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Vizio di Forma: Incontro con P.T. Anderson

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Nella cornice della Casa del Cinema, grazie ad una collaborazione tra il magazine Ciak e il Centro Sperimentale di Cinematografia, si è svolto un interessante incontro con il regista americano Paul Thomas Anderson, in occasione della prossima uscita nelle sale italiane del suo ultimo film Vizio di Forma, noto anche come Inherent Vice.

Vizio di Forma uscirà in Italia il 26 febbraio 2015. Al centro della storia c’è un investigatore privato, Doc Sportello, il quale esercita il suo lavoro nella Los Angeles degli fine degli anni Sessanta. Una visita inattesa della sua ex lo coinvolge in un caso bizzarro che coinvolge ogni sorta di personaggi, surfisti, traffichini, tossici e rocker. Nel cast del nuovo film di P.T. Anderson, oltre a Joaquin Phoenix nel ruolo del protagonista Doc, sono presenti anche Benicio Del Toro, Owen Wilson, Reese Witherspoon, Josh Brolin, Jena Malone, Katherine Waterstone, Maya Rudolph e Martin Short.

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Come mai hai scelto Vizio di Forma, un romanzo così difficile da trasporre?

È un libro difficile ma tutti i libri di Thomas Pynchon lo sono e, rispetto agli altri, Vizio di Forma è quello più “facile”. Lo script all’inizio era enorme, poi mano a mano ho cominciato a tagliare, anche con l’aiuto degli attori. Prima leggere il libro non ero in realtà appassionato al periodo – ci sono altri periodi che mi attraggono di più – ma leggendolo ho trovato altro rispetto a ciò che si sottolinea di solito degli anni Sessanta. Ho trovato il rimpianto per i sogni che già cominciavano a sembrare irrealizzabili, per un’innocenza persa. [Vizio di Forma è ambientato nel ’69]

Josh Brolin ha affermato che in Vizio di Forma c’è un cameo di Pynchon, è vero?

P.T.Anderson: No, nessuno ha mai visto Pynchon, neanche io. Lui non ama mostrarsi e lasciare interviste: vuole che solo le sue opere parlino per lui.

Ami i film noir? Potresti citarne in particolare uno?

P.T.Anderson: Si, li amo molto. Le catene della colpa di Jacques Tourneur ma amo anche tutto di John Huston, Ernst Lubitsch, Billy Wilder.

Katherine Waterston, come l’hai scoperta?

P.T.Anderson: L’ho vista in televisione. Katherine era perfetta per il ruolo di Shasta perché ha proprio il viso e la fisicità del periodo in cui è ambientato Vizio di Forma. E poi – per ricollegarsi al discorso del noir – lei ha questa faccia così dolce, ma in realtà è il male…

Cosa ne pensi del digitale?

P.T.Anderson: Non mi dispiace del tutto il digitale, cioé, in realtà sì. Preferisco sempre di gran lunga la pellicola perché ha un aspetto decisamente migliore.

Come farai quando la pellicola non esisterà più?

P.T.Anderson: Spero che anche in futuro esisterà sempre qualche laboratorio che la produrrà, anche clandestino magari in un camper nel deserto del New Mexico, se necessario… [ndr. Breaking Bad]

Pensi ancora male delle scuole di cinema?

P.T.Anderson: No, in realtà non penso male delle scuole di cinema in generale. Nella mia esperienza con le scuole di cinema non ho trovato insegnanti che mi riuscissero ad entusiasmarmi.

Come sei riuscito a diventare un grande regista senza?

P.T.Anderson: Guardando i film. Poi la mia generazione aveva sempre in mano le videocamere, c’era sempre qualcosa da riprendere.

Come imposta di solito il suo lavoro con gli attori?
P.T.Anderson: Cerco di fare come ognuno si sente più a suo agio. Se vogliono provare, proviamo, se non vogliono provare non proviamo. Molti attori non vogliono discutere molto. Arrivano sul set e fanno il loro lavoro. Si parla molto in genere dei costumi e dell’aspetto del personaggio. Ad esempio per quanto riguarda Vizio di Forma, confrontandomi con Josh Brolin una volta che gli ho detto che il suo personaggio, Bigfoot, aveva i capelli tagliati a spazzola, non ha avuto bisogno di sapere altro. Aveva capito già tutto.

E dell’interpretazione di Joaquin Phoenix cosa ne pensi?

P.T.Anderson: Joaquin è uno di quei grandi attori che non capisci mai se lo sono per bravura o per istinto. A volte sembra che si dimentichi la battuta e ti viene a dire che in realtà stava ancora recitando… Può apparire un po’ confuso, però è proprio per questo che è grande probabilmente.

Come ha luogo la produzione dei suoi film?

P.T.Anderson: Come tutti gli altri film in realtà. Scrivo, poi condivido quello che scrivo con i produttori, si fanno i sopralluoghi per le locations, si finge di aver trovato i soldi, si trovano i soldi, si lavora con gli attori. A volte le locations sono superiori o inferiori alle aspettative e si cerca di rendere tutto pronto per le riprese.