, hanno creato dei cartelli monopolistici, stritolando guarda caso il prodotto alternativo. Negli anni Sessanta e Settanta non c’erano questi monopoli e il pubblico andava a vedere anche un cinema diverso.

Per finire con una battuta, se doveste convincere qualcuno a vedere il vostro film cosa direste?

G. Senza doverti comprare niente “d’illegale”, sei direttamente dentro un trip, Paranoyd ha un effetto psichedelico certificato!