Umberto Lenzi: “Resto assolutamente un regista cinematografico prestato alla scrittura”

Umberto Lenzi

Umberto Lenzi e Giovanni Berardi

Oggi Umberto Lenzi è la storia del cinema di genere italiano. Lo è, forse più di altri, nella misura in cui dice e ripete di avere abbandonato per sempre la regia cinematografica. Anche se oggi, negli ambienti sacrali del cinema, si parla insistentemente di un progetto horror da realizzarsi, anzi di una serie di corti horror firmati da un collettivo di registi, un progetto prodotto ed ideato dal maestro degli effetti visivi Sergio Stivaletti e di cui Lenzi è in predicato ad essere una di quelle firme. Ma Umberto Lenzi alla domanda precisa risponde categorico: “si tratta di un progetto, quello di Stivaletti, interessante certo, ma che certamente non si realizzerà mai”. Noi a questo punto vogliamo credere, anche un po’ sperare, che Umberto Lenzi sia in errore, e che il progetto adrenalinico di Stivaletti sia ad un buon esito per la realizzazione, perché insieme a Lenzi sono annunciati, dietro la macchina da presa, maestri quali Alberto De Martino, Enzo G. Castellari, Sergio Martino, Ruggero Deodato, Lamberto Bava, Aldo Lado, Antonio Bido, Luigi Cozzi, Edoardo Margheriti. Ma Umberto Lenzi, grande ed energico narratore, come in fondo è stato in tutte le sue opere cinematografiche realizzate, continua a restare solido nel panorama del cinema, ha solo modificato i codici della sua espressione, non più la macchina da presa come interlocutore e mediatore, ma il mouse di un computer, o la penna, semplicemente, davanti a dei fogli bianchi. Infatti oggi Umberto Lenzi è un grande narratore del genere letterario del noir. E lo fa con la determinata volontà e la grande energia che lo ha sempre contraddistinto, e con la grande passione che lo ha sempre circondato ed ispirato. La narrativa di Umberto Lenzi è, a nostro avviso, un modo rinnovato di continuare a fare cinema, anzi per come sono stati scritti i suoi romanzi potrebbero essere trattati nel cinema in modo immediato, senza nemmeno il supporto della sceneggiatura, semplicemente sfogliandogli i libri.

Kriminal_(film)Dice Umberto Lenzi:  “io intanto non sono uno scrittore. Ci tengo a precisare e sottolineare questo. Resto assolutamente un regista cinematografico prestato alla letteratura. Poi come supporto ideale, e lineare con il cinema, ma in verità anche per divertirmi, ho avuto l’idea di inventare la figura di un investigatore privato, un tal Bruno Astolfi, che svolge indagini proprio sui set dei grandi film del passato, e precisamente dal fatidico anno 1940  e fino alla fine della guerra”. In questo contesto ottimale nascono i sei grandi romanzi scritti da Lenzi, tutti pubblicati, e tutti con riscontri immensi di consensi, Delitti a Cinecittà, Terrore ad Harlem, Morte al Cinevillaggio, Scalera di sangue, Spiaggia a mano armata, Il clan dei miserabili, i primi cinque editi dalla Coniglio Editore, l’ultimo dalle edizioni Cordero. In definitiva questi sei romanzi di Umberto Lenzi, proprio nell’idea di ambientarli nell’epoca d’oro del cinema fascista, rimangono secondo noi, quasi una autentica bizzarria, colta e geniale beninteso (c’è sempre stata, in fondo, questa prerogativa bizzarra nello stile professionale del regista). La scelta narrativa operata da Lenzi per i suoi romanzi, in qualche maniera, consente all’autore, oltre a continuare ad esercitare la sua passione per l’action story ed il genere noir, la certezza di soffermarsi storicamente sulle grandi personalità del cinema italiano. Non dimentichiamo, in questo senso, che Lenzi è stato un diplomato del glorioso Centro Sperimentale di Cinematografia, dove poi,  nella stessa scuola, è stato allievo del regista Alessandro Blasetti. Infatti una indagine dell’investigatore Bruno Astolfi,  la prima, quella riconducibile al romanzo Delitti a Cinecittà, tocca proprio il set de La croce di ferro di Blasetti. In qualche maniera Lenzi, con la sua narrativa, sofferma il piglio su quella che è stata una stagione cinematografica, nonostante tutto, di grandissima creatività, anche se concepita nel pieno del regime fascista.

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Sette orchidee macchiate di rosso, 1973

Dice Umberto Lenzi:  “tutti parlano del movimento del neorealismo, come realtà e fenomeno magnifico del cinema italiano, ed è certamente vero, ma tralasciano che tutti quei registi, simbolo del neorealismo, si sono formati nella Cinecittà del ventennio. I miei libri, anche in questo senso, rimangono trame essenziali per raccontare quel mondo”. E adesso, gli impegni vogliamo dire, quelli futuri, quali saranno? Dice Umberto Lenzi: “adesso, soprattutto per non essere tacciato come il becchino del cinema italiano sto scrivendo un nuovo romanzo giallo, ma questa volta ambientato, appunto, nella contemporaneità del nostro tempo. Il personaggio principale non sarà più l’ investigatore Bruno Astolfi, ma un criminologo, una figura professionale che oggi vediamo imperversare spesso e volentieri per vociferare nelle tante trasmissioni televisive presenti. Quello che ora mi piacerebbe, e che mi sta proprio a cuore, è che di questi sei romanzi già editi si potrebbe lavorare per ridurli in una serie per la televisione. Io li ho proposti, ma i dirigenti evidentemente non ne sono ancora convinti. Forse perché pensano che voglio essere io il regista. Ma restino tranquilli, di questa serie voglio essere solo lo sceneggiatore”. Lenzi, in fondo, paga la colpa di avere diretto negli anni pellicole che sono piaciute moltissimo al pubblico. Forse proprio per questo i suoi film han fatto storcere, in verità, la bocca e fatto gridare alla porcheria a più di un critico autorevole del periodo. E tale sintesi miope Umberto Lenzi, in qualche maniera, se la porta dietro tuttora, ancorata questa volta però, beninteso, alla sua narrativa; nessuno, chissà poi perché, vuole considerarlo uno scrittore: intanto chi scrive è proprio un patito del cinema di Umberto Lenzi, si può dire che si è addirittura imbiancate le tempie seduto in platea, a rimorchio dei suoi film:  da Sandok il Maciste della giungla, 1963, attraverso Zorro contro Maciste, 1963, I pirati della Malesia, 1964, Superseven chiama Cairo, 1965,  Kriminal, 1966, Le spie amano i fiori, 1966, Attentato ai tre grandi, 1967, Tutto per tutto, 1968.  E poi ancora Così dolce… così perversa,  1969, Orgasmo, 1969, Paranoia, 1970, Un posto ideale per uccidere, 1971, Il paese del sesso selvaggio, 1972, fino a proseguire con Il coltello di ghiaccio, 1972, Sette orchidee macchiate di rosso, 1973, Spasmo, 1974, Gatti rossi in un labirinto di vetri, 1974, Il giustiziere sfida la città, 1975,  fino ad arrivare agli splatter più estremi, quel Cannibal Ferox, 1981, ad esempio.  Poi, in definitiva, quelli che pensiamo restano i migliori titoli polizieschi della storia del cinema popolare italiano, Milano odia: la polizia non può sparare, 1974, Napoli violenta, 1976, Roma a mano armata, 1976, La banda del gobbo, 1977, Il cinico, l’infame, il violento, 1977, portano semplicemente la firma di Umberto Lenzi. Non dimentichiamo inoltre, in questo contesto, le testuali parole di Quentin Tarantino, Joe Dante, Wes Craven:  “questi titoli sono stati sistematicamente invidiati ad Hollywood”.  Poi, tra questi titoli troviamo quella che definiamo la variante, in qualche maniera, per noi una idea anche bizzarra per la filmografia di Lenzi: Il trucido e lo sbirro, 1976, dove ha idealmente inizio il personaggio geniale di Sergio Marazzi  detto il  Monnezza, interpretato a livelli esemplari da Tomas Milian, l’attore in qualche maniera diventato poi, anzi con il senno di poi, l’interprete feticcio per la filmografia di Umberto Lenzi.

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Milano odia: la polizia non può sparare, 1974

Ora da cinefili anche un po’ maniaci, in fondo, si soffre atrocemente per la mancanza di tali genialità, di questi efferati (ma in senso positivo) titoli. Mancano anche estreme unzioni nella cinematografia italiana di oggi, dialoghi quali di una assoluta rivolta, da leggersi sinanche come una metafora reale di una condizione urbana, carichi anche di sentimenti pregni di un forte livore antiborghese ed antisociale. La lotta, ad esempio, tra il commissario Tanzi-Maurizio Merli e il deforme Vincenzo Moretto-Tomas Milian detto il Gobbo, sempre all’ultimo sangue ne Roma a mano armata,  rimane impagabile. La scena in cui il commissario Tanzi costringe il Gobbo ad ingoiare un proiettile, operazione che tra l’altro Vincenzo Moretto compie senza battere ciglio, anzi, addirittura gliela condisce con un referente rutto, rimane addirittura nella grammatica antologica del cinema popolare. E’ un proiettile che avrà finanche una storia a seguire, una commemorazione addirittura, quando al momento di eliminare dall’alto di un cavalcavia, e con un fucile di alta precisione, uno spacciatore delatore, ebbene, fa secco lo spacciatore ma evita accuratamente il commissario Tanzi, tanto che il tirapiedi del gobbo non può non domandargli, anche con un pò di stupore: “ma com’è che non lo hai fatto fuori quel cornuto di poliziotto…”  e Milian-Moretto, con la cattiveria dipinta sul volto e tarata proprio al millimetro  (grande prova di attore di Tomas Milian) : “perché quando lo farò fuori mi dovrà guardà in faccia…, mi dovrà guardà in faccia e tremà de paura, se deve cacà sotto quello stronzo…. hai capito Umbè… A proposito di stronzo… stamattina stavo al cesso e sento che qualcosa me va de traverso… Dico, li mortacci sua… ma che stà succede… Spigni, spigni… faccio. Mi arzo e guarda che te ce trovo dentro la tazza?…” …  “Ullà, e come mai…”  è la domanda meravigliata di UmbertoEd ancora Milian-Moretto:  “eh… come mai?… Perché so un miracolato io… sai quella Santa Chiara che sputava le margherita perché era protetta da Dio?…  Ma io che so protetto da Satana cago il piombo, capito…  Er piombo…  E proprio con questa che voglio sistemare quer giustiziere del cazzo…. Li mortacci sua…”    

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Roma a mano armata, 1976

Oggi il rapporto di Umberto Lenzi con Tomas Milian è certamente migliorato, ma negli anni ha sofferto un poco dello stato delle cose del cinema per cui l’affiatamento era venuto un pò a mancare. Diciamo che è centrato, in questo rapporto diventato poi difficile tra l’attore ed il regista, proprio il personaggio del Monnezza  creato in verità da Lenzi e dallo sceneggiatore Dardano Sacchetti e che poi Milian svenderà, forse un po’ a basso costo, mettendosi soprattutto alle dipendenze della comicità assoluta del regista Bruno       Corbucci e dello sceneggiatore  Mario Amendola, due geniacci del mondo sublime dell’avanspettacolo e del teatro di varietà degli anni cinquanta, offrendo il destro deciso verso la virata in senso stretto e definitivamente del personaggio verso la comicità anche un po’ genialmente pecoreccia, a cui presta, anche sonoramente, la caratterizzazione precisa anche il formidabile  Bombolo. Anche se, c’è da aggiungere, il personaggio del Monnezza di Corbucci è diventato un altro, ha assunto un altra identità anagrafica, ora è il poliziotto che proviene dal mondo della mala più spicciola e bonaria, Nico Giraldi.

Dice Umberto Lenzi: “la mia carriera cinematografica ha sempre avuta una attinenza con la realtà, non sono mai stato un regista del fantastico, ho sempre privilegiato il genere avventuroso, realistico, oppure bellico ed il thriller. Quindi la commedia l’ho esclusa a priori dalle mie corde autoriali. Se devo dire cosa, ancora oggi, rappresenta meglio la mia filmografia non avrei dubbi: il thriller, il poliziesco, il genere bellico”. In questo ambito, noi aggiungiamo, è soprattutto il film  Il grande attacco, 1978, girato ad Hollywood ed interpretato da attori quali Henry Fonda, Helmut Berger, John Huston  che raggiunge rese di una straordinarietà superba. Questo era un film, come ci ha ricordato il regista,  che Tomas Milian, in quel periodo storico della sua carriera, voleva assolutamente interpretare, ma che Lenzi invece rifiuterà ritenendo il suo vecchio pupillo  Tomas Milian  troppo incastonato ormai verso il genere, appunto, del Monnezza, portato però verso il ridicolo più generalizzato,  stranamente, secondo Lenzi, viste le qualità eccelse dell’attore.  Ma nel cinema Tomas Milian è sempre stato un propositore, certamente anche un assoluto creativo. Nel personaggio che interpretava gli dava sempre una autorialità, per questo in qualche maniera, ne avvertiva proprio l’urgenza di farlo crescere sempre più e di non isolarlo al primo film. C’è un aneddoto, ad esempio, che riguarda Milian e la sua propensione a cercare di crescere sempre più nella professione d’attore: nei primi anni settanta, Milian aveva un progetto a cui teneva moltissimo, portare sullo schermo il romanzo Primo sangue di David Morrel. Andò addirittura in America per tentare di acquistarne i diritti del romanzo, in qualche maniera strappò un diritto di prelazione con l’editore, tornò in Italia e lo propose a più di un produttore, tra i quali uno importante come era  Luciano Martino, ma nessuno in realtà ha avuto il fiuto necessario per seguirlo in quella proposta, perché nessun produttore interpellato riteneva, in fondo, quel romanzo così adatto alla realtà italiana del momento. Così Milian si trovò costretto ad archiviare il progetto. Ma non del tutto in fondo, perché nel film che intanto andava ad interpretare nel periodo, sempre per la regia di Umberto Lenzi, Il giustiziere sfida la città, 1975, pretese ed ottenne di chiamarsi, nel film, come il personaggio del suo amato romanzo americano. Quel romanzo poi, esattamente sette anni dopo, sarebbe diventato, infatti, un film, anzi un grande film,  Rambo, 1982, diretto da Ted Kotcheff  ed interpretato da Sylvester Stallone: un successo che fu effettivamente mondiale e che produsse, ad Hollywood, addirittura quattro seguiti importanti. D’altronde come lo stesso Lenzi conferma:  “Milian è stato davvero un attore di scuola: le sue frequentazioni all’Actor’s Studio americano sono sempre state puntuali nella sua carriera”. In questo senso piace segnalare soprattutto il Giulio Sacchi, spietato interprete di Milano odia: la polizia non può sparare.  Rivedere il film di Lenzi per credere: é la forza dell’ Actor’s Studio applicato al cinema di genere più popolare. Meravigliosi momenti del cinema italiano.

Giovanni Berardi 



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