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VISTI AI FESTIVAL

Trieste Film Festival: Corn Island di George Ovashvili

Dalla Georgia un film poetico e diretto con maestria, in cui la sfida agli elementi naturali si fonde con altri motivi di tensione

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Il concorso lungometraggi del 26° Trieste Film Festival continua a regalare emozioni. Coi suoi silenzi carichi di tensione e attraverso un mirabolante uso degli scenari naturali, Corn Island (in georgiano Simindis Kundzulis) si propone quale opera cinematografica di struggente bellezza, in cui vanno ad accumularsi (un po’ come detriti portati dalla corrente) temi e problematiche differenti tra loro: in primis il perpetuarsi della sfida lanciata alle forze della natura, da parte di uomini che possono contare solo sulle proprie risorse. Ma questo resistere alle insidie portate da un peraltro meraviglioso paesaggio fluviale va ad intrecciarsi, poi, col peso delle rivalità etniche e geopolitiche, in territori della regione caucasica dalla storia tormentata e complessa. Trattasi ovvero di quel confine, già attraversato in tempi non lontani da inaudite violenze, tra la Georgia e i separatisti dell’Abcasia. A questi primari motivi di inquietudine viene infine a sommarsi un tocco, declinato al femminile, di tipica irrequietezza (pre)adolescenziale.

Protagonisti del film diretto dal georgiano George Ovashvili con sì grande maestria sono infatti un vecchio abcaso e sua nipote, rimasta orfana dei genitori per cause ignote. Verrebbe quasi da pensare che c’entri qualcosa il terribile conflitto che aveva insanguinato quell’instabile zona dell’ex Unione Sovietica. Come altri contadini e pescatori poveri di quelle parti, nonno e nipote sono impegnati in un’impresa che ai nostri occhi può apparire epica, quasi herzoghiana: rendere temporaneamente abitabile uno degli isolotti che si formano in primavera al centro del fiume Inguri, per poterne così coltivare il fertilissimo terreno.
Una operazione così spossante e rischiosa si rivela sin dalle prime inquadrature degna di apprezzamento, meraviglia, stupore, ma a renderla ancora più ammirevole e stoica subentra ben presto il pericolo rappresentato da altre minacciose presenze, quelle dei soldati georgiani e abcasi assestati sulle due sponde del fiume, che funge per l’appunto da confine. Il passaggio all’età adulta della ragazzina avviene pertanto in un clima di notevole tensione, in cui l’apparire del primo sangue mestruale si rispecchia sinistramente in altre macchie di sangue, esibite invece da un soldato nemico rifugiatosi a sua volta nell’isola.

Dialoghi scarni. Silenzi di inusitato spessore. Suoni ovattati che provengono dalla rigogliosa vegetazione fluviale. Spari nella notte. E’ anche un significativo tessuto sonoro a rafforzare la poetica dello splendido film georgiano, mentre la parabola dell’anziano contadino abcaso (parafrasando Hemingway, verrebbe spontaneo definirlo “il vecchio e il fiume”) fatta di gesti elementari, operosità, cognizione della piccolezza umana di fronte alla forza degli elementi naturali, è un qualcosa che arriva dritto al cuore, contrariamente alle sterili violenze degli uomini in divisa che attraversano periodicamente le acque circostanti.

Stefano Coccia

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