Edoardo Margheriti: sotto il segno di Anthony M. Dawson

 

Parlare del cinema popolare italiano, del cosiddetto cinema di genere, significa menzionare in prima analisi  Quentin Tarantino.  Significa segnalare la mostruosa conoscenza ed il grande amore di questo geniale regista americano verso questa dimensione e questa coscienza del cinema italiano. Mentre per qualcuno queste rivalutazioni sono e rimangono soltanto sparate alla Tarantino, noi comunque continuiamo a rendere merito alla saggezza ed all’oculatezza del geniale regista statunitense per queste effettive coscienze e conoscenze.  Dice infatti  Edoardo Margheriti,  regista, sceneggiatore, produttore e figlio del regista  Antonio Margheriti, uno degli autori italiani, tra l’altro, tra i più amati da Tarantino:  “si, Tarantino assolutamente continua a stravedere per un film di mio padre, che è  Apocalipse domani,  un titolo in fondo che papà non ha mai  troppo amato, preferendone di gran lunga altri.  Comunque è vero,  noi dobbiamo assolutamente riconoscere a Quentin Tarantino la riscoperta di questo nostro cinema di genere,  perché sinceramente, altrimenti non vedo come il valore dei nostri grandi artigiani, genialoidi professionisti come sono stati Mario Bava, Antonio Margheriti, Riccardo Freda, Marino Girolami, Lucio Fulci, Massimo Dallamano, Duccio Tessari, Fernando Di LeoStelvio Massi e come continuano ad essere ancora oggi Umberto Lenzi, Alberto De Martino e Romolo Guerrieri sarebbe mai potuto venire alla luce della storia culturale del cinema. Oggi, infatti, tutti quei critici italiani, che negli anni hanno letteralmente schifato le opere di questi registi, a cui aggiungerei nella lista dei falcidiati anche i registi della generazione immediatamente successiva, nomi come Dario Argento, Ruggero Deodato, Sergio Martino, Enzo G. Castellari, Aldo Lado, Mario Caiano fanno a gara nell’attribuirsi meriti di riconoscimenti critici che all’epoca non avevano mai espresso. Viene insomma proprio voglia di tirare fuori le copie dei vecchi giornali, con le loro recensioni firmate, e fargli notare ciò. E’ vero che negli anni un critico può ricredersi, ne ha tutti i diritti, questo è sacrosanto per carità, ma è un processo che deve avvenire alla luce di un riconoscimento più personale, decisamente, e non spinto effettivamente e principalmente da mere occasioni solamente opportunistiche e forse anche modaiole di conseguenza”.

Edoardo Margheriti riconosce anche, e questo è indubbio e fuori da ogni discussione ad una analisi più sincera, che numerosi di quei film realizzati, e qualche titolo anche dalle firme più prestigiose, erano operazioni infatti raffazzonate, anche cialtronesche, concluse in fretta, ma questo perché certi titoli rientravano, in qualche misura, nella logica e nella grammatica di certe situazioni e dinamiche produttive di quel momento storico, anche, in fondo, di certi contrasti e di certi ricatti industriali. In realtà poi era la mancanza quasi sempre di budget importanti per le loro lavorazioni a fare si che a questi registi non si è mai potuta attribuire, sino in fondo, la qualifica di autori. Loro molto spesso venivano interpellati dai produttori, spesso anche gente che sino al giorno prima aveva avuto solo esperienze professionali con le maioliche, con gli allevamenti di bestiame, le industrie tessili o quelle delle rubinetterie e degli utensili industriali, a cui avanzavano, letteralmente, qualche spicciolo di moneta per poter provare finalmente l’esercizio di un loro vecchio sogno, di una loro voglia verso un business più allegro, ed affidavano loro, ai tipici registi di genere che abbiamo in un gran numero elencato sopra, il compito di poter tradurre quegli spiccioli in una storia cinematografica, magari densa di pistole e di cavalli, di audacia e di motori, di musica e canzoni o di invadenti retoriche umoristiche o pruriginose. E nascevano così, quasi dal nulla in fondo, i mille e più progetti cinematografici che invadevano meravigliosamente il mercato. E risultava sempre, comunque e molto spesso questo, un grande e ricco mercato, e tutto basato solamente sulle arti improvvise o, talune volte, anche improvvisate, di questi geniali lavoratori della pellicola e della più sfrenata fantasia.

Dice Edoardo Margheriti: “io dico sempre una cosa, comunque. Se non ci fossero stati quei film, anche i peggiori, film che costavano relativamente poco ma che incassavano tantissimo, non ci sarebbero poi state alcune opere dei vari Fellini, Pasolini, Visconti, Antonioni, Bertolucci, Bellocchio. Guarda, non ci sarebbe stato, in definitiva proprio il cinema italiano”. In fondo, in sede di discussione, viene da chiedersi, cosa l’industria del cinema pretendeva dall’arte artigiana di Mario Bava, di Antonio Margheriti, di Riccardo Freda?  Dice Edoardo Margheriti: “semplicemente una possibilità: dovevano soddisfare i gusti del pubblico. Poi all’epoca si pensa fossero i gusti più vieti e più triti, mentre invece si trattava ancora dei gusti più onesti e più semplici. Erano i gusti legati perlopiù allo spavento, all’immaginazione, alla fantasticheria, al divertimento più solare e genuino, quasi spavaldo, all’emozione anche più dura e decantata”. Insomma, aggiungiamo noi,  Mario Bava, Antonio Margheriti, Riccardo Freda, e poi quelli della generazione successiva, dovevano sempre rispondere, ed hanno sempre risposto con alterna qualità e fortuna  (ma così è fatta proprio la vita vera)  ai gusti assoluti del pubblico. Mario Bava, Antonio Margheriti, Riccardo Freda dovevano e sapevano in questo senso,  come pochi, muovere la macchina da presa davvero dentro qualunque situazione, ora umorale, ora spaventata, ridanciana, lacrimevole, ora candida, ora spavalda.

i_diafanoidi_vengono_da_marte_01540101_2_Dice Edoardo Margheriti:  “certamente si, e non era una impresa cosi facile e scontata, come forse la critica più colta ed autorevole pensava. Ma rendiamo ancora un grazie profondo a Quentin Tarantino”.  A questo proposito si presenta perfetta una osservazione ulteriore: la tanto decantata, ad esempio, idea della contaminazione dei generi, che da più parti si vuole dare paternità assoluta all’estro ed alla fantasia di Quentin Tarantino, invece ha avuto proprio in Antonio Margheriti uno dei padri più precoci e prolifici. Forse è proprio per questo che Quentin Tarantino ama tanto il cinema di Antonio Margheriti, in arte  Anthony M. Dawson. Ad esempio, ed andiamo con gli esempi, il film  E Dio disse a Caino diretto da Margheriti nel 1969 in verità  (tra l’altro primo set del padre visitato da Edoardo bambino) dietro la corazza blindata del genere western, è un esplicito film horror. Così come Apocalipse domani, girato da Margheriti nel 1980, dove dietro l’apparente scenario horror-splatter si nasconde in realtà, ed invece, una grande riflessione sui misfatti della guerra in Vietnam. E l’elenco potrebbe ancora continuare: Là dove non batte il sole, girato da Margheriti nel 1975, ad esempio, rimane una concreta commistione tra il western, il kung-fu ed i fagioli, Whisky e fantasmi del 1974, ancora, dove dietro il verso alle scazzottate tipiche di Terence Hill e Bud Spencer si nasconde armi e bagagli un gotico anche di raffinata filigrana. Anche i suoi decamerotici, uno su tutti, Finalmente le mille ed una notte, 1972, è realizzato in una cornice dai forti ammiccamenti western piuttosto che erotici, come la grammatica del film in fondo imponeva. Danza macabra, 1964, poi, in cui dietro una atmosfera decisamente inquietante, lugubre e torbida, si sposano situazioni sentimentali, erranti gelosie, rapporti morbosi, finanche una relazione lesbica, ed anche questa molto in anticipo con i tempi della produzione del film. E dietro tutti i suoi espliciti fantascientifici  (e qui che in Margheriti, in qualche maniera, si cominciava a riconoscere la sua identità di autore) la mescolanza con altri generi diventa davvero linguaggio espressivo: la situazione orrorifica si presenta quasi anzitempo anche nei film I criminali della galassia, I diafanoidi vengono da Marte, Il pianeta errante, La morte viene dal pianeta Aytin, titoli che hanno completato, in definitiva, anche un record storico nella filmografia di Antonio Margheriti: tutti  girati nello stesso fatidico anno, il 1965. Critici autorevoli ad esempio, oggi sostengono candidi che  Stanley Kubrick, in almeno un paio di occasioni, abbia addirittura preso in prestito alcune sequenze dai film fantascientifici di Antonio e dal suo specifico horror Danza macabra, ed esattamente per 2001 Odissea nello spazio  e per  Shining.

danza_macabra_barbara_steele_anthony_dawson_antonio_margheriti_006_jpg_aytzDice Edoardo Margheriti: “Bhe, queste penso sono proprio invenzioni belle e buone da una critica oggi esageratamente magnanima. Per quanto riguarda  Shining  penso e dico che in questo caso a copiare non sia stato Kubrick ma piuttosto Stephen King, l’autore del romanzo, perchè la inondazione di sangue nell’ascensore stava esattamente punto per punto nella pagina scritta. Mentre per quanto riguarda 2001 Odissea nello spazio penso proprio che questa sia una tipica invenzione dei critici. Il design della stazione spaziale Gamma 1 che ora si dice passata direttamente dai set fantascientifici di papà a quelli di Kubrick non è esatto perché quelli erano proprio design della Nasa. Quello che posso dire di certo, però, è che Kubrick ha voluto conoscere Antonio perché colpito dagli effetti speciali che aveva creato per un film americano, credo che si trattava del film L’isola del tesoro, e, dai riscontri Siae si è scoperto che papà ha avuto anche un ruolo nello stendere quella sceneggiatura. Da quel frangente, da quella occasione, diventarono poi molto amici. Un’ altra verità è che Kubrick ha seguito davvero con molto interesse dopo tutta la produzione di Antonio”. Per rimanere nel contesto della discussione ad esempio Sergio Corbucci ricordava che i critici spesso lo accusavano di ricopiare altri colleghi, magari ritenendoli più importanti, ma non usavano mai per Sergio la parola “citazione”. Sergio Corbucci ricopiava e basta. E lui si chiedeva sempre perché quando ricopiava invece Federico Fellini i critici usavano la parola “citazione”, mentre quando succedeva a Corbucci, usavano, con il disincanto tipico del momento, il termine “ha copiato da”. Come ci ha spiegato un giorno l’amica  Nori Corbucci, Sergio quando vedeva un film altrui, ed attratto da qualche sequenza, o da qualche battuta, o da una sola parola o da una sola inquadratura, era poi solito magari fissarla in qualche angolo della sua memoria, e lì poteva rimanere anche per anni, per poi tirarla fuori una o l’altra cosa, o tutte e due o tre messe insieme, perché no, al momento opportuno, magicamente. Era un processo proprio magico per Sergio. E questo sempre per un motivo di sostegno alla comunicazione, per restare anche dentro i limiti di un dibattito tra autori. Ecco, ed è un fatto importante anche questo riferito oggi da Nori.  Magari fatti simili saranno successi anche a tanti altri artigiani, ora importanti agli occhi dei critici, per la storia del cinema italiano.

The Outsiders. Il cinema di Antonio MargheritiLa carriera cinematografica di Edoardo Margheriti invece, in realtà, ha inizio nel 1980 sul set di Apocalipse domani. In quel set Edoardo ha anche una parte da attore, ma in realtà il suo compito è di completarsi nel mestiere di aiuto regista. Dopo molti anni condivisi con il padre sui set come suo aiuto, arriva l’esordio nel 1990 con il film Black Cobra 2, girato in realtà, come si vedrà, solo per il mercato estero perché in Italia, infatti, Black Cobra 2 resterà inedito nelle sale. Il film è il seguito di The Black Cobra che già  Stelvio Massi aveva girato nel 1987 e che aveva furoreggiato nei cosiddetti paesi terzomondisti. Edoardo Margheriti, sempre con il suo pseudonimo di Dan Edwards sarà sul set anche del terzo capitolo della saga dedicata a Black Cobra, Black Cobra 3 – Manila Connection  girato nel 1990. Nel frattempo è la televisione che entra giocoforza nella carriera di Edoardo: collaborerà come organizzatore a più di un evento, quale, ad esempio Elisa di Rivombrosa, un totale successo di ascolti, ma di queste esperienze forse Edoardo non ama parlare, una causa la possiamo leggere tra le labbra, ed è sempre riportabile ai termini di limiti che ti impone l’azienda televisiva, sempre subordinata alle sue esclusive esigenze di share.  Ed è una situazione che Edoardo vivrà anche con le sue successive esperienze televisive: i due film girati per la serie Sei passi nel giallo e nei film Negli occhi dell’assassino e La donna velata. Ma questi ormai sono capitoli che appartengono al passato. Oggi Edoardo Margheriti è in procinto di uscire nelle sale cinematografiche con un film che un po’ esula, in fondo, dalle sue corde di autore molto legato al fantasy-gotico, e cioè con  Il disordine del cuore,  2014,  in realtà un melodrammatico dalle forti tinte psicanalitiche ed ancestrali.

Dice Edoardo Margheriti: “si, però, in fondo è un film che mi piace. Non è stata certo una esperienza solo per riempire di qualche riga in più il mio curriculum.  E’ un film che ho fatto anche, all’inizio, per la volontà, la voglia, l’amore intenso per un progetto, di un produttore a me carissimo,  Giangi Foschini.  Poi c’è una esperienza a cui Edoardo tiene moltissimo, il documentario che ha dedicato al padre Antonio nel decennale della sua scomparsa: The Outsiders. Il cinema di Antonio Margheriti,  2013, entrato in lavorazione sempre con la produzione di Giangi Foschini.   E’ un film dove Edoardo ha voluto raccontare proprio la maestria, l’impegno, il rigore, l’attenzione che Antonio  (Anthony M. Dawson per la sua filmografia) ha sempre profuso nelle sue pellicole. Con l’ascolto poi di tanti collaboratori, di tanti colleghi, di tanti discepoli, l’impianto narrativo diventerà un documento ineccepibile e preciso.

Dice Edoardo Margheriti: “il documento potrebbe essere in una occasione lacunoso, voglio dire che manca, anche se lo abbiamo cercato con tutti i mezzi a nostra disposizione, l’intervista a Quentin Tarantino. Ma proprio in quel periodo lui era impegnatissimo al montaggio del suo Django e noi avevamo fretta nel far cadere il documentario proprio in occasione del decennale della scomparsa di papà. Aspettare Quentin sarebbe stato slittare almeno di un anno la conclusione del film. Però non è detto che in un prossimo futuro non possa completare anche quel motivo, perché nella carriera di Anthony M. Dawson, il talento di  Quentin Tarantino è diventato un aspetto importante e decisivo”. Certo. Il riferimento, e quindi la conseguente attenzione, al geniale Quentin Tarantino in  The Outsiders. Il cinema di Antonio Margheriti secondo noi deve essere una meta ed una conseguenza irrinunciabile. Perché cosa altro è se non una dichiaratissima attestazione di stima e di lode verso Antonio Margheriti il fatto che Quentin ha utilizzato, quasi interamente, la sequenza del film Là dove non batte il sole,  il momento in cui Samuel L. Jackson, (il killer predicatore amato in Pulp fiction, 1994,  Quentin Tarantino) nell’intento di ammazzare un uomo gli dedica prima alcuni passi della Bibbia, sequenza vista ed apprezzata fortemente già dalle platee del tempo, 1975, nel film di Anthony M. Dawson?

Giovanni Berardi 



Condividi