Festival di Roma: “The Narrow Frame Of Midnight” di Tala Hadid (Cinema d’oggi)

  • Anno: 2014
  • Durata: 93'
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Francia/GB/Marocco
  • Regia: Tala Hadid

Madre marocchina, padre iracheno, Tala Hadid nasce a Londra e studia da fotografa e artista visiva; basta leggere la sua biografia per capire quanto le sue origini si riflettano inevitabilmente in questo suo terzo lungometraggio, di cui è regista e sceneggiatrice.

Come la regista, anche il protagonista del film, Zacaria (Khalid Abdalla) è nato in Gran Bretagna  e ha sangue per metà iracheno e per metà marocchino; Zacaria raccoglie la richiesta di aiuto disperata della moglie di suo fratello Yousef, scappato lasciandola sola con due figli; da una periferia arida e stermitnata Zacaria parte alla ricerca di suo fratello e si imbatte in un faccendiere algerino, Abbas, (Hocine Chutri) che insieme alla sua amante sta portando a termine un grosso affare: ha appena “comprato” una bambina, Aicha (Fadwa Boujouane), che dovrà accompagnare presso un facoltoso acquirente in Europa; dopo una breve sosta a Casablanca Zacaria prosegue il viaggio solo con Aicha, e le trova una sistemazione sicura a Ifrane,  da Judith (Marie Josèe Croze), una docente di arte che vive in una grande casa in mezzo al verde; da Casablanca, dove incontra un compagno di lotta di Yousef, Zacaria riparte per Istanbul per poi raggiungere la frontiera turco-irachena in territorio curdo e da lì dirigersi verso Bagdad; nel frattempo Aicha viene nuovamente rapita dal suo aguzzino, ma  riesce a scappare e a tornare alla spensieratezza di Ifrane.

Quello che all’apparenza è costruito come un road movie è in effetti un viaggio alla ricerca di qualcosa di più profondo; il film viene raccontato lentamente attraverso i dialoghi frammentati, i ricordi dei protagonisti e alcune sfumature nei gesti e nelle parole. Lentamente tra ostacoli difficoltà e ricordi dolorosi i personaggi affondano le mani nelle proprie anime per fare i conti col passato. E’ estenuante, faticoso, impedisce di vivere il presente, di pensare al futuro, ma Zacaria così come Judith, che insieme hanno condiviso scampoli di vita in comune e la perdita di un figlio, non possono farne a meno.

L’urgenza di scavarsi dentro porta Zacaria a viaggiare fino allo stremo delle forze nella grande “provincia arabofona” il Maghreb prima e poi il MedioOriente, dove tutti parlano la stessa lingua ma a volte ci si capisce con difficoltà; dove l’invadenza degli europei ha gettato il sale sulle ferite dei contrasti interni; dove regimi e guerre civili mietono vittime ogni giorno; è imprecisato il tempo storico del film, quello dove Zacaria approda potrebbe essere l’Iraq post Saddam o quello dei nostri giorni, poco importa. La sua è una ricerca disperata, tra i vivi e poi tra i morti, negli obitori dove gli inservienti lavano via il sangue dei cadaveri e le anime giacciono a terra nell’attesa di essere riconosciute dai parenti. La ricerca si fa sempre più straziante; Zacaria, immerso nelle carte di lavoro di Yousef, cerca di capire cosa lo abbia spinto alla lotta, alla rivoluzione e, forse a chiedersi se ha fatto bene lui a cercare di vivere la sua vita tranquillamente, oppure suo fratello, che si è buttato nella mischia; e affiora tra i ricordi del passato proprio una scena eloquente, quando da bambini Yousef che si toglie i vestiti e si getta in mare a nuotare, mentre Zacaria resta a guardare.

Judith sente la stessa necessità di Zacaria; anche lei straniera lontana dal suo Paese natale, la Francia, sceglie di vivere isolata dal resto del mondo; il suo è un viaggio mentale verso quelle ferite ancora aperte del suo passato, un figlio perso in un momento imprecisato, il dramma vissuto insieme a Zacaria. Aicha è per lei un balsamo che le ammorbidisce le ferite, pronte a lacerarsi di nuovo quando la bambina scompare per la seconda volta.

Aicha è orfana e alla ricerca di qualcuno che si prenda cura di lei; non esita a chiedere aiuto a Zacaria e ad affezionarsi a Judith; e neppure a scappare per la seconda volta, e infilarsi sul primo autobus per Ifrane per tornare da Judith. Il suo è un viaggio verso il futuro, pieno di ottimismo e di entusiasmo, rappresentato proprio nella penultima scena del film, quando si ferma con alcuni bambini a giocare spensierata in mezzo ai campi.

Gli stati d’animo dei personaggi sono tratteggiati dalla fotografia di Alexander Burov che si alterna, asciutta ed essenziale, quasi in stile documentaristico, nel lungo percorso di Zacaria alla ricerca del fratello; per diventare luminosa nelle scene di vita in comune spensierata di Judith e Aicha; fino a farsi cupa nelle scene dei ricordi di infanzia dei due fratelli.

Ad anticipare i tormenti del protagonista è una prostituta con la quale trascorre la notte a Casablanca; la donna percepisce lo stato d’animo di Zacaria e lo mette in guardia: se uno va alla ricerca di qualcosa, rischia di perdersi; e rischia di perdersi la vita da vivere. Il film regala allo spettatore novanta minuti, lenti e a tratti interminabili, come interminabile è lo strazio di Zacaria e Judith perennemente aggrappati al passato.

Ognuno di noi è frutto di una storia, di un incrocio di strade sentimenti e avvenimenti personali e politici più o meno dolorosi; e si può scegliere di piangere i morti, di isolarsi dal mondo o di guardare avanti e fermarsi a giocare, come fa Aicha, che nonostante la giovanissima età ha già un bagaglio di vita pesante. Che a portarselo dietro si finisce col restare arenati in una terra di frontiera, stranieri e straniati.

Anna Quaranta

Utlima modifica: 27 ottobre, 2014



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