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AMERICAN SPLENDOR

Honey, will you be my (BLUE) VALENTINE?

Illuminazioni dal cinema indipendente americano. Rubrica a cura di Simone Filippini

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Blue_Valentine

Arrivata la primavera: i prati fioriscono, gli orsi si svegliano dal letargo, gli scolaretti tirano fuori l’aquilone ed i cineamatori di tutto il mondo si godono un po’ di pace: passata la “burrasca” degli Oscar, il cinefilo medio rilassa muscoli e mente, concedendosi un periodo di pigro ma sollazzante riposo. Ed è questo il momento migliore per spulciare, nel magmatico caos intellettivo, tutte le pellicole del “ appena avrò tempo…”, quella mole esponenziale di titoli la cui visione è stata (ingiustamente) prorogata a data da destinarsi. Ebbene è questo il giorno! Scrollatevi di dosso il tepore invernale e colmate i buchi (neri) causati dalla cine-negligenza. Il guaio è: da dove cominciare? Si sa, lo spettatore di fronte a troppa scelta si spaventa. Thriller, sci-fi, horror, drammatico o commedia? Blockbuster o cinema d’autore? Voglio emozionarmi, ridere o divertirmi? E l’unica vera risposta è un mal di testa assicurato. Ma, superato l’imbarazzo iniziale e facendo vangelo del detto “Roma non fu costruita in un giorno”, il cineamatore si butta, un po’ a naso, a capofitto sui compiti arretrati. Per tutti gli studenti meno diligenti e volenterosi, ho deciso di direzionare la vostra attenzione, evitandovi inutili screzi di cernita “matta e disperatissima”. Dunque, perché non lanciarsi in una full immersion di romantic-drama, tanto attuale quanto arguto? Trattasi (ovviamente) di domanda retorica . Dunque, partenza: via! Stiamo (sto) parlando di “Blue Valentine”. I più diranno “che è?”, qualcuno l’avrà sentito nominare durante losche serate nei peggiori bar di Caracas,  e (ahimè) troppo pochi quelli che potranno dire di averlo visto. Questo perché il mercato cinematografico italiano ha deciso di castrare, se non evirare, senza troppi complimenti, questa superba pellicola di Derek Cianfrance del 2010. Il motivo rimarrà un mistero. Ma l’ (“ahi serva”) Italia (“di dolore ostello”) cerca di redimersi dopo tre anni di snobismo altezzoso, proponendolo al cinema in data febbraio 2013. Cerchiamo di perdonare, trovando conforto nella parrocchia del “meglio tardi che mai”.

Pseudo-sfoghi di un cinefanatico a parte, passiamo ad aprire la scatola e vedere che c’è dentro: un (a)tipico dramma di periferia; gente normale, che conduce vite normali, con problemi normali. Un coacervo di depersonalizzazione e stereotipi, ma di quelli buoni, che permettono al pubblico l’immedesimazione. Storia d’amore come mille altre in tutto il mondo: lei ama lui, lui ama lei, si adorano, si sposano, ma qualcosa alla lunga si rompe e rischia di mandare tutto all’aria. E’ l’amara confutazione di un idealizzato amore idilliaco e perfetto, che per troppo tempo ha monopolizzato il cinema nelle ultime decadi; doccia fredda che sveglierebbe anche il sognatore più sornione. Sceneggiatura modesta e lineare, nulla di pretenzioso; Il regista vuole raccontare l’usitato, quasi l’ovvio, rinunciando a qualsivoglia filtro o idealizzazione. E’ l’adozione di questa dottrina purista ad affascinare più d’ogni altra cosa: il grado zero del linguaggio narrativo, la focalizzazione esterna, tutti (pregevoli) escamotages funzionali al fine preposto.

Pellicole come queste gravano non poco sulle spalle del cast: Gosling e Williams sono soli sullo schermo. Nessuno ad aiutarli. Ed  il lavoro sporco se lo devono fare da sé. L’ormai ex-piccolo Hercules si è costruito una carriera lì, alla Hollywood che conta; scelte intelligenti e tanto talento gli hanno permesso il salto di categoria, trasformando commenti mass-mediatici quali “ guarda che addominali!” a “ però, bravo il ragazzo… E guarda che addominali!”.  Questa, una delle sue migliori interpretazioni: portatore sano di carisma, introspezione e verve drammatico-grottesca. Doti apprezzabili ma soprattutto necessarie, quando la controparte fatica a tenere il passo del concept. Sì, perché Michelle Williams, per quanto gradevole, intensa ed armoniosa, qualche pecca e limite se li porta appresso: che la colpa sia da imputare ad una caratterizzazione non proprio brillante ci può stare, ma le responsabilità sono da dividere (magari per un 60-40).

Blu Valentine

La vera pecca? Un ritmo altalenante e con un forte singhiozzo: in questo caso, la scelta flashback-flashfoward a raffica rischia di minare l’attenzione dello spettatore, che si sente in balìa di un montaggio burrascoso e dispersivo. Non c’è nulla da fare, l’intreccio surclassa ancora la vecchia e lineare fabula, ma a soffrirne è la scorrevolezza e l’andamento di tutta la pellicola.

Però non si può negare che, tolta qualche sbavatura qui e là, l’esordio registico di Cianfrance su grande schermo porti con sé tanta determinazione ed una bella manciata di buoni propositi. Ed ecco una pioggia di nomination e riconoscimenti cadere copiosa su regista e compagnia: la Williams arriva addirittura ad una nomination agli Oscar del 2011 per miglior attrice protagonista, mentre Gosling si accontenta di un satellite award solo sfiorato, che riuscirà a riscattare l’anno successivo per la sua interpretazione in “Drive”.

Tirando le somme, che cosa abbiamo? Una romantica (dis)avventura dal sapore acidulo, ancora ruvida e grossolana; meraviglioso frutto colto dalla pianta troppo presto e gustato acerbo. E’ questa sua, se vogliamo,  incosciente spavalderia scenico-semantica a fare tutt’uno con la primavera ormai più che alle porte: cinefili di tutto il mondo (forse esagero), questo è Il titolo con cui iniziare al meglio la stagione più verde e rigogliosa; fatevi accarezzare dalle tiepide brezze marzoline con una pellicola in perfetto pendant cromatico-tematico! Ancora qui con le mani in mano? Correte a reperire il DVD o, e in questo caso ci sta a pennello, il Blu-ray. Suvvia ragazzi non biasimatemi, è (mal)sano humour inglese!

Simone Filippini

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