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INTERVISTE

Intervista alle sorelle Comencini

Abbiamo incontrato Cristina e Francesca al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma al tributo che il Centro stesso ha voluto dedicare alla famiglia Comencini. E’ venuto fuori un incontro interessante e quelle che seguono sono le risposte alle domande poste dai taxidrivers presenti durante la conferenza.

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Abbiamo incontrato Cristina e Francesca al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma al tributo che il Centro stesso ha voluto dedicare alla famiglia Comencini. E’ venuto fuori un incontro interessante e quelle che seguono sono le risposte alle domande poste dai taxidrivers presenti durante la conferenza.

Oggi in molti tra i professionisti del settore affermano che gli italiani sono scarsi in fatto di sceneggiature e la qualità di queste è meno importante di quanto si potrebbe auspicare. Qual è secondo voi – la prima regola fondamentale da rispettare per scrivere una buona sceneggiatura

Cristina: Quando si scrive una sceneggiatura per me la cosa più importante è non fare mai la prima cosa che ti viene in mente. La sceneggiatura è un modo di raccontare una storia ovvero partire da una idea, un soggetto e dopodichè trovare il modo e il registro del racconto.
Papà diceva una cosa: che ogni scena deve contenere tante cose, non ci deve essere una sola idea in una scena ma deve essere molto ricca e deve dire cose contraddittorie. Se una sceneggiatura ha questa ricchezza sia nel racconto che nei personaggi, che nelle scene, forse è buona!
Secondo me non bisogna accontentarsi di avere un’ideuzza. L’idea bisogna scartarla, rimetterla in gioco continuamente, rifare, ricominciare da capo cercando sempre il modo migliore di raccontare le cose.
Io penso che Francois Truffaut avesse ragione in quel bellissimo libro dove intervistava Alfred Hitchcock :
“In un film anche se non ci sono particolari meccanismi si deve percepire la proiezione in avanti. Credo infatti che una delle angòscie del regista quando vede il film tutto insieme per la prima volta è vedere subito se scorre, capendo così se lo spettatore starà lì a vederselo o se si romperà le scatole, se gli fai capire tutto, se arriva tutto.. ecco quello è materia della sceneggiatura prima e della regia poi..

Francesca: Sì sicuramente, non annoiare è una delle prime cose delle quali dobbiamo preoccuparci ma forse la prima regola che mi sentirei di rispettare per scrivere una buona sceneggiatura è quello che diceva Cristina per le scene, rapportato però ai personaggi, cioè: è vero che la sceneggiatura è un insieme di meccanismi che devono funzionare tuttavia è importante che ogni personaggio diventi personaggio e non sia semplicemente un elemento per fare andare avanti un meccanismo; e perché questo avvenga è importante che il personaggio abbia delle contraddizioni. In ogni momento in cui noi descriviamo questo personaggio dobbiamo cercare di farlo essere qualcos’altro che non l’ingranaggio di un meccanismo che funziona bene, fargli avere anche dei momenti di smarrimento all’interno di questo meccanismo e farlo essere un personaggio completo cioè qualcosa di contraddittorio né semplicemente buono né semplicemente cattivo, con delle zone d’ombra, con delle difficoltà. Quindi come ogni scena deve contenere tante cose, così credo che ogni personaggio debba contenere altrettante cose sue al di là del meccanismo narrativo. Ed è forse proprio questo equilibrio qui che è molto difficile da trovare per uno sceneggiatore: la capacità di far uscir fuori l’umanità sopra tutto il resto..

Che idea avete del cinema italiano di questi anni? Pensate che ci sia stata una sorta di ripresa rispetto a qualche anno fa?

Cristina: Stiamo tutti aspettando una legge che rimetta in funzione quello che è un circolo virtuoso del cinema, per cui in ogni fase del cinema si paghi il cinema, perché questi soldi vengano reinvestiti nel cinema stesso.
Però io ho la mia esperienza personale: “La fine è nota” è uscito con 10 copie. I miei film oggi escono con 300 copie e penso che il cinema è cambiato perché non stiamo ancora in una situazione grande com’era quella in cui lavorava mio padre, forse non ci torneremo mai più o forse sì, forse sarà più varia e ci sono anche altri modi di vedere il cinema che si stanno facendo strada.. sicuramente dagli anni ottanta ad oggi c’è stato un lavoro inerente le uscite dei film in sala anche se molto resta da fare.

Francesca: Io penso di sì, penso che ci sia una ripresa in generale. Credo di non sbagliare dicendo che ci sono moltissimi talenti italiani e che ci sono stati degli esordi molto interessanti e dei secondi film molto importanti; potrei citare almeno 10 registi che secondo me sono molto appassionanti e che hanno fatto dei tentativi anche pieni di rischi. Poi però c’è un po’ di fatica a fare il terzo, il quarto o il quinto film; a volte il percorso diventa molto faticoso per questi registi, quindi direi sì che è in ripresa e che ci sono molti registi di talento che hanno fatto dei film notevoli e forse non c’è ancora un sistema che consenta che il cinema italiano sia un cinema proprio.. ecco questo potrebbe essere il titolo di questa intervista: delle scene che contengono molte cose, dei personaggi che contengono molti aspetti però ci vorrebbe anche un cinema che contenga molti cinema; trovo infatti che c’è un cinema troppo univoco.
È vero quello che dice Cristina che se un film non riempie una sala è sempre un lutto per il regista, ma anche per gli altri registi perché quando un film italiano non va bene è un problema per tutti.
E’ vero anche che non bisogna considerare il pubblico perché il pubblico non esiste. Quello che esiste è una molteplicità di persone che vanno a vedere film molto diversi. E credo che bisogna fare un lavoro come è stato fatto in Francia da parte dei distributori e da parte dello Stato che ha aiutato la distribuzione di film che poi il loro pubblico l’hanno trovato. Sono film apparentemente difficilissimi e che – sicuramente – se si andassero a proporre oggi ai canali di finanziamento italiani ti riderebbero semplicemente in faccia e invece un pubblico – ripeto – l’hanno trovato eccome.
Quello che dice Cristina sulla sceneggiatura vale – secondo me – per tutti i gradini del film. Ci vuole un sistema, un meccanismo di produzione e di finanziamento, quando ne vale la pena, che riesca ad accompagnare questi film e a scrollarci di dosso questo orribile termine che in Italia viene usato continuamente che è “film di nicchia”, “cultura di nicchia”, “teatro di nicchia”. Non è vero! C?è un buon teatro, ci sono dei buoni film e che poi possano trovare un pubblico più piccolo questo è prevedibile ma spesso sono progetti che costano molto meno di quanto si possa immaginare.
Quindi ripresa c’è, soprattutto ripresa di talenti, secondo me, poi però bisogna che il sistema di finanziamento che sta dietro sia adeguato.

Federica Pazzano e Vincenzo Patanè Garsia