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INTERVISTE

Intervista a Julie Delphy

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10.30.
È un settembre tiepido, brillante. Le foglie sono sugli alberi ferme come statue di pietra e raccolgono tutta la luce che questo sole un po’ vuoto d’autunno è in grado di spedire quaggiù. Io e Jimmy stiamo per incontrare Julie Delpy, la cosa non ci dispiace neanche un po’. Lei è un’attrice e/o regista francese dalla pelle chiara come l’ovatta e dai tristi occhi azzurri. Lei è come qualsiasi donna francese dovrebbe essere, o immaginiamo dovrebbe essere. Poi vai in Francia e rimani deluso. Lei è la romantica fanciulla del dittico di Richard Linklater, la prostituta Zoe di Roger Avary, una delle muse del tricolore francese di Krzysztof Kieslowski.

11.14.
Casa di Jimmy è un coacervo di universitari, per la maggiore nullafacenti, che miracolosamente si trovano lì all’ora del caffé. Jimmy è a torso nudo e pantaloncini del pigiama, si fa la barba, si profuma, si fa bello per Julie. Avevo sospettato che avremmo fatto tardi. Come sempre. Scambio due parole con gli altri. Sostengono che l’attrice non sia poi questo granché. Non capiscono un cazzo.

12.27.
Via Crescenzio, via Ottaviano, Metro A, Piazza Barberini, via Veneto e Casa del Cinema. Siamo in anticipo. Entrambi abbiamo la giacca da matrimoni dei parenti stretti, occhiale da sole, Converse. I giornalisti delle riviste accreditate sono in sala per la proiezione del film. Jimmy è arrabbiato con l’attrice francese per la sua partecipazione a Delitto e Castigo (1998), ignobile riproposizione del romanzo di Dostoevskij da parte della Hallmark Entertainment.
Julie Delpy arriva con un vestito di seta nero ed una catenina d’oro al collo. Non è molto alta, i capelli sono sempre più biondi, molto lisci, sulle spalle esili. Gesticola nervosamente con le dita sottili, sembra quasi emozionata. La pelle del viso è pulita, non nasconde i segni di un’accennata maturità. È un po’ spaesata, ma non manca di sorridere lievemente a chiunque le rivolga uno sguardo.

13.01.
La conferenza stampa. Le domande non mancano, ed inevitabilmente coprono tutti gli argomenti sui quali l’avremmo voluta intervistare. Improvviseremo. Si parla di Parigi, di Hollywood, di stare dietro la macchina da presa senza diventare schiavi del sistema. Ma si parla anche di musica e del suo computer intasato di canzoni mai pubblicate (circa quattrocento): “Preferisco cantare una canzone che andare a letto con qualcuno per pagarla”. E poi l’evitabile diventa inevitabile. Esce fuori la parola pene e lei replica: “Penne all’arrabbiata?” Ridono tutti, tranne lei. Quando le viene tradotta la parola conclude dicendo: “Oh, very important word”.

13.45. – 15.39.
Io e Jimmy smorziamo l’attesa parlando degli aforismi di Jim Morrison, dei testi dei Radiohead, dei libri su David Lynch, del calcio scozzese e delle modelle islandesi. Siamo gli ultimi della lista.

15.41. – 16.00.
Cominciamo l’intervista. Liquidiamo in pochi minuti le domande sul suo ultimo film e spostiamo la chiacchierata su tutta la sua carriera. È stanca e immobile in viso. Quando parliamo ci scruta con i suoi occhi azzurri che un istante dopo la fine della domanda si dilatano nei nostri sguardi. Vorremmo restare lì a parlarle per ore, ma i tempi sono stretti. Ed è su Adam Goldberg che si sbilancia un po’ di più. Pare un cazzone.

16.01. – 16.58.
È andata bene. Riaccompagnato il Jimmy a casa parlando e sparlando dell’intervista e della dolce e bella Delpy. Poi verso casa metto le cuffiette e comincio ad ascoltare “An ocean apart” di Julie Delpy dal disco Julie Delpy (2003). Ma noi, se dobbiamo essere sinceri, il suo nuovo film non l’abbiamo ancora visto.

Intervista a Julie Delpy

In diverse occasioni, come oggi in conferenza stampa, ha dichiarato che il suo film non è tanto una commedia romantica, ma più una commedia. Ci spiega bene cosa significa?

È vero, ma nel film c’è comunque un lato romantico, soprattutto verso la fine. Ho voluto evitare la formula della commedia romantica all’americana. È come se avessi voluto prendere la migliore amica della protagonista e il miglior amico del protagonista e fare un film su loro due, due personaggi che generalmente non hanno mai un ruolo principale, non sono perfetti, a volte anche cattivi. Non volevo personaggi alla Walt Disney, ma qualcosa di più duro e divertente.

Daniel Brühl fa un cammeo. Com’è stato lavorare con lui e cosa ne pensa di questo giovane e promettente attore?

L’ho incontrato a Berlino, abbiamo mangiato insieme e gli ho raccontato del ruolo. Si è molto divertito. Poi l’ho chiamato al telefono e gli ho letto la scena che avrebbe dovuto fare e lui ha accettato. È venuto a Parigi per un giorno di lavorazione e abbiamo girato. Mi è sembrata una persona molto dotata, ma al tempo stesso molto semplice.

Come si è trovata con i suoi genitori sul set?

Ottimo, perché amo lavorare in atmosfere felici. Però, sapevo cose che loro non sapevano, come ad esempio se i soldi sarebbero bastati per finire il film (sorride).

Lei ha avuto la fortuna di lavorare con un grande regista come Krzysztof Kieslowski. Quanto è stato importante per cominciare un suo personale percorso da regista?

Ho passato molto tempo a chiacchierare con Kieslowski e lui capiva che volevo diventare regista. Era sempre molto disponibile e gentile. Mi ha dato consigli molto semplici, come ad esempio quello di non ispirarmi mai ad altri film, ma da cose vissute in prima persona o osservate. Era una persona meticolosa, attenta al dettaglio, anche se poi la mia commedia non ha nulla a che vedere con Kieslowski. In tutti i casi, anche se non si nota, sono stata molto attenta ai particolari. Ho fatto un film di dettagli.

Uno dei primi ruoli della sua carriera è in Rosso sangue (1986) di Leos Carax. Ad oggi, quali sono state le sue tappe fondamentali?

A parte Kieslowski, Linklater e Avary, devo dire di non aver avuto l’impressione di aver recitato dei ruoli che mi piacessero veramente, salvo quelli di Film bianco (1994), Prima dell’alba (1995) e Prima del tramonto (2004). Ora comincio ad averli.

E il ruolo di Zoe nel film di Avary?

È un ruolo che ho amato, ma non c’era molto da esprimere come attrice. E amo molto il regista. Sono molto legata ai registi con cui ho lavorato.

Prossimo progetto?

Un film drammatico in costume fatto con assassini e tanta crudeltà. Ma non dovrebbe essere troppo divertente.

Ci sarà Ethan Hawke?

Farà solo un piccolo cammeo.

Con Linklater state lavorando ad un terzo episodio dopo Prima dell’alba e Prima del tramonto?

Se troviamo la storia giusta forse lo faremo…

C’è anche qualche progetto musicale?

Dovrei fare un disco con il mio gruppo, ma non ho il tempo di registrarlo. E poi ho un altro progetto con i Nouvelle Vague, ma c’è sempre la questione del tempo.

Guardando le foto del pressbook notavamo che Adam Goldberg sul set portava sempre gli occhiali da sole. Se li è mai tolti?

Era già un miracolo farlo uscire dall’albergo (ride). Nel film ha funzionato molto bene, ma è una persona molto difficile (continua a ridere)…

Giacomo Ioannisci e Gianmarco Volpe

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