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SulmonaCinema: una serata nel segno di De Lillo e Gaglianone

La 32a edizione di SulmonaCinema ci ha posto di fronte una realtà ostracizzata dalle istituzioni ma ancora combattiva, vero baluardo del cinema indipendente

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Tornare a Sulmona anche quest’anno, per seguire quel festival cinematografico col quale si era instaurato, sin dalla sua scoperta, un feeling genuino e istintivo, ha rappresentato indubbiamente qualcosa di diverso. Per definire lo spirito con cui si è tornati in Abruzzo verrebbe voglia di scomodare concetti tipo il “senso di responsabilità”. Stiamo esagerando? No, se uno considera che un festival come SulmonaCinema si pone da anni quale polo di attrazione per chi, come noi, agli esiti migliori del cinema indipendente italiano guarda con particolare interesse. E se già nelle edizioni immediatamente precedenti si era respirato un clima resistente, determinato dalle varie forme di ostracismo poste in atto da amministratori locali poco illuminati, col nuovo sindaco la situazione invece di migliorare (come era stato promesso…) sembra essere implosa. Sempre più risicati, i fondi destinati all’evento; con l’impossibilità di effettuare le proiezioni al Nuovo Cinema Pacifico, che storicamente era il fulcro della manifestazione. Quasi conseguentemente si è dovuto rinunciare al concorso, alle giurie e a gran parte di quegli addetti ai lavori che arricchivano, con la loro presenza, queste belle giornate di cinema.

Ma le oggettive difficoltà non hanno frenato l’entusiasmo di chi il festival lo organizza con passione da anni. In un clima quasi “carbonaro” e di encomiabile militanza gli eventi sono stati spostati in quel nuovo locale, il Soul Kitchen, dove sono state arrangiate con discreto successo tanto le proiezioni che le performance musicali. Questa capacità di improvvisazione e l’orgoglio nel “non voler perdere un anno”, parafrasando le consuetudini del linguaggio scolastico, ci hanno impressionato e, volendo, persino un po’ commosso. Tant’è che anche la nostra partecipazione da cronisti dell’appuntamento festivaliero abruzzese ha assunto, in fin dei conti, un carattere militante. Lo stato di emergenza non ha poi impedito che si assistesse a una serie di serate godibilissime. Il trentaduesimo SulmonaCinema ha avuto inizio il 17 dicembre (come a voler sfidare ulteriormente la malasorte), ma noi siamo piombati lì la sera del 19. Rivelatosi antro caloroso e accogliente, il Soul Kitchen ci ha ricevuto regalandoci uno spazio arredato con stile, i volti di vecchi amici, un’atmosfera vivace in sala e, per la gioia di chi scrive, tutto il gusto di certe birrette artigianali. Al resto ci ha pensato il cinema. Sì, perché le scelte del direttore artistico Roberto Silvestri continuano a essere tali da meritare una considerazione a parte.

La programmazione di venerdì 19, per esempio, ha proposto uno stimolante parallelo tra due cineasti di valore, Daniele Gaglianone e Antonietta De Lillo, abituati a muoversi intersecando il reale da angolazioni differenti, angolazioni in cui possono rientrare tanto le dinamiche documentaristiche che quelle della finzione. Cominciamo proprio dalla De Lillo. Anche perché il suo documentario dedicato ad Alda Merini, La pazza della porta accanto, lo vedevamo per la prima volta. “Non capire il bambino è già un reato grave”, dice a un certo punto la poetessa. L’infanzia. La follia. L’eros. L’incomprensione. Gli amici. La generosità. Gli amanti. I mariti. Le separazioni. I figli. L’elettroshock. Le gelosie. I gesti di affetto sincero. Le parole della compianta scrittrice attraversano lo schermo e fendono l’aria, riportando ogni domanda postale dalla regista a concetti tangibili, riscossa dello spirito, esperienze di vita, stati d’animo affermati senza peli sulla lingua. Ad Antonietta De Lillo si può dire di essere stata due volte brava: per come ha saputo relazionarsi alla poetessa, facendo sì che sfogliasse insieme a lei le pagine di questo diario intimo sentendosi visibilmente a proprio agio, ma anche per aver portato a casa un lavoro registicamente sobrio, funzionale, pur mostrando in filigrana il suo proposito autoriale. Se difatti lo spazio concesso alla Merini è giustamente preponderante, accorte cesure fanno respirare il film proponendo brevi intermezzi in esterni che, come feritoie, alternano alle confessioni della scrittrice uno sguardo obliquo e acuto sulla realtà circostante.

Ci viene spontaneo spendere qualche parola in meno sul film successivo, La mia classe, ma solo perché per noi costituiva un “ripasso”: il film di Gaglianone lo conoscevamo già e, cosa più importante, ne avevamo da subito apprezzato l’audacia. Già a una prima visione non ci era sembrato così usuale parlare di immigrazione così, facendo emergere l’amarezza, la fatica e altri spunti presenti in determinate realtà, attraverso il filtro di una struttura narrativa ibrida, in cui il confine tra finzione e documentario quasi si annebbia, trascinando lo spettatore a “scuola” insieme ai migranti. Una scuola da intendersi non solo come l’edificio scolastico in cui un vero attore come Valerio Mastandrea, al solito generoso e autoironico, si improvvisa maestro di italiano per gente straniera che ha realmente necessità di migliorarne la conoscenza, ma anche quale fucina di conoscenze reciproche: lo spettatore stesso è chiamato a decifrare le circostanze di un discorso cinematografico spurio, apprendendo al contempo piccole storie di persone che spesso figurano come invisibili (se non addirittura indesiderabili), nonostante il loro carico di drammi e speranze, nel deserto di empatia rappresentato dalla nostra meschina società.

Stefano Coccia

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