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INTERVISTE

Massimo Foschi: E fu Ultimo mondo cannibale…

L’attore Massimo Foschi, protagonista di ‘Ultimo mondo cannibale’ si racconta a Taxidrivers in una lunga intervista

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Noi lo confessiamo subito: siamo piuttosto quelli di Ultimo mondo cannibale, pellicola straordinaria realizzata da Ruggero Deodato nel 1977. L’attore, Massimo Foschi poi, in quanto grandissimo attore, è fuori discussione da questa nostra idolatria, ma anche, ad esempio a Il principe di Homburg di Gabriele Lavia abbiamo preferito sempre il Foschi de l’ Holocaust 2000 di Alberto De Martino e all’ Otello di Franco Zeffirelli abbiamo continuato a preferire ancora il Foschi de Lucrezia giovane di. Luciano Ercoli e il Foschi di Nove ospiti per un delitto di Ferdinando Baldi. Saranno anche nostri limiti. Ma Ultimo mondo cannibale resta, secondo noi, proprio nella carriera cinematografica di Massimo Foschi la pellicola di riferimento. Perché Massimo Foschi, nonostante la sua fortissima identità e cultura di attore teatrale, ha creduto molto nel progetto cinematografico di Ultimo mondo cannibale, ha creduto soprattutto in quella performance di attore che il copione prevedeva, una performance che sarebbe stata soprattutto fisica, corporale, risolta anche al limite delle sue forze, una lavorazione certamente faticosissima, assolutamente sudata, sicuramente sporca. Un film che è stato soprattutto, pensiamo, una scommessa di Massimo Foschi, ed un po’ anche, necessariamente, una forte discussione del suo ruolo di attore affine e votata, fino a quella data, soprattutto ai palcoscenici del teatro più esigente e rigoroso. Ultimo mondo cannibale era sicuramente un progetto netto ed onesto già in sede di copione, un copione oltremodo indisciplinato, diverso, allucinato. Il regista Ruggero Deodato, già qualche anno fa, ci aveva messo in forte risalto le difficoltà del film, ci confessò che in questo set la fatica fu doppia e più malsana rispetto alle riprese di Cannibal Holocaust, il suo precedente del 1977, tutto quello che si vedeva era violentemente vero.

Una scommessa insomma che, d’attore, Massimo Foschi ha accettato e certamente superato girando in quel modo Ultimo mondo cannibale. E con quali decisi risultati per la sua carriera? Questo non è dato a sapersi, la domanda netta e cruda non gliela abbiamo formulata, avrebbe potuto banalmente rispondere che si trattava di lavoro, semplicemente dello stipendio da portare in famiglia a fine mese. La verità concreta è che Massimo Foschi ha continuato severo ed imperterrito dopo il cannibal con il suo autoriale ed eccelso teatro. Di Ruggero Deodato Massimo Foschi riconosce la genialità un poco pazza:   “però purtroppo Ruggero non segue il suo genio completamente, nella mente è certamente pieno di guizzi e non esita affatto a chiederti cose eccessive. E’ un vero talento, però è lui stesso, spesso, a trascurarsi”. Ora è indubbio che, al cospetto di Massimo Foschi, attore di eccellenza per maestri del teatro quali sono stati Orazio Costa e Giorgio Sthreler e come lo sono tuttora Luca Ronconi, Gabriele Lavia e Giorgio De Lullo, la sua carriera di attore viene sempre messa in una sorta di confronto tra il teatro ed il cinema. Dice Massimo Foschi: “io mi sono avvicinato alla carriera di attore attraverso un percorso che penso sia esclusivamente di amore. Amore tuttora incontaminato per la poesia e per la recitazione, dunque amore grandissimo per il teatro”. Ed il cinema per Massimo Foschi a quale dimensione apparteneva? Dice Massimo Foschi: “gli anni passati in teatro sono stati spesso intervallati da esperienze cinematografiche, solo che per me il cinema, nel momento iniziale della mia carriera, era qualche cosa di decisamente diverso dal teatro, assolutamente. Il teatro incarnava, assommava quello che era il pensiero, la parola, il corpo, la dimensione del cinema invece, pregno di quel realismo, mi allontanava, mi estraniava da questi concetti. Ma è stato poi il corso degli anni, e vedere al cinema l’interpretazione di Al Pacino che ha interpretato Shakespeare, nel Riccardo III cinematografico, soprattutto, che mi sono reso conto finalmente che i personaggi cinematografici hanno assolutamente lo stessissimo valore dei personaggi shakesperiani. Vedere al cinema Al Pacino è stato davvero il colpo di grazia in questo senso, lui mirabile nei personaggi dei gangster e dei farabutti che ha interpretato al cinema, era sublime anche nell’interpretare, al cinema, William Sheakespeare…”.

Ma al cinema Foschi ammette di avere avuto maestri eccezionali nel determinargli poi, in fondo, tale consapevolezza: Luchino Visconti, Gian Maria Volontè, Vittorio Storaro, Elio Petri, Giuliano Montaldo. Luchino Visconti Foschi lo aveva conosciuto al doppiaggio del film Morte a Venezia  girato da Visconti nel 1971 e dove l’attore doppiava Dirk Bogarde,   “una frequentazione che fu di stimoli eccezionali e di continue lezioni insieme a Visconti, lui che era in fondo un vero fustigatore di attori”. Con Visconti Foschi ha lavorato anche al doppiaggio de Gruppo di famiglia in un interno, lo splendido film girato da Visconti nel 1974. Dice Massimo Foschi: “Luchino Visconti era davvero una persona superiore per la cultura e la professionalità. Si stupiva che fino a quel momento facevo poco cinema. Mi prometteva, “te lo farò fare io il cinema”, ma purtroppo è morto prima di conoscermi davvero a fondo. Ma è con Gruppo di famiglia in un interno che mi sono sentito davvero premiato. Lavoravamo ancora al doppiaggio del film, doppiavo il protagonista, Burt Lancaster, e in una delle scene più importanti, un monologo in fondo di Lancaster, quando sentendo i passi dalle stanze vuote del piano superiore della sua casa, mentre leggeva ad alta voce uno dei suoi meravigliosi libri custoditi nella ricca biblioteca di famiglia, intuisce che quei passi sono semplicemente quelli dell’annuncio della morte imminente. Ebbene mentre rivedevamo questa scena al doppiaggio, girata in maniera magistrale da Visconti, nel buio della sala sento il maestro tirare, come si dice dalle mie parti “tirar su con il naso”. Si era fortemente commosso. La commozione del maestro è stata veramente per me la più significativa tra le premiazioni ottenute”. Ci tiene poi Massimo Foschi a spiegare quella splendida sequenza, che fu di intensa commozione, girata da Visconti: “perché Visconti, da quel grande regista che era, partiva dalla faccia di Lancaster, girava intorno le pareti della stanza fino ad arrivare al soffitto, naturalmente sulla stanza c’erano affissi tutti quadri autentici, come lui voleva, e non riproduzioni, poi dal soffitto tornava con la macchina da presa sulla faccia di Lancaster che terminava il racconto. Una emozione unica”.

Con Gian Maria Volontè invece, prima sul set de I sette fratelli Cervi, 1968, di Gianni Puccini, poi ne indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, 1970, di Elio Petri, dove Massimo Foschi interpretava con turpe accanimento emotivo il personaggio del marito omosessuale di Florinda Bolkan, amante del commissario assassino interpretato da Volontè, ed anche nel Giordano Bruno, 1973, di Giuliano Montaldo l’esperienza fu davvero quasi, con Volontè, da maestro ad allievo. Dice Massimo Foschi: “Volontè in qualche maniera prese in mano direttamente la lavorazione del film  I sette fratelli Cervi, perché il regista Gianni Puccini non era così determinato. Gian Maria in quel contesto, ed anche nel contesto di   Indagine di Petri, mi trasmetteva delle nozioni, e senza nemmeno volerle trasmettere, ma mi bastava guardarlo semplicemente negli occhi, stare attento a quello che faceva. Ho capito davvero in quei frangenti con Volontè che al cinema bisognava lavorare più che altro con gli occhi, e non con tutto il corpo come invece è necessario in teatro…”.

Anche con il direttore della fotografia Vittorio Storaro il rapporto professionale, poi scaturito in una grande amicizia, è stato decisamente fondamentale per la carriera cinematografica di Massimo Foschi. Dice Massimo Foschi:  “Con Vittorio ci siamo conosciuti durante le riprese del film L’Orlando furioso, versione cinematografica tratta dall’allestimento teatrale che già Luca Ronconi aveva diretto in teatro. Certamente Ronconi non aveva quella esperienza cinematografica che poteva avere invece Vittorio Storaro. E Vittorio si era innamorato proprio del progetto di Ronconi.   Storaro mi veniva vicino durante le riprese a consigliarmi le espressioni adatte alla macchina da presa, cosa che era del tutto sconosciuta, ad esempio, a Ronconi, perché non aveva quel tipo di esperienza adatta al cinema. “Massimino” mi diceva Vittorio “pensa a quello che dici, ma fai parlare gli occhi, piuttosto che la bocca…, nel viso poi tieni quel sorriso continuo…”. “Certo”  riconosce Massimo Foschi   “Luca Ronconi aveva davvero una grande, meravigliosa fantasia, ed in teatro la aveva dimostrata tutta, ma sulle cose di cinema non diceva nulla a Vittorio Storaro…”.

Poi il lavoro di doppiatore del cinema porterà la carriera di Massimo Foschi nel labirinto della grande poetica del regista Stanley Kubrick: “esattamente dai film 2001: odissea nello spazio e fino al suo ultimo Eyes Wide Shut, passando quindi per Arancia meccanica, Barry Lindon, Shining, Full Metal Jacket,  ho doppiato in italiano vari personaggi dei suoi importanti film. E per il film Khartoum ho doppiato anche il grande Laurence Olivier, suscitando un po’, dopo questo, devo dire, le ire e le gelosie, ricordo, dei vari Gino Cervi e qualche altro. Insomma, come dire, senza volto la voce viene fuori completamente”. Ora Massimo Foschi, come ci ha ricordato, sarà probabilmente impegnato in un altra pellicola per il cinema, e questo dopo tanti anni di assenza, una interpretazione atta, magari, a rivivere per il cinema italiano, ancora, le atmosfere dense e cupe di capolavori popolari quali  Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, splendido film di Elio Petri o de Il medico della mutua, pellicola ironica e molto coraggiosa di Luigi Zampa o anche di Giordano Bruno di Giuliano Montaldo, titoli questi che restano i film principali, pensiamo, della densa carriera cinematografica di Massimo Foschi. E per Il cinema italiano, di film che rasentano titoli del genere, sarebbe davvero una urgenza.

Giovanni Berardi

 

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