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MISS VIOLENCE, il doppio sguardo

“The Housemaid” di Im Sang Soo

L’ideologia al servizio della deformazione antropologica. Rubrica a cura di Beatrice Bianchini

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Omonimo remake di un film degli anni ’60, racconta una  storia vera accaduta a Geumcheon, uno dei 25 distretti di Seul, Sud Corea.

Argomento torbido e scabroso quello della cameriera; dramma psicologico, commedia tagliente e erotica, implicazioni politicamente scorrette.

Da buon sociologo il regista evidenzia le dicotomie di genere, ancora più marcate nella modernità per sottolineare come, oltre l’economia, siano cambiati i rapporti di potere tra le persone e le eventuali reazioni.

Euny, viene assunta come co-governante in una famiglia ricchissima dell’alta borghesia coreana per assistere la bambina e la madre incinta di due gemelli.

È bella e giovane e le sue gambe attirano l’attenzione di Hoon, padrone e patriarca di casa, anche lui bello giovane e potente, stanco di una sessualità sacrificata con una moglie-bambina, Hera, ormai troppo incinta. Inizia così una relazione di seduzione, sottomissione e manipolazione che porterà alle più estreme e impensabili conseguenze. L’intento del regista è di descrivere i “super-ricchi” dei nostri giorni, persone che vivono una realtà parallela assolutamente fuori contesto. “Nei loro rifugi dorati e segreti orchestrano la nostra vita”, sostiene Im Sang Soo, che continua ad osservare i suoi personaggi con l’abilità di un antropologo.

Il film è tutt’altro che una semplice suspense erotica, è un documento sull’evoluzione dei costumi e sulle classi sociali.

The housemaid

 

L’origine della violenza di cui gli uomini asiatici si rendono colpevoli in seno alle proprie famiglie“, sostiene il regista, “li rende denudati dei sentimenti. Soffrono un complesso di inferiorità molto radicato, di cui si liberano esercitando violenza in casa“. Il complesso degli asiatici deriverebbe dal K.O. ricevuto a causa della sconfitta durante le guerre coloniali, e il sentimento di inferiorità e di umiliazione richiede il falso indizio di riempire il loro ruolo di patriarchi all’interno della famiglia. E questo accade sia nei quartieri popolari che nelle zone dei ricchi.

Un suicidio apre il film in un quartiere popolare, un’altro chiuderà il film nella lussuosa casa di Hoon  e sarà proprio Euny a togliersi la vita in modo spettacolare, artistico. Il suo è un gesto dimostrativo, un rito di morte che vuole recare un danno fisico, morale, psicologico che duri nel tempo. Nell’ultima scena sarà l’arte a farla da padrona,  attraverso un contesto spettrale si canterà l’Happy Birthday alla bambina per consolarla dal trauma, dopo averle consegnato un dono di grande valore economico artistico, un investimento. Ma forse non tutto si può comprare, soprattutto se non si ha il coraggio di parlarle e si cerca di vivere come se nulla fosse accaduto.

Il film è ambientato in una villa moderna, l’architettura contemporanea e le linee morbide sono miscelate ad una irritante mancanza di gioia e di vita. È una raccolta di lusso e di bellezza che si scaglia addosso alla bancarotta morale. È una favola sociale, mitologica, dove la moglie-bambina Hera ha come marito l’infedele Zeus, accattivante e oppressivo.

La macchina da presa è sensualità e crudeltà. È una satira sulla famiglia che a causa dell’opulenza ha perso il contatto con la realtà di cui rimarrà vittima tutta la vita.

Rara è l’eleganza visiva che arriva a dare le vertigini; ambigua e tesa è la condizione dei servitori che hanno raggiunto fin nella carne la sottomissione sociale.

La cameriera offre i suoi sevizi ai suoi padroni in un totale abbandono fisico e passionale mettendo il suo corpo letteralmente a loro disposizione.

Disturbo sociale, organico, cannibalesco.

Im Sang Soo solleva la questione della libertà: il servo mantiene la libertà di darsi la morte mentre il padrone è sempre vincolato dal denaro e dal proprio modello. Il potere dei soldi è una potente caricatura.

Piuttosto che negli anni ’60, quando irretiva l’uomo, oggi la donna si arrende alla disillusione del mito dell’emancipazione, in una società che pur nelle sue contraddizioni rimane sostanzialmente ancorata ad una struttura patriarcale.

The housemaid

Frammenti e citazioni dal film

La bambina scimmiotta il padre: “è importante essere gentile, sembra un gesto di rispetto ma in realtà ottieni di più”.

Hera, la moglie bambina, legge Il Secondo Sesso di Simone De Beauvoir, prendendo pertanto il titolo alla lettera.

La madre di Hera: “quando si sposa un uomo ricco il tradimento fa parte del pacchetto… Lascialo andare a letto con chi gli pare. In seguito potrai godere dei benefici del tuo ruolo e vivere come una regina”.

Euny, la cameriera incinta con i tacchi a spillo, li indosserà in qualunque mansione casalinga e dirà a Hoon: “so che lei non mi considera neanche un essere umano ma il bambino è suo…”, ” mi scusi di essere rimasta incinta di uno come lei”.

La vecchia governante riflette sul suo lavoro: “pensi a quello che dovrai sopportare e poi diventi impenetrabile come la pietra”.  Lascerà il posto e le verrà chiesto: “ma cosa fa?”

Risponderà: ” Voi cosa state facendo? volete continuare a vivere così?”

The Housemaid

Un film osceno, scorretto, torbido, imperdibile.

Qui la “mutazione antropologica” di cui parlava Pasolini diventa deformazione: l’affermazione incontrastata del capitalismo provoca una assimilazione imprevedibile dei valori, degli ideali e degli stili di vita della masse proletarie alla logica del consumo di cui fa parte anche, inevitabilmente,  il corpo femminile. Ne deriva, anche in questo contesto, diverso da quello previsto come destino occidentale, la cancellazione di intere culture sullo sfondo di una omologazione senza precedenti dell’umano. Il nuovo potere fagocita trasformando i sudditi in consumatori, annullando il concetto stesso di conflitto che viene plasticamente inglobato, seppur lasciando un minimo e insignificante spazio, nella cultura orientale, al mito impotente della vendetta autistica.

Neanche qui traspare minimamente una fedeltà impossibile al passato, anzi, l’uomo è totalmente alleggerito dal peso degli ideali e vive al di là del conflitto tra desiderio e Legge. Anche la trasgressione non è tale, perché non è più infrazione di nulla, chi comanda è l’imperativo ipermoderno del godimento.

Nessuna libertà si respira in questo film, nessun desiderio traspare, nessuna lotta per la separazione ma una alienazione diffusa…

Sulla assenza del limite e sulle ceneri dell’etica della responsabilità si erge il più imponente monumento alla nuova schiavitù.

Beatrice Bianchini

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