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INTERVISTE

Intervista ai Manetti bros produttori de Il bosco fuori

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Come siete entrati nel progetto?

Marco: Con Gabriele Albanesi ci siamo conosciuti quando uscì Zora la vampira perché scrisse su internet malissimo del film. L’ho contattato e discutendo mi ha fatto leggere un cortometraggio molto bello che aveva scritto. Poi ci siamo incontrati, è nata una bella amicizia e ci ha fatto vedere la sceneggiatura di un lungometraggio che allora si chiamava Sterzo, poi Il bosco fuori. Noi siamo rimasti colpiti da questa sceneggiatura, soprattutto per la prima parte, e per tanti anni abbiamo provato a realizzarla, l’abbiamo riscritta insieme e abbiamo trovato anche alcuni fondi, un po’ a fatica, finché poi è intervenuto Gregory J. Rossi, il vero produttore del film, che ha rischiato di suo. Noi siamo entrati in co-produzione dando una mano in tanti modi.

Nello specifico?

Antonio: In particolare abbiamo dato delle telecamere, alcuni dei nostri collaboratori, la sala di montaggio, attori. Insomma, non abbiamo dato soldi, ma abbiamo contribuito alla realizzazione del film.

Il titolo inglese è The last house in the wood. C’è un motivo in particolare o è semplicemente una scelta produttiva per il mercato estero?

M. Si tratta semplicemente di un titolo imposto dalla produzione, perché il film è stato venduto in DVD all’estero e quindi hanno deciso di usare un titolo classico.

Qual è a vostro giudizio la situazione del cinema indipendente in Italia?

M. Per quanto riguarda il cinema di genere, negli ultimi anni in Italia si è fatto male, anche perché lo stesso retaggio degli anni Settanta col tempo si è un po’ incancrenito. Questo ha fatto sì che i film di genere per tanti anni nessuno li ha voluti fare o qualcuno li ha fatti male creando una certa diffidenza da parte del pubblico.
A. Ora bisogna essere ottimisti. Nel sottobosco, però, c’è gente che lo fa per passione, non per soldi. Anche se escono pochi titoli, l’importante è che film di genere escano. Poi se tutto funziona vedi come anche gli autori più importanti si mettono a fare cinema di genere. E penso a Tornatore o a Placido. Per quanto riguarda il nostro contributo, abbiamo finito di scrivere un film horror e lo faremo con Bava, Deodato e Stivaletti sullo stile dei Masters of Horror americani. È un’operazione interessante perché è una via di mezzo tra due generazioni di registi.