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When the clown lought in hell (Prima parte)

Si può far sorridere raccontando del massimo orrore della storia dell’uomo, quello dello sterminio degli ebrei? E fino a che punto lo sguardo comico può essere applicato alla tragedia? E il campo di concentramento, non è anche lo spazio del gioco più folle e spietato inventato dalla mente umana?

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 “Ridi, pagliaccio! Sul tuo amore infranto. Ridi del cor che t’avvelena!”.

Cosa c’entrano i pagliacci? C’è qualcosa più triste di un pagliaccio con la faccia in farina?  Le risate sgorgano dalle lacrime e la sorgente segreta dell’ironia è il dolore, non la gioia. E’ sulla figura del clown, attraverso lo sguardo del comico e sulla sua abilità di giocoliere delle parole che apre il sipario all’assurdità della tragedia.

Così Pirandello scriveva nella sua opera L’umorismo: “per studiare minuziosamente il grottesco, per prolungar freddamente un’ironia, bisogna avere un sentimento continuo di tristezza e collera”.

Nel 1972 Jerry Lewis girò e interpretò un film incompiuto intitolato The day the clown cried, su un uomo travestito da pagliaccio e chiamato a intrattenere i bambini in un campo di concentramento: il clown, arrestato dalla Gestapo per aver preso in giro il fuhrer, fu usato dai nazisti per divertire i bambini facendoli salire sul treno diretto ad Aushwitz e renderli docili per condurli “alle docce”.

 

“bambini: dove stiamo andando?”

“clown: loro vogliono che ci muoviamo

in un altro edificio dove avremo più

spazio per giocare.” (The day the clown cried)

 

Si tratta di un’opera incompiuta che sfumò ancora prima di essere finita, una pellicola mai distribuita (forse per il tema trattato? Per mancanza di denaro?), ma nonostante questo non fa parte del pianeta dell’oblio, anzi, è presente nella filmografia di Lewis. Il soggetto è tratto da una sceneggiatura scritta da Joan O’Bien e Charles Denton.

 

I TOOK THE CHILD BY THE HAND

TO LEAD HIM ON HIS WAY

I TOLD HIM THE LOVE OF GOD

I THAUGH HIM TO PRAY

AND AS I SARCHED FOR BETTER WAYS

HIS GUIDE AND HELP TO BE

I FOUND, AS WE WALKED HAND WITH  HAND

THAT HE HAS LEADING ME. (The day the clown cried).

 

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Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche dell’armata russa arrivano nel campo di concentramento di Aushwitz, data dell’abbattimento dei cancelli, che dal 1 novembre 2005 è stato dichiarato il giorno della memoria. In Israele la giornata della memoria è il 27 aprile.

Il cinema ha contribuito molto a ricordare la shoah con il suo sguardo e diviene oggetto di numerose rappresentazioni.

La mia domanda è: si può far sorridere raccontando del massimo orrore della storia dell’uomo, quello dello sterminio degli ebrei? E fino a che punto lo sguardo comico può essere applicato alla tragedia? E il campo di concentramento, non è anche lo spazio del gioco più folle e spietato inventato dalla mente umana?

Il campo di concentramento è il luogo del gioco fra carnefice e vittima. Il sistema del lager era studiato non solo per spezzare la resistenza fisica e morale dei detenuti, ma anche annullare l’identità e l’individualità e ridurre l’essere umano a un involucro di pelle e ossa. Quindi, ricorrere all’umorismo significa opporre una resistenza a questo processo di frantumazione della personalità, spogliandola da desideri, pensieri, sensazioni. Serve come strumento di sopravvivenza per combattere contro gli oppressori.  La shoah, termine che significa catastrofe, è stato oggetto di diverse rappresentazioni cinematografiche per il bisogno anche del cinema di ricordare.

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Con la visione “Shoah” di Claud Lanzmann (che resta un documento storico, unico monumento possibile attraverso il cinema che ha un rapporto con il doc molto forte) in Spielberg matura l’idea di un film con soluzioni moderne. Ecco che nasce “Schindler’s list”, capolavoro di astuzia produttiva, ma anche la sintesi di tutti i film sull’olocausto, che funziona come film hollywoodiano mascherato da film europeo. E’ stato un tema interpretato all’infinito: “holocaust movie” è considerato anche un genere.

Si uniscono due strade: quella del potere e quella dell’arte cinematografica che si sono spesso incrociate, generando capolavori, ma anche condanne e accuse, ma soprattutto memoria.

E’ nel serbatoio della memoria che troviamo immagini della nostra storia riflesse sullo schermo e immortalate dalla macchina da presa. Sono le immagini quelle che ricordiamo nei nostri occhi, immagini che non sono semplici scatti isolati, ma che rappresentano un documento/monumento della storia. La storia dell’uomo è un lungo piano-sequenza fatto di immagini.  Il cinema è fatto di immagini e la memoria dello spettatore funziona per frammenti visivi. Non sono solo le trame che tornano nella memoria, ma soprattutto i segni, come la bambina dal cappottino rosso di Schindler’s list, diventata ormai un’icona, o  la scena de “Il grande dittatore” con Chaplin/Hynkel che gioca nello studio, facendo rimbalzare il mappamondo. Si dice che il fuhrer avesse un’ossessione per tale oggetto.

Lo sguardo della macchina da presa, a volte, è stato più coraggioso di altri sguardi che si sono nascosti per paura di essere condannati. (Continua)

Roberta Latona

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