Visioni Fuori Raccodo: “Lucciole per lanterne” di Stefano Martone e Mario Martone

Lucciole per lanterne

Lucciole per lanterne

 

Anno: 2013

Durata: 45′

Nazionalità: Italia

Genere: documentario

Regia: Stefano Martone, Mario Martone

 

Nei giorni in cui in Italia si decideva tramite referendum se continuare o meno a tutelare l’acqua come bene comune, l’Enel comprava Endesa, la multinazionale dell’energia che dagli anni ’80 aveva ottenuto dal governo cileno di Pinochet il diritto di costruire una serie di grandi dighe tra le valli della Patagonia.

È da questo paradosso che parte Lucciole per lanterne di Stefano e Mario Martone, ultimo dei film in concorso al Visioni Fuori Raccordo 2014.

La lotta contro la privatizzazione dell’acqua e contro il trasferimento coatto di interi centri abitati – luoghi con una loro anima e una loro centenaria storia comunitaria – in un “altrove” che avrebbe sradicato – letteralmente sommerso – intere famiglie, è raccontata a stretto contatto con le comunità indigene dei Mapuche, in una dialettica tra presente e passato che lascia intravedere come logiche da eterno ritorno colpiscano a qualsiasi latitudine quando di mezzo c’è il palcoscenico del mercato globale: ciò che rischiava di concretizzarsi in questi anni nei luoghi del film è già successo, con esiti mortiferi, nella Patagonia del nord.

Quella che è per noi una delle periferie del mondo non è altro che un ulteriore esempio di come Davide possa battere Golia, ribadendo ancora una volta che l’abbaglio del progresso rischia di accecare la nostra percezione del presente, inondando il passato e segnando il futuro a colpi di corruzione, di arroganze, di forzature mediatiche, di indifferenze civili.

Con uno spirito documentario caro alla più diligente militanza civile, contro la sommersione dell’identità in nome del profitto privato, Lucciole per lanterne è un’indagine che i due autori napoletani hanno compiuto  nel corso di 3 anni, sostenuti da una vivace campagna di crowdfunding, tra la meraviglia visiva d’una terra che pare incontaminata e le lotte civili per garantirne la sopravvivenza. L’appartenenza alla propria terra e alla propria storia è il baluardo inscalfibile dal quale partono le rivendicazioni delle tre donne sulle quali si sofferma maggiormente il film.

La forza delle immagini e quegli emblematici paesaggi umani che emergono dai frequenti primi piani sui volti delle militanti convincono più d’ogni voce fuori campo, dal Pasolini della scomparsa delle lucciole usato come nume tutelare, passando attraverso le parole profetiche di Salvador Allende e fino l’accorato appello di Arundhati Roy per la “non ingerenza”, paladini  d’una antiglobalizzazione che non sembra aver fatto ancora abbastanza vittime.

Gioendo nel sapere che il nuovo governo Bachelet ha bloccato – e sembra in via definitiva – il progetto di trasformazione radicale del territorio cileno, si finisce con un ulteriore paradosso, quello di una bellezza artificiale: quei bacini idrici che si ammirano a fine documentario come specchi d’acqua e cartoline d’un mondo lontano, nascondono – per sempre – vite umane, valli fertili, storie di resistenze annegate.

Salvatore Insana



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