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River to River: la conferenza stampa di Irrfan Khan

Sabato 6 dicembre ha avuto luogo al cinema Odeon di Firenze la conferenza stampa di Irrfan Khan, uno degli interpreti più noti e apprezzati a livello internazionale del cinema indiano contemporaneo.

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Sabato 6 dicembre ha avuto luogo al cinema Odeon di Firenze la conferenza stampa di Irrfan Khan, uno degli interpreti più noti e apprezzati a livello internazionale del cinema indiano contemporaneo. L’attore, ospite d’onore della quattordicesima edizione del River to River Florence Indian Film Festival che per l’occasione lo omaggia con la prima retrospettiva europea dei suoi film, riceverà l’onorificenza Le chiavi della città dal sindaco di Firenze Dario Nardella e resterà nel capoluogo toscano fino al 9 dicembre per incontrare il pubblico del festival.

Negli ultimi anni la carriera di Irrfan Khan ha preso una piega internazionale, alternando alle principali produzioni indiane importanti collaborazioni con registi del calibro di Ang Lee nel film Vita di Pi, Danny Boyle in The Millionaire, Marc Webb in The Amazing Spider-Man e Wes Anderson ne Il treno per il Darjeeling. A giugno lo vedremo tra i protagonisti di Jurassic World di Colin Trevorrow, il nuovo capitolo di Jurassic Park. A proposito di quest’ultima esperienza internazionale la star indiana racconta di aver apprezzato la sceneggiatura ed in particolare il ruolo che gli era stato proposto dal regista e dal produttore esecutivo Steven Spielberg. Mr. Masrani – il personaggio che interpreto – è il magnate proprietario del parco che ha un suo modo di concepire l’entertainment,  il divertimento. Il suo carattere ha degli aspetti vivaci e brillanti che mi hanno molto appassionato.

Sono estremamente onorato di trovarmi in questo paese perché l’Italia – spiega Irrfan Khan – è la culla dei grandi maestri del cinema, da Pasolini a Rossellini, conosciamo tutti i grandi registi italiani che hanno certamente formato e plasmato il cinema di tutto il mondo, con un’influenza ben oltre i confini nazionali.

Nella retrospettiva proposta dal festival sono presenti anche sette episodi della terza stagione di In Treatment, serie tv prodotta dalla cable americana HBO, interpretati dall’attore indiano. È stata un’esperienza molto importante e difficile – racconta Khan – e sotto certi aspetti anche dolorosa rimanere in quel ruolo per ben tre mesi. Il modo in cui era girato ti metteva alla prova, se sbagliavi una battuta non c’era modo di rimediare ma si doveva rigirare tutta una scena che magari comprendeva dieci pagine di dialoghi. Lo definirei forse un lavoro più vicino al teatro, molto intimo e impegnativo, che non al cinema e alla tv. In passato ho lavorato anche in produzioni televisive indiane, che sono decisamente ad uno stadio più “primitivo” rispetto a quelle statunitensi. Mi è servito per fare esperienza, è stata una buona palestra, ma l’ho trovata abbastanza noiosa perché nella tv indiana se qualcosa ha successo ti chiedono di rifarla all’infinito, senza possibilità di cambiamenti o di evoluzioni.

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All’inevitabile domanda sui criteri che utilizza per scegliere le parti da interpretare risponde così: È una scelta che si basa su diversi fattori, in primis il coinvolgimento nella storia da portare sullo schermo. L’attore reagisce alla storia, alla trama del film e vuole condividere le proprie emozioni col pubblico. I ruoli che interpreti non ti aiutano a capire chi sei davvero fuori dal set, nella vita di tutti i giorni. Se cerchi e scegli solo parti in cui ti senti a tuo agio, ruoli per così dire facili, non crescerai mai.

Irrfan Khan ha parlato anche del cinema indiano dei decenni passati e di come è cambiato col passare del tempo: negli anni ’70 c’era il cinema d’autore e quello commerciale. Il primo era finanziato dal governo e per questo motivo non si preoccupava più di tanto di fare film per il pubblico, di utilizzare un messaggio comprensibile ai più finendo per chiudersi su se stesso. Erano pochissimi i registi che coniugavano questi due modi così diversi di fare cinema. Adesso per fortuna non è più così, il cinema mainstream indiano prende spunto da quello d’autore e viceversa, c’è un dialogo aperto tra questi due mondi.

Che peso hanno avuto in questo cambiamento, in questa evoluzione del cinema indiano le coproduzioni internazionali? Sono state e sono tuttora molto utili per aiutare il nostro cinema a sviluppare un linguaggio universale appetibile e coinvolgente anche per il pubblico internazionale come ad esempio è avvenuto con Qissa (uno dei titoli della retrospettiva a lui dedicata dal festival) e Lunchbox (film che lo vede protagonista distribuito anche in Italia a fine novembre 2013). Si tratta di opere che utilizzano forme e linguaggi diversi, aperte ad influenze esterne, pensate e rivolte anche ad un pubblico universale e internazionale. Le coproduzioni non servono solo a mettere insieme un budget più cospicuo ma soprattutto a coinvolgere talenti provenienti da paesi diversi che lavorando insieme sviluppano un linguaggio nuovo, diverso e originale.

 

Boris Schumacher

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