Piccole crepe, grossi guai

Piccole crepe, grossi guai

Piccole crepe, grossi guai

Anno: 2014

Distribuzione: Good Films

Durata: 94′

Genere: Commedia

Nazionalità: Francia 

Regia: Pierre Salvadori

Data di uscita: 16 Ottobre 2014

Antoine (Gustave Kervern) è un musicista. Ha passato i quaranta quando decide bruscamente di porre fine alla sua carriera. Dopo aver vagabondato per qualche giorno, trova lavoro come portiere. Mathilde (Catherine Deneuve) abita nel vecchio palazzo a est di Parigi, dove ha trovato lavoro Antoine. È una donna giovane già in pensione, generosa e impegnata, che divide il suo tempo tra le sue attività associative e la vita del condominio. Una sera, Mathilde scopre un’inquietante crepa nel muro del suo salotto.

Prima considerazione: non si capisce perché il distributore, Good Films, al quale tra l’altro va riconosciuto il merito di aver portato in Italia ottimi film, abbia avvertito la necessità di sostituire il sobrio titolo originale, Dans la Cour (Nel cortile), con il fuorviante Piccole crepe, grossi guai, che dà l’idea di una commediola brillante senza troppe pretese, tradendo il chiaro intento di minimizzare la forte carica drammatica.

Certamente non mancano i toni della commedia – ogni tanto si ‘sorride’ -, ma l’ultimo film di Pierre Salvadori è fondamentalmente cupo, i personaggi messi in scena sono reduci da esistenze messe a dura prova, e ciò che li accomuna è la disperazione, il vuoto e uno sfinimento che li spinge a dare le ‘dimissioni’ dalla propria vita (Antoine), o li conduce in una spirale di follia (Mathilde). È interessante notare come la situazione precipiti senza strepiti, lentamente, e un dettaglio insignificante come, per l’appunto, una crepa su un muro, un’immaginetta tra le tante che ci danzano intorno, diventi il trauma a partire da cui prende corpo la psicosi della protagonista. O, per dirla in gergo lacaniano (mi scusino i lacaniani per l’appropriazione indebita), assistiamo all’irruzione del ‘significante che marchia’, generando una ferita che scompagina l’equilibrio psichico del soggetto. Vita e morte non si pongono però in un rapporto dialettico, ma si danno – mutuando una felice espressione del collega Stefano Valente – “in una vicinanza e distanza che non le metteno mai in rapporto”, piuttosto ne rivelano la paradossale coesistenza.

All’effervescenza del carattere di Mathilde si giustappone (e non contrappone) la quiete di Antoine, il quale, rivendicando il ‘diritto all’oblio’, non desidera altro che eclissarsi, dimenticarsi di sé, rinunciano ai riflettori cui era esposto quando si dedicava all’attività di musicista. “Voglio solo pulire le scale e dormire, non voglio più pensare”: così Antoine annuncia il proprio ritiro dalle scene, e la mitezza del suo carattere rivela una compiacenza che non è reale disponibilità, o accoglienza, verso l’altro, ma sintomo di una stanchezza che non tollera più contrasti con il mondo. Mathilde, invece, ‘agisce’ il proprio delirio fluidamente, senza attrito, e a nulla valgono  gli ammonimenti della realtà: assistiamo allo sviluppo della sua angoscia in un crescendo che la trascina fino alla perdita del buon senso. Si forma, quindi, questa strana coppia, Antoine Mathilde, che, in un certo senso, incarna il dritto e il rovescio del mal di vivere, dove l’uno e l’altra però, pur essendo in uno stretto rapporto, non entrano mai veramente in contatto.

E a prevalere, per fortuna, è un ostinato attaccamento alla vita, in cui l’esperienza viva del dolore è ciò che permette agli autori di smarcarsi da una facile retorica che fa proseliti di speranza a vanvera, fornendo un credibile decorso degli eventi, nonostante i toni a tratti favolistici del film. Emerge la necessità ontologica di una fedeltà infinita verso ciò che ci eccede (l’esistenza, l’amore, ma anche l’arte, la politica)  e rispetto a cui non possiamo far altro che rimanere nella traccia, un impegno che ci convoca a perseverare dis-interessatamente, tornando agli altri con rinnovate energie.

Luca Biscontini 



Condividi