Amoreodio

Amoreodio

Anno: 2013

Distribuzione: Underdog Film

Durata:  100’

Genere: Drammatico

Nazionalità:  Italia

Regia:  Cristian Scardigno

Data di uscita:  9 ottobre 2014

 

Katia, 17 anni, apatica e frustrata, trascorre le giornate in compagnia del suo ragazzo, Andrea. Entrambi vivono ai margini della vita sociale, lontano dai loro coetanei e da luoghi di aggregazione. Spendono il loro tempo nell’apatia più totale, tra lunghe passeggiate senza meta e incontri sessuali clandestini in una masseria abbandonata. Quando non è insieme ad Andrea, Katia incontra di nascosto altri ragazzi, guarda video proibiti su internet e litiga continuamente con i propri genitori. Insoddisfatta della monotonia del piccolo paese in cui vive, la ragazza cova dentro di sé un malessere interiore che cresce sempre più. Entrata in un vortice di immoralità e trasgressione, coinvolge Andrea verso quello che sarà un tragico e ineluttabile epilogo.

Tutti coloro che nutrono una particolare attenzione nei confronti della cronaca nera e nelle tante pagine che sono state scritte e si continuano quotidianamente a scrivere nel nostro Paese, riconosceranno con una certa facilità, nella sinossi di Amoreodio, i protagonisti e gli eventi di uno dei più efferati fatti di sangue che hanno tinto il recente passato. Del resto, non bisogna andare troppo in là nel tempo per far riaffiorare nella mente il ricordo di quel delitto che sconvolse l’Italia intera nel 2001, monopolizzando per molte settimane i palinsesti del piccolo schermo e non solo. Per chi non lo avesse ancora ricollegato a qualcosa o a qualcuno, è del duplice omicidio del quale si sono macchiati i due adolescenti Erika e Omar, in quel di Novi Ligure, che si sta parlando. A distanza di dodici anni, proprio quel delitto si tramuta nel tappato drammaturgico sul quale Cristian Scardigno stende il plot della sua opera prima che, dopo un positivo cammino nel circuito festivaliero internazionale inaugurato a Montreal, cerca fortuna nelle sale a partire dal 9 ottobre percorrendo la tortuosa e impervia strada dell’auto-distribuzione.

Spostando l’azione in un piccolo centro del Sud, non prima di aver cambiato identità ai protagonisti e rimescolato alcune delle dinamiche principali che hanno segnato la vicenda, Scardigno fa sua la storia originale per poi trasformarla nel baricentro narrativo di Amoreodio. Ed è proprio nell’ossimoro del titolo che è racchiusa l’anima e l’essenza di un dramma che parla di autodistruzione, di sentimenti corrotti e malati, di anaffettività, di disagio esistenziale, di conflitti generazionali e soprattutto di incomunicabilità. Tematiche sempre più tristemente attuali che in questo caso si tramutano nei capitoli di un romanzo di deformazione scritto su fotogrammi di pixel. Ma quando ci si confronta o ci si ispira a una storia vera come in questo caso, il livello di difficoltà e le varianti con le quali bisogna fare i conti aumentano in maniera esponenziale, causando non pochi problemi strutturali e drammaturgici alla trasposizione di turno. In tal senso, di esempi negativi la Settima Arte nei decenni ce ne ha forniti innumerevoli, salvo opere come Elephant che, al contrario, rappresentano una rara eccezione positiva a una regola non scritta.

Da parte sua, il regista classe 1982 saggiamente evita la fedeltà assoluta agli eventi di Novi Ligure, prendendo in prestito solo quegli elementi utili alla storia che voleva raccontare, ossia quella di due adolescenze sprofondate in un vuoto esistenziale senza una via d’uscita. Il racconto si interrompe volontariamente a un giro di boa, lasciando fuori dallo script gli ulteriori sviluppi della reale vicenda, probabilmente perché Scardigno, narrativamente parlando, aveva già ottenuto ciò che voleva. In Amoreodio sono le domande e le riflessioni sul perché di un gesto, piuttosto che i giudizi sommari, le veri chiavi di lettura. In questo modo, il delitto diventa la conseguenza ineluttabile di un’instabilità della quale il film cerca di esplorarne i motivi scatenanti, escludendo a priori la mera cronaca di sangue, l’estenuante iter giudiziario e il solito voyeurismo televisivo che anima popolari trasmissioni spazzatura. Lo fa con uno sguardo che non è morboso, che non spettacolarizza il dolore e non indugia sull’orrore. Sta qui il merito da riconoscere alla pellicola e al suo autore, quest’ultimo capace di lavorare in sottrazione anche nella direzione degli attori, bravi a loro volta a non enfatizzare un testo, dei dialoghi e dei personaggi, che nascondono non poche insidie.

Il tutto, però, si riversa in una sceneggiatura che ha nel ritmo del racconto la sua croce e la sua delizia: da una parte il passo lento e cadenzato, esasperato da futili digressioni e da evitabili decelerazioni cronometriche, appesantisce e rende balbettante la fruizione, mentre dall’altra trasmette con forza e prepotenza al pubblico crescenti sensazioni di angoscia e malessere che restano appiccicati alla retina anche dopo i titoli di coda. Ciò finisce con il destabilizzare anche la messa in quadro, chiamata ad assecondare con un certa schematicità e pochezza formale una scrittura basica e ancora accademica.

Francesco Del Grosso



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