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YANKEE HOTEL

Paul Thomas Anderson: down in ‘The Valley’

Rosario Sparti ci racconta il cinema del talentuoso regista Paul Thomas Anderson

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Si dice che un narratore dovrebbe parlare di ciò che conosce meglio. Non fa difetto a quest’avvertenza Paul Thomas Anderson, che con i suoi film da sempre corre su e giù per le strade di Los Angeles. Nato nel 1970 a Studio City, quartiere della San Fernando Valley che prende il nome dagli studios creati da Mack Sennett, Anderson trascorre tutta la sua giovinezza nel microcosmo compreso tra Laurel Canyon e Beverly Crest. Questi sono i luoghi della sua crescita artistica e personale, dove ancora oggi abita, in un ranch situato su una collina di Tarzana, a pochi passi dalla casa nativa di John Huston. Si sa che nascere e vivere a Los Angeles vuol dire essere circondati dal mondo dello spettacolo, ancor di più se tuo padre è uno dei più noti e influenti dj americani. E così, immerso in quest’universo, Anderson coltiva da subito la passione per il cinema, nel futuro s’immagina regista e persegue quest’obiettivo senza crearsi nessun piano b. Insomma, per lui non ci sono alternative alla carriera cinematografica. Inizia a lavorare come assistente di produzione su set cinematografici e televisivi, finché nel 1993, grazie al denaro vinto con alcune scommesse, realizza Cigarettes & Coffe, il cortometraggio che tre anni dopo si trasformerà nel suo film d’esordio: Sydney. La pellicola è ambientata in Nevada, Anderson decide di girare lontano da L.A., come accadrà come coi futuri Il petroliere e The Master, ma è innegabile che il suo cinema sia inestricabilmente legato alla città natale. Ci sono luoghi che, seppur inquadrati e raccontati mille volte, riescono ancora a regalare stupore e meraviglia grazie allo sguardo di registi in grado di elevarli al rango di regni fantastici; sicuramente è il caso di Woody Allen con New York oppure di Federico Fellini con Roma, allo stesso modo, Paul Thomas Anderson riesce a far vedere Los Angeles sotto una luce diversa.

È una Los Angeles come non si era mai vista prima quella che si mostra agli occhi degli spettatori dei suoi film, nonostante sin dai tempi del muto sia la location principale di migliaia di pellicole. Hollywood difatti ha sempre inquadrato se stessa, sia per ragioni narcisistiche sia per senso pratico. Senz’alcun dubbio è il luogo più filmato in assoluto, come dimostra il fenomenale saggio cinematografico Los Angeles Play Itself. Ma quello che siamo abituati a vedere è ciò che si trova oltre le montagne di Santa Monica, raramente lo sguardo dei registi si è posato sulla San Fernando Valley, l’equivalente losangelino di ciò che rappresenta il New Jersey per gli abitanti di New York. La differenza, come sempre, è nello sguardo.

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Anderson, a differenza di molti colleghi, non subisce il fascino glam della città, non ha l’occhio del turista, non la deride ritraendone il lato folle e nevrotico, tantomeno ha la necessità di reinventarla, perché lui è nato lì. Los Angeles è la sua città e lui la ama infinitamente. La filma come i suoi personaggi, illuminando gli angoli più oscuri senza giudicarli. Il suo è uno sguardo compassionevole. Pertanto, dopo Sydney, Anderson torna a casa e sceglie la San Fernando Valley come location per il suo nuovo film, Boogie Nights. La ‘Valley’ di solito è utilizzata per rappresentare le zone di periferia urbana: grandi parchi pubblici, centri commerciali e le tipiche casette unifamiliari con vialetto e garage, distese ai lati di larghe strade dove i ragazzini scorrazzano in bicicletta. Insomma, la pacifica zona periferica dove faceva il suo arrivo E.T. Il medesimo universo da cui, negli anni ’80, emergeva lo stereotipo della Valley Girl, ragazzina borghese tutta shopping e futilità verbali. Più che un vero e proprio quartiere, si direbbe un ritratto sociologico replicabile ovunque. Ma le cose non stanno proprio così, com’è evidente dal lavoro di Anderson, che ritrae la ‘Valley’ come un luogo preciso e dalle caratteristiche meno stereotipate di quanto si vorrebbe far credere, innanzitutto conducendo lo spettatore negli anfratti degli studios cinematografici meno noti, situati proprio in quel quartiere. Perché se il cinema è Hollywood, il porno è la ‘Valley’. Ambientato tra gli anni ’70 e ’80, Boogie Nights è il ritratto fedele di quanto accadeva in quei giorni nei pressi di Van Nuys Boulevard, l’arteria stradale nota per il ritrovo di automobilisti a caccia di sesso facile.  Tutto nasce dai pensieri giovanili del regista, intento a immaginare cosa accadesse all’interno di quelle ville affittate dai produttori porno, poi tramutati in un mockumentary amatoriale intitolato The Dirk DIggler Story. E’ la ‘Valley’ nota a tutti i residenti ma scarsamente raccontata dal cinema. Intorno a quelle case dalla struttura ultramoderna, intorno a quelle piscine sedi di feste memorabili, gravita un microcosmo invisibile che, in realtà, è il vero cuore economico del quartiere.

Boogie Nights è la storia di un’ascesa e caduta, ma è soprattutto una storia d’amore, la storia di una disperata ricerca d’amore. Quell’amore perduto, riconquistato, malato, ambito, sognato, negato dei personaggi di Magnolia.  A destra c’è Encino, a sinistra Burbank, in mezzo scorre il traffico di Magnolia Boulevard, la via che taglia in due la San Fernando Valley. Lì sono ambientate le storie dello strabordante, ambizioso, eccessivo film del 1999 che prende il nome dall’omonima via. Ciascun personaggio ha la sua ferita, sono anime perse che vagano per le strade della ‘Valley’. Anderson non spia dall’alto, non ci sono vedute aeree della città, va a scovare i personaggi dentro le loro abitazioni, dentro le loro automobili, dove sono rinchiusi per cercare rifugio da un mondo feroce. Appartamenti, bar, studi televisivi sono buchi neri che attraggono, come sabbie mobili, i protagonisti verso l’abisso. Porte chiuse, luoghi indistinti, unici posti dove cercare di venire a patti con il passato, anche perché all’esterno non c’è nulla: soltanto autostrade che cingono e attraversano la città, privandola di un centro, rendendola un non luogo di cui solo Anderson conosce il segreto. L’unico riferimento preciso è quello del Bryson Apartment Hotel, in cui è ambientato l’ironico prologo, luogo iconico – vedi alla voce La fiamma del peccato – che rimanda al mito noir della Los Angeles criminale. L.A. diventa una città astratta, una percezione che diventa evidenza con Ubriaco d’amore, girato a Chatsworth, la zona industriale della città, caratterizzata da una successione di bianchi capannoni tutti uguali che rendono surreale l’ambientazione.

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Insomma, il tipico luogo dove non ti stupisci nel trovare un harmonium in mezzo alla strada. Luoghi anonimi, serializzati, come il supermarket dove il protagonista va alla ricerca di punti premio, oppure totalmente fuori contesto, come il ristorante francese simile a un castello dove un animalesco Adam Sandler distrugge il bagno (una scena che anticipa quella simile di The Master). Ma che si tratti di arte kitsch o di astratta, Anderson è ugualmente abile a trovarne la bellezza. Uno splendore che affiora in maniera molto più evidente dai luoghi accanto al mare di Vizio di forma. “Non è stato facile trovare angoli della città com’era negli anni Settanta – dice il regista – soprattutto vicino all’Oceano non ce ne sono quasi più. I ricchi vogliono case nuove. E le strutture costruite all’epoca sono state smantellate da tempo”. Una realtà architettonica che riflette bene lo spirito del film, attento a catturare il passaggio dagli ideali della controcultura alla cupa deriva paranoica degli anni di Nixon, viatico per il nichilismo edonista degli anni ’80. Stavolta Anderson si allontana dalla ‘Valley’ scegliendo Manhattan Beach, posta a sud-ovest della contea di Los Angeles, luogo ideale per ricreare la nostalgia di un tempo perduto. Perduto come un amore, come un’utopia, come un edificio abbattuto per far posto a una villa per milionari, perduto come la possibilità di girare in pellicola, perduto come il sogno di un cinema integrato nel sistema ma capace di modificarlo dall’interno. Il folle desiderio di un regista che non poteva che nascere, vivere e siamo certi anche morire che nella città del cinema.

Rosario Sparti

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