Nevada Smith

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La vendetta, con tutti i sentimenti che essa coinvolge e fa nascere, è da sempre uno dei prediletti fulcri narrativi, uno degli ideali punti di partenza o di arrivo per raccontare la condizione umana, nonché una delle colonne portanti del racconto umano di formazione, di transizione e trasformazione e, infine, di autodistruzione. Nel vedere srotolarsi davanti a noi un piano di vendetta non solo ci ritroviamo immersi in qualcosa di profondamente catartico, in un senso di primitiva soddisfazione, ma assistiamo anche alla messa in scena del più antico dei rituali, uno dei sentimenti che più alimenta il cuore di un’umanità che, per quanto evoluta, rimane sempre indissolubilmente legata al suo animo animalesco. La vendetta è contraddizione, giustizia, odio, perdizione e metamorfosi. Nell’antico testamento si può trovare questa affermazione: “Il giusto godrà nel vedere la vendetta, laverà i piedi nel sangue degli empi” (Salmi 58:11). Ma anche questa: “Non ti rallegrare per la caduta del tuo nemico e non gioisca il tuo cuore, quando egli soccombe, perché il Signore non veda e se ne dispiaccia” (Proverbi 24:17).  La contraddizione umana tra il sangue e il perdono.

La vendetta, se ben raccontata o inscenata, alimenta in noi tanto la sopraccitata soddisfazione catartica quanto un senso di disagio e tristezza nel vedere che per ogni goccia di sangue sparso in nome di essa il “nostro” sangue si perde, si trasforma, e l’animo viene contorto e deformato. Non esiste vendetta che possa realmente colmare il vuoto in colui che la cerca. Questo è sicuro. E se pensiamo all’animo etimologicamente come mente, come contenitore psichico della nostra memoria e luogo degli affetti e dei sentimenti, allora si potrebbe dire che esso viene cancellato così come il motivo che ha scatenato il desiderio di vendetta. Il volto di chi abbiamo perso si perde nel nero. La vendetta, da un certo momento in poi, da quando da proiezione diventa fatto, si autoalimenta come una droga che travolge l’essenza di chi siamo, e infine ci distrugge. La vendetta incarna, come nient’altro, il fascino pungente del dolore.

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Nel luogo metafisico quanto storico del cinema western, il desiderio di vendetta è una delle pulsioni più raccontate. Non sempre con la cupezza e la sanguinolenta distruttività descritta sopra, ma una cosa è certa: a prescindere che la vendetta venga portata a compimento o meno, che la storia sia nera o meno, la vendetta è un percorso che cambia il protagonista. Profondamente. Un esempio in tal senso è la bellissima pellicola di Henry HathawayNevada Smith (1966). Nel West del 1890, il film si apre con la tortura e l’assassinio dei genitori di Max Sand (Steve McQueen), da parte di un trio di pistoleri – Bill Bowdre (Arthur Kennedy) e Jesse Coe (Martin Landau), guidati da Tom Fitch (Karl Malden) – apparentemente motivati ​​dalla loro ostilità verso la natura mista del matrimonio, dal momento che la moglie è un’indiana. Giurando vendetta, il giovane mandriano si troverà a chiedere aiuto all’armaiolo itinerante Jonas Cord (Brian Keith, in stato di grazia), che gli insegna a sparare mentre predica contro la vendetta. Tuttavia, Sand scandaglia ostinatamente una città dopo l’altra prima di imbattersi finalmente in uno degli assassini, Coe, che uccide in una lotta feroce con il coltello, ma rimanendo egli stesso gravemente ferito. Verrà in suo soccorso Neesa (la bellissima Janet Margolin), una giovane donna Kiowa. Si dirige poi in Louisiana, dove un altro del trio omicida, Bowdre, sta scontando una pena detentiva in un campo-prigione in una remota palude. Al fine di avvicinarsi all’uomo, Sand mette in scena una rapina, ed è ben presto tra i carcerati. Questo è, all’incirca, l’incipit di quello che è l’unico film – piccola curiosità – in cui si possono trovare insieme McQueen e Landau, l’unica altra persona ammessa all’Actors Studio tra migliaia di candidati nel 1957.

Henry Hathaway, autore più volte citato in questa rubrica, qui nell’ultima fase della sua carriera, con Nevada Smith mantiene, nella messa in scena, un respiro ampio e classico appartenente al decennio precedente, ma dimostra di essere pienamente consapevole dei nuovi tempi che corrono. Siamo nel 1966: escono nelle sale film ruvidi di registi giovani che contaminano il genere, titoli come Le colline blu e La sparatoria di Monte Hellman, Duello al El Diablo e I professionisti, che abbiamo avuto modo di analizzare, a più riprese, in questa pagina. Su tutti domina Sam Peckinpah, che a breve macchierà, indelebilmente, di sangue il mito del West con la sua allegoria sulla guerra in Vietnam. John Wayne dichiarerà di disapprovare Il mucchio selvaggio proprio per questo motivo. In Italia, nel mentre, il genere aveva dato alla luce una ramificazione ‘terzomondista’ e rivoluzionaria, con titoli come Tepepa (1968) di Giulio Petroni e il precedente Quién sabe? (1966) di Damiano Damiani. Insomma, il western stava mostrando il suo volto più violento, reagendo a quello che stava accadendo nel mondo, raccontando la disillusione e la sfiducia nel potere. L’eroe non è più l’uomo di legge dalla morale vigorosa, ma è colui che cerca cinicamente, e persino spietatamente, di sopravvivere nonostante tutto, e quasi sempre finisce per soccombere. Non c’è più una morale unica che accomuna gli uomini; l’etica morale è soggettiva e ambigua, come la legge e la giustizia. Non c’è spazio per i sogni, se non in quel frangente prima del grande salto (Butch Cassidy docet). Basterebbe solo la presenza del duo di film “in acido” di Hellman per rendersi conto di quanto il genere avesse assunto un valore politicizzato, e persino sperimentale e allegorico, rispetto al passato. La violenza, mai mostrata, ma fortemente suggerita nel film di Hathaway, si allinea con le nuove derive del western. Basti pensare al disturbante elemento dalla borsa del tabacco di Fitch, realizzata con la pelle del seno della madre di Sand, o alla descrizione che il protagonista fa dei corpi dei genitori.

 

Il personaggio di Nevada Smith, soprannome che il protagonista si auto-assegna, è ispirato a quello apparso, con lo stesso nome, sia nel romanzo scritto dall’autore pulp Harold Robbins, che nel film L’uomo che non sapeva amare (1964 – diretto da Edward Dmytryk con Alan Ladd nel ruolo di Smith).

Il ‘66 è un anno importante per McQueen: oltre a uscire nelle sale con il film in questione, lo farà anche con un altro capolavoro di un gigante del passato: Quelli della San Pablo di Robert Wise, che gli varrà la sua unica nomination all’Oscar. Se nel film di Wise, regista che avrà la totale stima dell’attore, McQueen, in effetti, ci regala una delle sue migliori interpretazioni, Nevada Smith è un personaggio che non poteva che essere interpretato da lui. La fame di vendetta del personaggio sembra allinearsi perfettamente con la voglia, rinnovata, che l’attore aveva di mostrare quello di cui era capace. Infatti, con Cincinnati Kid di Norman Jewison, dell’anno precedente, si può marcare l’inizio di una fase più matura per l’attore. Inoltre, con Nevada Smith ci si rende conto anche del fatto che gli studios (in questo caso la Paramount) si fossero accorti del mythos potenziale dell’attore. È forse un caso che nel materiale pubblicitario del film venga ostentata un’immagine di McQueen in una posa resa famosa da James Dean undici anni prima ne Il gigante di George Stevens?

Quanto alla vendetta, mai fu descritto così bene il senso di sacrificio necessario per portarla a termine, come nelle parole di Brian Keith“Look, just to find them, you’re gonna have to comb out every saloon, gambling hall, hog farm, and whore house between here and Mexico. What do you think you’re after, three preachers? You gonna gun ‘em down at 80 yards when they’re coming out of a church social? You’re hunting three men who steal because they’re too damn lazy to work, and they kill because they love to, and they hide out like rats in the garbage. So if you’re gonna get ‘em, you’re gonna have to eat, drink, and wallow in that garbage right with ‘em, ’til you get so you think like ‘em and smell like ‘em.”

Perché la vendetta non richiede nulla, se non tutto quello che sei stato e tutto quello che speri di diventare.

 Eugenio Ercolani

La prossima puntata: Monte Hellman



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