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Berlinale 2015: “Eisenstejn in Guanajuato” di Peter Greenaway

“Eisenstejn in Guanajuato” è un cinema-omaggio che si apre a una rivisitazione originale di stile e teoria, si dipana lungo un impianto narrativo capace di sintetizzare vecchio e nuovo, immortala l’artista mettendone a nudo l’uomo. Tornato ingiustamente a mani vuote dalla Berlinale, Greenaway è l’Autore di un cinema nuovo che sa bene come rapportarsi al suo passato

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Dopo il fallimento della collaborazione con la Paramount Pictures, con la quale Sergej Ejzenstejn (Elmer Bäck) aveva firmato un contratto da centomila dollari, il regista e teorico russo che si era spinto fino a New York volta pagina e si dirige in Messico. Corre l’anno 1931 quando Ejzenstejn è intenzionato a girare Que viva Mexico!, una sorta di documento celebrativo di un Paese e della sua rivoluzione del 1911 ritenuta la più vicina a quella russa. E così, tra la delusione hollywoodiana e il regime sovietico che lo verrebbe in patria, Ejzenstejn decide di andare a Guanajuato per portare avanti un progetto grazie al supporto di un gruppo di finanziatori capeggiato da Mary e Upton Sinclair. Lì incontra Palomino Cañedo (Luis Alberti), un cicerone a tutto tondo che lo accompagnerà in un viaggio iniziatico alla scoperta di sé, del sesso, dell’amore e della morte.

Peter Greenaway incontra Ejzenstejn, lo sguardo pittorico del regista britannico accoglie e rielabora la teoria del montaggio del collega russo, due modi di fare cinema lontani nel tempo si confrontano in una dialettica dell’immagine inedita. Greenaway omaggia la teorizzazione del suo predecessore senza però limitarsi a riprodurla, con il risultato di un trattamento della fotografia e del montaggio complessi che, in accordo con le intenzioni di Ejzenstejn, portano lo spettatore ad agire attivamente nella costruzione di senso. La fotografia vira dal bianco e nero al colore e viceversa, immagini di repertorio arricchiscono il girato, il ricorso alla tecnica dello split screen divide lo schermo in tre immagini, inserti video alla stregua di brevi lavori di video-arte ingrandiscono alcuni dettagli.

Il cinema di Greenaway dialoga idealmente con l’universo del soggetto ritratto, del quale poi mette a fuoco l’uomo prima dell’artista. Ejzenstejn secondo Greenaway è divertente e brillante, in continuo movimento, un filosofo dell’arte e della vita bravo nel teorizzare e rappresentare la morte, ma incapace di affrontarla per davvero. Ejzenstejn secondo Greenaway è racchiuso in quei dieci giorni decisivi, quando lontano dalla patria e dalle relative costrizioni si abbandona ai piaceri della carne e scopre, non senza reticenze, il sesso e l’amore omosessuale. Spavaldo nell’arte (aveva già realizzato i violenti e di successo Sciopero!, La corazzata Potëmkin e Ottobre) e insicuro nella sfera privata, l’Eizenstejn di Greenaway è un eccentrico rivoluzionario in realtà neanche troppo riluttante nell’adeguarsi ai lussi aristocratici trovati in Messico. Attratto dall’Arte e abilissimo nell’immortalare pensieri, impressioni e tesi in uno schizzo o nel più complesso linguaggio delle immagini in movimento, Ejzenstejn è di fatto una creatura esitante e quasi maldestra al di fuori della rappresentazione, quando si trova nel vivo della realtà.

Eisenstejn in Guanajuato è un cinema-omaggio che si apre a una rivisitazione originale di stile e teoria, si dipana lungo un impianto narrativo capace di sintetizzare vecchio e nuovo, immortala l’artista mettendone a nudo l’uomo. Tornato ingiustamente a mani vuote dalla Berlinale, Greenaway è l’Autore di un cinema nuovo che sa bene come rapportarsi al suo passato.

Francesca Vantaggiato

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  • Anno: 2014
  • Durata: 105'
  • Genere: Sentimentale
  • Nazionalita: Messico, Finlandia, Belgio, Francia, Paesi Bassi
  • Regia: Peter Greenaway